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Il Covile - N.o 182 (9.1.2004) Interviene Giuliano Di Tanna: «La meglio gioventù»

Questo numero


Anche questa volta un nuovo intervenuto, Giuliano Di Tanna. Ha scoperto la nostra newsletter in rete, ci si è abbastanza ritrovato ed ha subito inviato un contributo: una recensione sulla Meglio gioventù, comparsa il 19 dicembre su il Centro, il quotidiano abruzzese del quale è caposervizio del settore cultura. Sono completamente d’accordo.
 

La meglio gioventù, la storia secondo i vincitori (di Giuliano Di Tanna)


I conti non tornano, fin dal titolo, in questo film di Marco Tullio Giordana. «La meglio gioventù» è il titolo di una raccolta di poesie in dialetto friulano pubblicata da Pier Paolo Pasolini nel 1954, cinque anni dopo la sua cacciata dall'Eden della terra materna con l'accusa di molestie sessuali a un ragazzo. Non tornano i conti perché il nome di Pasolini che Giordana invoca come penate della sua heimat italiana è l'intellettuale della sinistra italiana che disse parole chiare su quella gioventù del Sessantotto che il fluviale film di sei ore del regista milanese - trasmesso dalla Rai, in tre tranche, nelle settimane scorse - intende celebrare, attraverso la parabola viscontiana di due fratelli, Nicola e Matteo Carati, interpretati da Luigi Lo Cascio e Alessio Boni.
 
Una vicenda che, prendendo le mosse dall'alluvione di Firenze, arriva fino ai giorni nostri. Con la forza rivelatrice di un lapsus freudiano, la saga si apre e si chiude su un atto di restauro - quello degli «Angeli del fango» nella Firenze del '66 e il mestiere della figlia di Nicola - svelando così la natura e il destino di una generazione.
 
Parole chiare in forma di versi, quelle di Pasolini, pronunciate proprio nel 1968, in una poesia pubblicata dal quotidiano comunista Paese Sera, all'indomani degli scontri, avvenuti il 1º marzo di quell'anno, tra la polizia e gli studenti a Valle Giulia nei pressi della facoltà di architettura che il nascente movimento italiano di contestazione - come si chiamava allora - intendeva rioccupare dopo lo sgombero forzato avvenuto la settimana prima. Tra gli studenti in rivolta e i poliziotti, il poeta delle «Ceneri di Gramsci» scelse di stare dalla parte dei secondi, sfidando il politicamente corretto che celebrava le sue prove generali di sistema totalizzante di pensiero. In versi liberi, scriveva Pasolini, rivolgendosi agli universitari ribelli:
«È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.».

La meglio gioventù, dunque, per Pasolini - nume tutelare di Giordana - stava dall'altra parte, non per scelta ideologica, ma per mera appartenenza di classe, di censo. Lo scrittore - con la forza profetica dei poeti - aveva intuito subito, all'alba dell'epos del Sessantotto, la natura vera dei protagonisti in campo e della posta in gioco: la perpetuazione del dominio sulle classi svantaggiate - proletariato, piccola borghesia - da parte della borghesia italiana che delegava al compito i suoi figli «ribelli» esperti, allora come oggi, nella manipolazione affabulatoria della realtà.
 
Verrebbe da chiedere: se la «meglio gioventù» era quella che ha partorito l'inferno degli Anni di piombo, qual era la «peggio gioventù»? Quella che prendeva la strada dell' emigrazione in Italia del nord o all'estero? Quella dei figli delle classi povere che sbarcavano il loro lunario di cittadini e di studenti nella società e nelle fabbriche, cercando un riscatto di classe nel lavoro e, soprattutto, in quella scuola che i loro coetanei ricchi della «meglio gioventù» volevano fare a pezzi perché sicuri di poter contare su altre agenzie di promozione sociale?
 
Il film di Giordana perpetua una versione della storia di quella generazione che chiunque oggi abbia più di 45 anni e l'onestà intellettuale di guardare con occhi limpidi al proprio passato non può che percepire come inautentica.
 
Il Sessantotto che il regista della «Meglio gioventù» racconta è esemplare di quella storia scritta dai vincitori - la borghesia - contro la quale quella generazione diceva di battersi. Nessuno è responsabile e tutti sono innocenti nel racconto di Giordana: né la moglie di Nicola - diventato psichiatra dopo gli astratti furori della gioventù - che prende la via del terrorismo; né il personaggio interpretato da Fabrizio Gifuni, l'amico del protagonista, che, al rompete le righe della fine degli anni Settanta, entra in Banca d'Italia.
 
