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Il Covile - N.o 167 (16.10.2003) Manzoni, d’Aurevilly e la mensa comune - Margaret Mead nipotina di Rousseau

Questo numero


Prendo a spunto la bella lettera di Marcello per buttare giù qualche embrione di ragionamento; resterò anch’io ai margini dell’argomento proposto da Gianluca.
 

Divagazioni sui rapporti interculturali


Quando parliamo dell’Altro, con la maiuscola, è consueto sottolinearne l’alterità, la diversità, il suo non-esser-noi; voglio perciò richiamare l’attenzione su quanto invece l’Altro sia uguale a noi, ed anche su quanto sia noi: non ha forse l’uomo una natura comune, la marxiana gemeinwesen, che ciascuno condivide con l’intera specie?

Con gli altri però non sempre siamo pari con pari: nell’intelletto, nel sapere, nella ricchezza, nel ruolo sociale, nella bellezza, nell’abilità, financo nella moralità il rapporto è spesso tra superiore e inferiore, ed allora quanto è difficile ricordare che siamo tutti della stessa famiglia! Si badi bene, questo è meno facile da capire, che la difficoltà è per entrambi.

Ciò vale anche per le culture: noi ricchi occidentali, ad esempio, siamo tentati da un doppio razzismo, il primo, quello che dice gli altri inferiori, pare ormai in disuso (anche se non bisogna disarmare), il secondo è quello che ci fa immaginare gli abitanti le altre culture non uomini come noi, fragili ed esposti al male (in parole povere anch’essi con la loro parte di carognaggine), ma Altri assoluti: è il mito del selvaggio buono e incontaminato (e quindi superiore) che ricordava Gianluca. È quella che chiamo “l’ideologia del Festival dei Popoli”. Non è solo un mito, è una barriera che impedisce un rapporto vero, come lo abbiamo con i nostri simili: un rapporto fatto di dialogo, di aiuto reciproco, ma anche di competizione e conflitto.

Nell’ultimo capitolo dei Promessi Sposi il buon marchese erede di Don Rodrigo, volendo riparare i gravi torti del suo predecessore, prima compra la vigna di Renzo al doppio del suo prezzo, poi invita i due fidanzati al suo palazzotto, fa loro imbandire un buon desinare ed ordina che venga servito bene, anzi lo serve, in parte, da sé, ma non si mette a tavola coi villani:
"Il marchese fece loro una gran festa, li condusse in un bel tinello, mise a tavola gli sposi, con Agnese e con la mercantessa; e prima di ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star lì un poco a far compagnia agl'invitati, e aiutò anzi a servirli."

Il progressista Manzoni, anche lui proprietario terriero, acutamente osserva:
"A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; v'ho detto ch'era umile, non già che fosse un portento d'umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari."

Ma il reazionario Barbey d’Aurevilly non ci sta:
"Oggi, poiché il potere domestico è degradato come tutti gli altri poteri, c'è l'idea che si possa salvaguardare un rispetto che non esiste più ritirandosi dalla vita in comune. Non bi­sogna illudersi: quando con tanta cura ci si difende dal con­tatto con gli inferiori, si difende soltanto la propria delicatezza, e chi dice delicatezza dice, in qualche modo, debolezza. Se i costumi fossero ancora forti come una volta, nessuno pense­rebbe, isolandosi dai propri servitori, di ottenere da loro più rispetto e di farsi maggiormente temere! Il rispetto è più per­sonale di quanto non si creda. Nella vita siamo tutti, chi più chi meno, o soldati o comandanti. Ebbene non pare che sul campo di battaglia i soldati siano meno obbedienti ai loro capi perché vivono più a contatto con loro. Jeanne Le Hardouey e suo marito avevano conservato l'antica usanza feudale di vivere in mezzo ai loro servitori, usanza che oggi è forse prati­cata solo da qualche agricoltore che rappresenta gli antichi costumi del paese. Jeanne-Madelaine de Feuardent, cresciuta in campagna, figlia di Louisine-con-l'ascia, non aveva nessuno di quegli atteggiamenti di falsa fierezza o di pavida ripugnanza che caratterizzano le donne di città. Mentre la vecchia Gotton preparava la cena, fu lei stessa ad apparecchiare la tavola. Stava appunto stendendo una bella tovaglia ricamata, di un bianco splendente e profumata di timo, quando messer Le Hardouey entrò, seguito dal parroco di Bianchelande, che aveva incontrato, egli disse, in fondo al viale che portava al Clos."
Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly, La stregata, Rusconi Editore, Milano 1975, pp. 102-103

