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Il Covile - N.o 173 (16.11.2003) Marcello Galeotti contro il cattivismo

Questo numero


Nel numero scorso, riferendomi all’attentato di Nassirya, dicevo che poi sarebbe stato il momento della riflessione, in realtà questa era già stata aperta da Marcello Galeotti con una sua lettera di commento alla NL n°171 dedicata al buonismo. Eccola con la mia risposta.
 

Marcello Galeotti contro il cattivismo


Caro Stefano,
ho molto apprezzato le tue citazioni sul realismo, la prudenza e la moralità della conoscenza (esattamente quello che pensava Socrate). Ma perché, mi chiedo, non applicarle, oltre che al buonismo, a quello che potremmo chiamare il "cattivismo"? Alle megalomanie "idealistiche" di Napoleone, Hitler o, si parva magnis, di certi teorici neocon, così sprezzanti, tra l'altro, verso la tradizionale "prudenza" degli oldcon?
 
Lungi da me voler fare di ogni erba un fascio! Ma credo che possa essere individuata, come base comune del "cattivismo", la fede utopica nell'onnipotenza della potenza; la fiducia, che non tollera obiezioni, nella virtù risolutrice e rigeneratrice della forza (ricordi "la violenza levatrice della storia"?); la convinzione, infine, che sia perfettamente rovesciabile la "prudente" (ed equivocata) sentenza di Von Clausewitz.
Non la guerra come continuazione, talvolta, della politica, ma "facciamo, e vinciamo, le guerre; la politica seguirà". Viceversa, domando: a che serve la forza, se non si è capaci, soprattutto, di non usarla?
 
Gli utopisti della "bontà" non cessano di predicare il paradiso il terra; quelli della "cattiveria" si considerano immersi in un perenne infernale conflitto (che, però, talvolta ci presentano come una via sicura per il paradiso). Penso, piuttosto, che noi viviamo sulle aspre pendici del Purgatorio, dove il grande papa Adriano III (oggetto, ho visto, di una recente lectura Dantis), che sapeva “come pesa il gran manto”, ma anche che “lì” (negli affari e nelle cariche cioè) “non si quetava il core”, potrebbe, forse, ancora indicarci un cammino.
 

Io e i neocon


Caro Marcello, non ho nessuna intenzione di fare il difensore d’ufficio dei neocon (che peraltro conosco pochissimo) ma voglio cogliere l’occasione per esprimere qualche mio punto di vista.
Josef Pieper da cui ho tratto la citazione, che hai apprezzato, sulla Prudenza, tratta anche della altre virtù cardinali. Quando parla della Fortezza sottolinea come questa virtù (che, come sappiamo, viene gerarchicamente dopo Prudenza e Giustizia) si eserciti nei modi del resistere e dell’assalire. Pieper cita anche, da Tucidide, il celebre Discorso a caduti di Pericle:
«Giacché anche questa è la nostra maniera: osare più liberamente là dove abbiamo meglio riflettuto. In altri invece soltanto l'ignoranza genera fortezza; la riflessione poi genera pavidità»

Anche quell’arnesaccio di Guy Debord seguiva la lezione dei maestri:
«Gli individui che non agiscono mai vogliono credere che si possa scegliere in tutta libertà l'eccellenza di coloro che verranno a figurare in una lotta, così come il luogo e l'ora in cui sferrare il colpo imparabile e definitivo. Ma no: con ciò che si ha sotto mano, e secondo le non molte posizioni effettivamente attaccabili, ci si getta sull'una o sull'altra non appena si scorge un momento favorevole; se no, si sparisce senza aver fatto nulla.
Lo stratega Sun Tzu ha stabilito da molto tempo che “il vantaggio e il pericolo sono entrambi inerenti alla manovra”. E Clausewitz riconosce che “alla guerra si è sempre nell'incertezza circa la situazione reciproca delle parti. Ci si deve abituare ad agire sempre secondo delle verosimiglianze generali, ed è un'illusione voler attendere il momento in cui si sarà sciolti da ogni ignoranza…”.»
Guy Debord, In girum imus nocte et consumimur igni, in Opere cinematografiche complete, Arcana editrice, Roma, 1980

