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Il Covile - N.o 170 (27.10.2003) Piero Ostellino risponde a Gianluca Braccini

Questo numero


Nello scorso n°165 Gianluca Braccini ha rivolto agli amici delle domande sul tema dell'integrazione culturale. Le risposte ci sono state, ma tutte, compresa la mia, un poco elusive. Mi sembra più esplicito ed in tema il fondo di oggi di Piero Ostellino sul Corriere, che condivido nella sostanza.
 

I valori da difendere, senza fanatismi ( di Piero Ostellino )


Culturalmente, socialmente e politicamente, prima ancora che eticamente, considero molto pericolosa, oltre che sbagliata, la decisione del tribunale dell'Aquila di rimuovere il crocifisso da una scuola materna. Essa è palesemente il frutto d'una concezione culturalmente, prima ancora che eticamente, relativistica, che finisce col mettere sullo stesso piano culturale ed etico tutte le forme di civilizzazione che si sono sviluppate nel corso dei secoli nel mondo e che, quindi, tende a escludere che la nostra possa godere d'un trattamento «formalmente» privilegiato nei confronti delle altre qual è, appunto, l'esposizione del crocifisso. Ci scommetterei che il giudice cui si deve la sentenza è convinto di aver fatto valere, con la decisione di far rimuovere il crocifisso, un principio di giustizia: poiché la sua esposizione è una sorta di discriminante nei confronti delle altre religioni di cui non si espongono i simboli, per evitare discriminazioni è «giusto» non esporre anche il crocifisso. Singolare modo di interpretare non solo la giustizia, ma la stessa storia delle civiltà.
 
Il crocifisso, infatti, non è più (solo) un simbolo religioso, bensì è (anche, se non soprattutto) il simbolo della cultura giudaico-cristiana che, a sua volta, si è storicamente, politicamente, socialmente e persino economicamente, oltre che eticamente, concretata nelle forme attraverso le quali si sostanzia la nostra civiltà. Una civiltà, quella giudaico-cristiana, che, piaccia o no, ha prodotto più libertà, più giustizia, più benessere di ogni altra e che, piaccia o no, si è rivelata, quindi, più fertile di ogni altra per l'affermazione della personalità e della dignità degli uomini in carne e ossa. Se hanno avuto un senso, ieri, le lotte condotte in nome dell'umanesimo giudaico-cristiano e liberale contro ogni forma di dispotismo e per la conquista - o la riconquista - dei diritti, politici, economici, sociali, di cui godono, oggi, gli esseri umani nelle democrazie liberali, non può evidentemente averne alcuno relativizzarne l'importanza rispetto ad altre civiltà che non hanno percorso lo stesso cammino, pagato un tributo altrettanto alto e raggiunto gli stessi risultati.
 
E, allora, in che cosa consiste la pericolosità della sentenza dell'Aquila? E' presto detto: se, in omaggio a un malinteso relativismo culturale ed etico, rinunciamo ad affermare i nostri valori, anche attraverso i simboli che li rappresentano, l'integrazione degli immigrati di altra civilizzazione diventa più difficile e la frammentazione della nostra società democratico-liberale rischia di trasformarsi in un fattore di conflitto e quindi di instabilità. Gli Stati Uniti, il Paese che meglio di ogni altro pur ha saputo «fondere» l'assunzione dei diritti e dei doveri propri della cittadinanza americana come fattore di integrazione delle etnie di immigrazione con il riconoscimento di costumi e comportamenti culturalmente «autonomi» rispetto ai valori dell'originaria popolazione protestante, manifestano inquietanti sintomi di instabilità sociale. Il melting pot , il «crogiolo» dentro il quale gli immigrati diventavano «americani», pur restando culturalmente divisi fra loro e dal nucleo protestante originario, è in crisi e le divisioni stanno emergendo anche a livello di «cittadinanza condivisa». E' lecito pensare che, da noi, il pericolo sarebbe ancora maggiore e che, a ben riflettere, anche il giudice dell'Aquila finirebbe col convenirne?
Piero Ostellino
Corriere della sera, 27 ottobre 2003