In una scena del film Nicola (Lo Cascio) è alla festa di matrimonio di sua sorella con Carlo (Gifuni). Siamo nel 1980, l'anno dei 23 mila licenziamenti alla Fiat. I due personaggi sono seduti in giardino mentre in sala impazza la festa. Con loro c'è Claudio (Vitale Micavi) un loro amico degli anni delle lotte, un operaio della Fiat che mostra la lettera di licenziamento che ha appena ricevuto. Nicola si rivolge a Carlo dicendo: «E' inaccettabile, dobbiamo fare qualcosa». Ma Carlo, fresco dirigente di Bankitalia, gela l'ardore del neo-cognato: «Che vuoi fare? Il sistema produttivo si sta ristrutturando». Le voci si alzano, tra i due sta per scoppiare una lite quando interviene l'operaio meridionale emigrato a Torino, che li tranquillizza (il licenziato è lui, ricordate?): «Ma dài, che sarà mai? Mi metterò a fare altri lavoretti. Non voglio che litighiate adesso». L'operaio ritorna nella sala e chiede al complessino di suonare «Anatomia» (Amado Mio, di nuovo Pasolini). Poi, mentre lui balla con movenze comiche, la macchina da presa stacca sui due rimasti seduti fuori. Lo Cascio sorride. Gifuni gli rimanda il sorriso. Come a dire: ha ragione lui, non vale la pena rompere un 'amicizia per questa cosa, il licenziamento. E' lui stesso, l'operaio licenziato, che ci chiede di non pensarci. Vedi come è contento? Sta ballando di là. Possiamo continuare come prima.
 
Ammettere una cesura tra il se stesso di prima e quest'altro di dopo comporterebbe un'autocritica incompatibile con l'intenzione di quella generazione - e di Giordana - di perpetuare una versione utile di un'autobiografia che, prima che generazionale, è di classe.
 
Utile, innanzitutto, all'industria cultrale che non ha mai cessato di blandire i reduci dei «formidabili» anni.
 
Theodor W.Adorno, un autore molto citato e poco letto dai ragazzi del Sessantotto, intitola «Il cliente è servito» il paragrafo 129 dei suoi Minima Moralia in cui annota: «L'industria culturale pretende ipocritamente di regolarsi sui consumatori e di fornire loro ciò che desiderano». E poi aggiunge: «L' industria culturale, anziché adattarsi alle reazioni dei clienti, le crea o le inventa». E' ciò che accade con prodotti come «La meglio gioventù». I dati di ascolto del film analizzati nei giorni scorsi dal critico televisivo del Corriere della Sera, Aldo Grasso, tracciavano questo identikit del telespettatore prevalente della «Meglio gioventù»: donna, sopra i 40 anni, di istruzione universitaria, di fascia di reddito medio-alta, residente nell'Italia centromeridionale. Questo identikit spiega bene la pervasiva capacità dell'industria culturale di individuare e soddisfare i suoi clienti. Il mercato dei «consumatori» del Sessantotto coincide e si sovrappone con quello di chi realizza e vende i prodotti di un'interminabile rilettura apologetica di quegli anni.
 
C'è stato un tempo, però, in cui anche chi oggi guarda a quella stagione come a un avventuroso bildungsroman generazionale dal quale erano assenti il tradimento di classe e l'opportunismo, raccontava una storia diversa. Per esempio, lo stesso Giordana. Era il 1980. Nel suo film di esordio, «Maledetti vi amerò», il protagonista, interpretato da Flavio Bucci, è un reduce del Sessantotto che torna a Milano dal Perù dove si arrangia vendendo berrettini andini. Gli ex compagni di un tempo, presso i quali pensava di trovare l'asilo e la solidarietà di un tempo, lo ignorano. Il reduce alla fine si fa ammazzare. Ma poco prima accade questo. Con la sua voce fuori campo, in una lunga panoramica in soggettiva sui palazzi della borghesia milanese, Bucci racconta che lì, dietro quelle facciate, negli anni dell'assalto al cielo, lui, come altri figli della pasoliniana umile Italia, veniva invitato per merenda dai «compagni» più ricchi. Per un attimo, aggiunge, essi pensarono di aver acquisito per sempre il diritto di far parte di quei gruppi di famiglia in un interno. Ma il rompete le righe del dopo-Moro avrebbe strappato il velo che nascondeva la realtà di rapporti di classe immutati, neppure scalfiti dalla retorica della contestazione.
 
Adorno, che guardava al Novecento come al teatro sul quale si dispiega la falsa coscienza della modernità, scrive, nel paragrafo 117, «Il servo padrone», dei suoi Minima Moralia: «Le persone colte e raffinate hanno un debole per quelle comuni, poiché si illudono di trovare, nella loro rozzezza elementare, ciò di cui li priva la loro urbanità e cultura. Essi non sanno che la rozzezza, che appare ai loro occhi come natura anarchica, non è che una risposta indotta dalla coercizione a cui essi si ribellano».
 
Giuliano Di Tanna