 
Vengo al punto, ma prima ancora una citazione, questa è di Costanzo Preve, un serissimo pensatore gli esiti del cui pensiero sono spesso opposti ai miei, (è tra i firmatari della manifestazione, ma poi ci sarà?, del prossimo 13 dicembre a favore della “resistenza irakena”) ma che dice anche molte verità. Il brano ci riporta di poco indietro nel tempo:
«Questa scelta [di attaccare la Jugoslavia nel 1999 con una serie di bombardamenti devastanti] fu fatta contro la Costituzione Italiana, che la escludeva esplicitamente, contro la Carta dell'ONU, perché il Consiglio di Sicurezza non l'aveva consentita, e persino contro la stessa Carta della NATO, che era esplicitamente difensiva. Per questa aggressione, motivata da ragioni geopolitiche ed ipocritamente ammantata da motivi umanitari, si inventò una cosa palesemente inesistente e non fattuale, cioè il genocidio e l'espulsione etnica del popolo albanese kossovaro...»
Costanzo Preve, Comunitarismo e Comunismo. Una riflessione storica e filosofica sui due termini

Era il salto in avanti della politica imperiale degli USA. Alla presidenza c’era allora il democratico Clinton, ma oggi tante anime semplici se lo sono già dimenticato e pensano che se Bush non avesse vinto le elezioni la guerra attuale non ci sarebbe stata…
 
Noi all’epoca, ho controllato qualche cosa che scrissi allora insieme ad amici, le cose che dice Preve le vedevamo bene, ma già ne traevamo conseguenze diverse: mentre invocavamo la più rapida costruzione di un esercito europeo affidavamo a D’Alema, allora capo del governo, il compito di valutare le informazioni sulla situazione internazionale, che solo a quel livello (ministeri, servizi, diplomazia, esercito ecc.) è possibile possedere, e di fare la scelta più giusta a partire dall’interesse né di Milosevic né degli americani, ma degli italiani. E questo nonostante che D’Alema non ci fosse per niente simpatico.
Insomma pensavo, e lo penso anch’oggi, che non disponendo dei dati sufficienti, anzi non disponendo di alcun dato, dobbiamo fidarci di quelli che ci governano, sottolineando il nostro amore per la pace e la nostra avversione alla gratuita violenza. E, direi, pregare affinché Qualcuno dia loro il consiglio giusto.
 
Arriviamo ai neocon, il gruppo di teste d’uovo (in gran parte, dicono, di origine trotzkysta e liberal) di cui fanno parte i maggiori consiglieri di Bush. Il fatto che in questo momento siano loro a prendere alcune decisioni imperiali non mi sembra da enfatizzare: penso infatti che al centro del potere USA ci sia da tanto una tale tradizione e organizzazione (anche là varie centrali di intelligence, esercito, università, diplomazia ecc. ma certamente su una scala ben più vasta e con diversi mezzi e qualità) che fa sì che se a decidere si fossero trovati gli amici di Al Gore le scelte sarebbero state identiche.
 
Tutta la differenza non sta perciò nelle scelte, ma nel modo di gestirle. I conservatori, infatti, appaiono ben decisi ad usare le stesse per il rafforzamento di quella ripresa morale, prima di tutto della gioventù, che in tanti auspichiamo dopo anni di deriva nichilista. Ma di questo, che è il tema fondamentale che propongono Paolo Sorbi, Pietro De Marco ed altri, ne riparleremo.
 
Ritorno ora a Pieper, da cui sono così confusamente partito, e alla virtù della Fortezza; la mia esperienza di vita mi impedisce di avere un’opzione pregiudiziale a favore delle colombe piuttosto che dei falchi: troppe volte ho visto, nei rapporti tra persone, un atteggiamento poco risoluto prolungare e moltiplicare i conflitti. Considero quindi la rinuncia alla deterrenza una colpevole follia. Va da sé che atteggiamenti aprioristicamente a favore della guerra o che non facciano discendere la scelta dell’attacco dalla sua inevitabilità, siano del tutto inaccettabili.