 

Postilla, che viene a proposito, su una nipotina di Rousseau


"Meglio usare solo il cognome, non perché sia un uomo, ma perché certamente non è una donna" (Hannah Arendt - 20 giugno 1960)

L’amata Hannah Arendt, dalla vista lunga, si riferiva a Margaret Mead, qualche libro della quale dovetti leggere in gioventù perché d’obbligo per l’esame di Antropologia Culturale: diem perdidi. Capirete un certo risentimento. Siamo qui alle scaturigini di quell’ideologia “del Festival dei Popoli” di cui sopra. Al solito uso testi pronti:
“Non è vero che la crisi e gli stress della pubertà siano la conseguenza del condizionamento culturale e che ne siano immuni altre società meno «represse» della nostra. Ma ci avevano creduto in tanti, sulla parola di Margaret Mead.

L’antropologa è diventata famosa dopo aver scoperto nelle isole Samoa le Buone Selvagge; tredicenni liberate ed esperte, dedite con gioia al libero sesso senza angosce religiose, sensi di colpa o tormenti di gelosia. Indagini più accurate hanno rivelato ora che i samoani sono molto gelosi, ossessivi, competitivi, vivono in strutture familiari autoritarie, hanno il culto della verginità e un’altissima incidenza di violenza carnale. In paradiso si sta peggio che a casa.

Ma la sconfessione del mito Mead è stata lunga, combattuta, dolorosa. Sulle sue scoperte si era costruito fino dagli anni Trenta un sistema coerente di dogmi. Era il trionfo del determinismo culturale, la negazione estrema di quello biologico. Un processo da mantenere irreversibile. L’Università di Berkeley smise di finanziare le nuove ricerche nelle isole al momento in cui i risultati cominciarono a farlo barcollare. L’uomo che tentò di bloccare gli studi, l’antropologo Washburn, si scusa oggi così: «Il libro della Mead, diceva quel che volevamo sentirci dire. Anche se conteneva errori, ha segnato un’epoca».

I «credi» sopravvivono a lungo alle più decisive confutazioni: basta pensare al marxismo. Se ne dimenticano le motivazioni ma se ne difendono le conseguenze; tanto più gelosamente quanto più sono conflittuali con la vecchia buona ragione. Tutto un tessuto culturale si raggruma, si cicatrizza per impedirne il rigetto. Emozioni, istinti e tensioni hanno bisogno delle favole come alibi o mitologia. Chi non accetta la «convenzionalità» della logica crederà sempre che in qualche isola dei Mari del Sud vivano adolescenti che saltano felici di amaca in amaca, senza che la mamma le sgridi e senza prendere brutte malattie.”
Fonte: Falsi miti addio, in Brescia Oggi, Sabato 4 Agosto 2001

 

…e i suoi orfanelli


Vagando nella rete trovo qualcuno, credo un autonomo, dal bello pseudonimo di Rattus Norvegicus, per il quale la verità è "deprimente"; lo capisco benissimo, io che non mi sono ancora riavuto da certe scoperte sull’esistenza di Babbo Natale.
“È poi veramente deprimente che personaggi appartenenti all'olimpo dell'intellettualità mondiale passino il loro tempo a copiarsi l'un l'altro le pagine in cui si spiega come gli indigeni delle Samoa si facessero beffe di Margaret Mead raccontandole che copulavano in gruppo al solo scopo di scucirle specchietti e deodoranti.”
Fonte: https://www.autistici.org/mailman/public/rekombinant/2003-March/002651.html