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Il Covile - N.o 183 (11.1.2004) Interviene Riccardo De Benedetti

Questo numero


Gli amici continuano a mostrarsi attenti e produttivi, ma andiamo per ordine.
 
Nella numero 181 ho pubblicato una scheda di Giorgio Ragazzini sui progressi della libertà nel mondo nell'ultimo trentennio, Gianluca Braccini ha chiesto chiarimenti:
“Ho trovato molto interessante lo studio da te riportato nella tua newsletter su numero e percentuale dei paesi liberi, parzialmente liberi, non liberi presenti nel mondo. Per essere completo il lavoro, dovrebbe essere esplicitato come si individua la classe di appartenenza per una nazione, in base a quali criteri avviene la scelta? Tanto per essere chiaro, per molti nostri connazionali anche il nostro paese è un paese non libero.
Gianluca”

Così risponde Giorgio:
“Caro Stefano, io stesso mi ripromettevo di approfondire la questione, ma finora non ne ho avuto il tempo. La Freedom House, fondata da Eleanor Roosevelt e altri, mi pare senz'altro una cosa seria. Ne avevo sentito parlare di recente a proposito delle iniziative radicali per fondare un'Organizzazione mondiale delle democrazie e mi ci sono imbattuto di nuovo cercando dei dati sullo sviluppo della democrazia nel mondo. Mi serviranno per il programma di Geografia che sto svolgendo con i miei allievi di terza media. Se mi dai qualche giorno, posso cercare di sintetizzare le diverse pagine che il sito della FH dedica alla metodologia della ricerca. Altrimenti tu e Gianluca potete andare direttamente sul sito.
Posso anticiparti che i paesi vengono esaminati sotto due profili principali: Diritti politici e Libertà civili. Per ciascuno di questi due ambiti ricevono un punteggio da 1 (il migliore) a 7 (il peggiore). Nel rapporto annuale viene spesso data anche un'indicazione sulla tendenza al miglioramento o al peggioramento nei due ambiti o in uno di essi. Questo sulla base di una sfilza di quesiti. […]”

Sulla numero 182, che riportava una recensione di Giuliano Di Tanna a La meglio gioventù si è fatto vivo Riccardo De Benedetti:
Caro Stefano,
non ho visto il film... mi avrebbe fatto troppo arrabbiare. Ma ho letto la recensione che hai opportunamente diffuso. Ti invio la mia testimonianza... È un pezzo della mia storia personale. Sono pagine che avevo scritto meno di dieci anni fa e che insieme ad altre non hanno trovato un editore. Quello che descrivo è tutto rigorosamente vero, nel senso che le cose sono andate così. Sono uscito dall'incubo rivoluzionario grazie (sic) alla tragedia che descrivo. Oggi, intorno alla lapide che ricorda lo studente Alberto Brasili, al civico 2 di via Civitali a Milano, stazionano pusher magrebini, donne col velo e la tintoria del profugo istriano è diventata un phone center. I partigiani della sezione ANPI sono tutti morti e sui muri di via Tracia una scritta nera come la pece chiede la pena di morte contro i pedofili...
Riccardo

Mi è parsa bellissima. Eccola.
 

Le madri (di Riccardo De Benedetti)


La Storia si è impadronita dei
nostri nomi, si è servita di
ciascuno di essi per comporre, un
giorno, il suo.

Edmond Jabès

Dalle mie illusioni sono stato strappato quasi subito. Ho cominciato a capirlo mentre percorrevo la strada per andare alla scuola elementare. I muri delle case popolari non avevano balconi ma solo finestre con i cordoli sbocconcellati e cadenti. Il cemento del dopoguerra, impastato con la polvere dei bombardamenti, veniva lavato via dalle piogge e dai becchi insani di piccioni inquinati, un poco alla volta, fino a che non si vedeva l’anima di ferro arrugginita.
 
I balconi erano all’interno, davano su giardini incolti e arruffati quando la stagione era umida e polverosi quando era secca, pieni di sterpaglie e qualche robinia, di quelle piantate durante la guerra perché davano legna da ardere in fretta.
 
C’erano anche dei pini, ma così stretti tra un falansterio e l’altro che crescevano in fretta solo per poter superare il tetto e fuggire verso il cielo. Per questo io e le mie sorelline li guardavamo dalla finestra della camera da letto, per lungo tempo, assorti, come se avessimo potuto crescere in fretta anche noi per volar via con loro.
 
