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Il Covile - N.o 174 (20.11.2003) Graziano Grazzini oltre buonismi e cattivismi

Questo numero


Due lettere dagli amici. Marcello Galeotti puntualizza sulla mia alluvionale replica alla sua proposta di riflessione sul “cattivismo”:
«Caro Stefano,
non ho intenzione né capacità di entrare in una vasta analisi politica, a causa di una mia “limitata” provocazione.
Mi limiterò, dunque, ulteriormente, ad una osservazione sul penultimo paragrafo della tua risposta.
La ripresa o rinascita morale della gioventù è sempre stata a cuore a tutti i regimi, dai “buoni” ai “pessimi”. Anch'io, naturalmente, da insegnante, mi preoccupo dell'educazione dei giovani. Ma, forse, ho gusti più “socratici”.
Marcello»
Graziano Grazzini invita ad andare oltre “buonismi e cattivismi”:
«Caro Stefano,
Il dibattito, come tutti gli “ismi”, porta con sé qualcosa di ideologico.
Mi fa piacere girarti il breve intervento che ho avuto modo di leggere alla manifestazione unitaria di ieri al Palasport sul terrorismo.
Il contesto richiedeva ricerca di unità, ma qualcosa ho cercato di dire lo stesso...
Graziano»
giudicate voi, io mi riconosco nelle sue parole.
 

Manifestazione contro il terrorismo - Firenze, 19.11.2003 - L’intervento di Graziano Grazzini (Vicepresidente del Consiglio Comunale)


C’è qualcosa che sa di vertigine e mistero nella testa di chi passa da una forma, anche aspra, di contrapposizione politica all’ impugnare una pistola. Certo, almeno nella nostra Italia, non è spiegabile né con estrema indigenza né con sprovvedutezza culturale. C’è un’evidente esasperazione politico-ideologica. Ma i terroristi italiani aspirano ad una società più giusta? Rivendicano più partecipazione e democrazia? Vogliono una giustizia più equa? Nulla di tutto questo, né durante gli anni di piombo né oggi. Sognano e pretendono società così perfette e giuste nelle quali magicamente scompare il male, il limite e la contraddizione che l’uomo, ontologicamente, si porta addosso. Detestano la realtà e mitizzano un’utopia, troppo spesso nemica dell’uomo e generatrice di violenza.
 
Ecco perché il terrorismo delle brigate rosse è nemico del popolo italiano, nemico della Repubblica, nemico della pace e della libertà. Per conseguire tali traguardi, il nostro Stato democratico è nato versando sangue, ed oggi ha il dovere di combattere senza tregua questa battaglia. E la combatte, con le sue Forze Armate, anche in altre parti del mondo dove si difendono i diritti fondamentali dell’uomo. I nostri carabinieri e i nostri soldati, anche in Iraq, non sono andati ad invadere un territorio o a colonizzare un popolo, sono lì per una missione di pace e di ricostruzione di uno Stato democratico. Ma è inutile negare che neppure la chiarezza di questo giudizio e l’orgoglio dell’appartenenza al popolo italiano, ci risparmia amarezza e preoccupazione, non solo per i caduti e per il vuoto di cui quotidianamente soffrono i loro cari, ma per le lacerazioni del nostro popolo, che vede ciclicamente qualche suo figlio intossicarsi col veleno del manicheismo ideologico.
 
La nostra passione civile non ci impedisce di constatare che la politica, ogni politica, ha limiti strutturali. L’utopia è nemica del realismo, rifiuta l’evidenza che ogni tentativo umano è approssimato rispetto al desiderio di felicità e di pienezza che l’uomo, ogni uomo in quanto tale, porta con sé. Spendersi per un progetto ideale di società è quanto di più affascinante ci possa essere, ma nello stesso tempo occorre la consapevolezza che l’orizzonte della vita è più grande di quello della politica. Non chiediamo ad essa ciò che non ha potere di regalare. Confidiamo semmai nella straordinaria capacità del popolo italiano di trasmettere quanto di meglio c’è nella tradizione dei padri: una naturale propensione alla creatività, all’operosità, allo spirito di sacrificio e di condivisione.
 
Pier Paolo Pasolini chiamava i giovani che negli anni settanta volevano cambiare il mondo facendo leva solo sui buoni sentimenti ed esaltando l’organizzazione, “generazione sfortunata”, perché non aveva avuto tempo e modo di commuoversi di fronte ai tabernacoli degli antichi o di fronte a un pittore del cinquecento. E, avendo rifiutato una tradizione si ritrovava senza radici ad affrontare il presente. Qualcuno di loro ne pagò poi prezzi altissimi, oltre a seminare lutti e ferite.
 
Oggi in una fase in cui si generano, a tutti i livelli, condizioni di scontro e divisione, come educare i nostri figli a perseguire il bene, a sperare pur dentro le contraddizioni, a diventare adulti veramente liberi? Urge sentire il problema educativo come la prima emergenza nella ricostruzione dell’umano. C’è davvero bisogno che l’uomo sia accompagnato alla scoperta del significato di sé, che impari a stupirsi della meraviglia del suo esistere e della sua libertà. E allora, dove non arrivano le analisi della politica può la preghiera, non come fuga ma come gesto di realismo estremo. Il Papa, lui sì vero rivoluzionario, la chiama “solidarietà orante” nel suo incessante chiedere che la misericordia di Dio accolga i caduti, conforti il dolore di chi soffre, moltiplichi uomini ed ambiti dove si possa essere educati a vincere l’estraneità e ad estirpare l’odio fra gli uomini e fra i popoli.