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Il Covile - N.o 166 (14.10.2003) Marcello Galeotti a proposito di culture

Questo numero


La proposta di riflessione di Gianluca ha subito trovato risposta, ne sarà contento.
 

A proposito di culture (di Marcello Galeotti)


Caro Stefano,
l'intervento, che apprezzo, di Gianluca Braccini mi stimola ad una riflessione del tutto laterale - che non entra, cioè, nel merito delle domande poste, ma che può avere qualcosa a che fare con il fatto stesso di porle. Premetto che, per una disposizione strettamente personale, la cultura mi interessa, molto più che come eredità o patrimonio (da cui la possibilità o meno di incroci e innesti), come capacità di conoscenza. "...l'ardore/ ch'io ebbi a divenir del mondo esperto/ e delli vizi umani e del valore". Vizi e valore, comunque, piuttosto che usanze e credenze. In effetti io penso che l'originalità dell'"atteggiamento greco" (che dovrebbe essere la nostra origine o "fonte") sia, fin dall'inizio, questa volontà di conoscere, e quindi di assumere un punto di vista "esterno". Il poema che fonda la cultura greca (l'Iliade) esalta il valore e la magnanimità del "nemico". E così di seguito. Eschilo, il cui epitaffio ne ricorda il valore militare (e tace sul poeta), ambienta il suo dramma sulle guerre persiane (I Persiani appunto) alla corte di Serse. Socrate afferma di avere imparato tutto quello che può sostenere di sapere, qualcosa di Eros, da una donna straniera (donna e straniera), Diotima.

Eccetera. Questa capacità di assumere il punto di vista di un altro (un "altro" ipotetico, ma talvolta molto concreto), e quindi, per così dire, di entrare in contraddittorio con se stessi, i greci la chiamavano dialettica (in un senso, mi pare, sostanzialmente diverso da quello poi adottato da Hegel e tanto criticato dai neo-positivisti), e ne erano orgogliosi nel confronto con gli altri popoli.

Io mi sento di azzardare che perfino la rivoluzione copernicana e la grande prospettiva pittorica del '400, la teoria dell'evoluzione e la relatività di Einstein siano, in qualche modo, il frutto di questa dialettica (l'arte e artificio di "guardarsi dall'esterno"). Dunque il vantaggio (non userei mai "superiorità", innanzitutto perché non so che cosa significhi) di una cultura su un'altra potrebbe essere proprio nel fatto di essere meno "codificata"? Ovvero di rimettere continuamente in discussione i suoi codici? Discutiamo ancora della stessa esistenza di un metodo scientifico (e di cosa significhi "scienza"). E non è chiaro, perfino, se il cristianesimo possa essere definito una "religione" (si dice che i primi cristiani, talvolta, venissero considerati "atei"). Voglio tessere un elogio del dubbio? Non so. Certo, il dubbio è il padre, o la madre, della decisione (nel suo significato etimologico: se non ci sono alternative, non c'è neppure nulla da "tagliar via", con gesto "deciso" e dunque sofferto).

Ma mi accorgo di avere deviato già abbastanza. Ti saluto dunque con affetto
Marcello