Poi, dopo la scuola elementare, vennero gli anni in cui ciò che da tempo stava morendo in quel quartiere credeva ancora di poter rivivere una nuova gioventù, una fioritura tardiva, forse un riscatto.
 
La politica si affacciava allora alle finestre, i pugni chiusi uscivano dalle tasche e rispondevano al corteo che passava sulla strada. L’anarchico Pinelli morì e il bar all’angolo di via Morgantini con via Civitali rimase chiuso per qualche tempo.
 
Ero appena tornato dal seminario, ad Arcore, e le nuove cose non avevano ancora trovato il posto giusto nella mia testa. Iniziavo a frequentare le scuole superiori e gli altri mi venivano incontro tra una manifestazione e l’altra, come se fossero le comparse di un film con un’unica scena, eternamente ripetuta, obbligata e monotona, con i ruoli assegnati da sempre e per sempre. Il mio era quello di arrancare, allungando il passo e il collo per vedere l’inizio o la fine del corteo. Il perché e la direzione di marcia, nessuno veniva a dircelo e nessuno lo chiedeva, l’importante era correre quando si doveva, anche tirare i sassi se qualcuno iniziava a farlo. Nulla di più. Quelle manifestazioni avevo cominciato a vederle in collegio, alla televisione. A casa mia non c’era televisione. Ne sentiva parlare alla radio mia madre, e non ne era felice.
 
Poi alla periferia del quartiere, cioè in direzione del centro, vennero i fascisti. Aprirono una sede in viale Murillo, proprio al numero civico in cui abitava Giulio. Ogni sabato volavano i sassi della sede tranviaria di via Faruffini. I fascisti io non riuscivo a vederli, ero coperto dagli altri, più alti e più grossi di me. Anche più pesanti, perché portavano le spranghe e le bottiglie incendiarie.
 
Non c’era nessuna autodifesa, nessuna provocazione, c’era solo una rabbia spettrale, ideale, e anche se è difficile crederci, fredda, in quegli attacchi ritualizzati. Gli altri, i fascisti, ci aspettavano le loro intenzioni erano solo quelle di farci retrocedere, ma non andavano mai oltre l’incrocio con via Ricciarelli.
 
Rispettavano un territorio già segnato dal Duce di cui erano nostalgici, forse, perché le case che si affacciavano per prime erano tra le prime case popolari costruite dal regime a Milano. Il regime, edificando quelle case in quella disposizione, ebbe il tempo di costruire soltanto la X di ciò che dall’alto si doveva poter leggere come una parola composta da caseggiati: DUX. Il centro della X era piazza Selinunte, il raggio a ovest erano le case oltre le quali nessun fascista si sarebbe mai avventurato.
 
Ci fu anche qualche sparo e poi via, chi nella propria tana, chi al bar di via Gigante, chi alla sede dell’ANPI di via Mar Jonio, dove qualche partigiano bevuto insisteva a dirci dove si trovavano i depositi delle armi dei tempi di guerra.
 
E più d’uno li prese anche in parola. Credette alla guerra, quella di allora e quella che combatteva come se fosse la sua e non invece l’eco distante e ripetuta di una tragedia con personaggi che ormai da tempo avevano trovato il loro posto su libri di storia scritti male, o forse neppure scritti. Se quei vecchi volevano passare il testimone a qualcuno lo stavano facendo nel modo peggiore, anche se non potevano che fare così. Sconfitti dalla loro stessa vittoria, credevano che la nuova fosse una generazione vincente per il semplice fatto di mostrarsi con le caratteristiche proprie di ogni giovinezza, quindi anche di quella che fu la loro. Il balsamo che serviva a mitigare gli anni della loro disperazione impotente si sarebbe presto rovinosamente corrotto.
 
I fascisti colpirono duro. Colpirono, del tutto casualmente, al civico 2 di via Civitali. Alberto fu accoltellato in via Mascagni, poco oltre piazza San Babila, una sera di aprile da giovani che avevano la sua stessa età. Lo lessi la mattina presto sul “Giorno” che mio padre, già in pensione, mi portava appena mi svegliavo. Lavoravo già da qualche anno nel quotidiano cattolico come avventizio. La notte prima non ero stato chiamato per la solita sostituzione e volevo andare in università per seguire almeno qualche lezione.
 
Scesi le scale come mi avviene spesso di sognare: a balzelloni di quattro o cinque gradini. Ricadevo pesantemente sul pianerottolo, che tremava, incerto se continuare a sorreggermi o precipitare definitivamente.
 
L’assemblea in Statale non era stata convocata da nessuno dei numerosi gruppi extraparlamentari che praticamente la governavano, ma spontaneamente da qualche studente che aveva letto la notizia sui giornali. L’aula magna era semivuota. Evidentemente nessuno conosceva Alberto.
 
Eravamo stati compagni di scuola alle elementari e capitava che mia madre ci accompagnava insieme la mattina presto, soprattutto quando si seguiva la novena dell’Immacolata e quella di Natale perché bisognava passare prima dalla chiesa di piazza Esquilino a recitare le preghiere e quindi svegliarsi presto ancora con il buio della notte.
 
Si passava dall’orrida via Tracia, già allora sporca di cani e altre cose informi, cadute sul marciapiede chissà da dove, nella luce dei pochi lampioni sospesi nel mezzo della strada. Le cartelle proiettavano ombre malferme e veloci come i nostri passi tra le prospettive sbilenche di uno sfondo di cartone, così ci apparivano i muri rosi di quelle case.
 
Mia madre aggiustava spesso le asole dei bottoni alla madre di Alberto. Una conoscenza di buon vicinato, nulla di più, perché la riservatezza, o la diffidenza meridionale di mia madre non consentiva altro. Il padre di Alberto, invece, lavorava alla Recordati, la ditta farmaceutica alla fine della via, solo un poco discosta dal 2 e sulla parte opposta; una fabbrica che spesso, quando l’aria era bassa, ci inondava di odore d’ospedale. Un odore acre, stomachevole eppure sottilmente inebriante avvolgeva quelle nostre mattine. Segno che cambiava il tempo, di lì a poco avrebbe preso a piovere, la puzza sarebbe scomparsa. Alberto non faceva politica. Almeno non la faceva lì da noi, tra la via Civitali, l’Aretusa e piazza Selinunte. A dire il vero il gruppo che si era formato quell’anno nella nostra via aveva preso inizio quando erano stati uccisi Varalli e Zibecchi. Ci si era trovati per caso, ma anche perché le madri già si conoscevano e parlavano dei loro figli tra loro, era come se ci fossimo sempre visti. Tra speranze di lavoro e inizi promettenti di studi, ora che non si doveva più percorrere l’orrido di via Tracia, ci conoscevamo già tutti. C’era anche Roberto, il fratello di quella ragazzina bionda per il cui sguardo di “bagiana” le avevo buscate da piccolo da un mio compagno che finì per militare nel Movimento studentesco e per poco non me le ridava con le spranghe parecchi anni dopo, questa volta perché ero di Lotta Continua.
 
Io portavo gli avanzi della carta che alimentava la rotativa. Erano dei tubi di cartone con ancora molta carta arrotolata, destinata a finire al macero. Prima di uscire dall’ufficio scendevo nella rotativa e ne prendevo uno. Facevo passare uno spago da un capo all’altro e così, comodamente a tracolla, lo portavo da piazza Cavour in via Civitali. La carta ci serviva per scrivere i manifesti e per preparare gli striscioni che appendevamo alla cancellata delle case popolari, cioè della mia.
 
Per diversi mesi e per i più diversi motivi il muro di cinta di quelle case ospitò i nostri inviti alla lotta, il ricordo dei morti, la rabbia per ingiustizie immaginate o patite per procura. Anche perché l’unica vera ingiustizia per cui valesse la pena lottare era il fatto di vivere ancora in quelle case, che lottando, però, finivano per sembrarci, chissà perché, belle e accoglienti. L’ultimo striscione fu dedicato ad Alceste Campanile “ucciso per mano dei fascisti” che fascisti non erano ma “nostri” compagni di lotta, anzi “suoi” compagni di lotta. Proprio uno spiacevole equivoco che non avemmo più avuto modo di chiarire a coloro che allora leggevano i nostri striscioni. Ma prima di Alceste ci fu l’“equivoco” Alberto.
 
Guadagnata l’aula magna capii subito che non era come le altre volte, come per Varalli, come per Franceschi, c’era una mancanza di tensione, un’assenza quasi totale di partecipazione che mi procurò un’ansia e uno scoramento prima sottile, man mano sordo e spesso, come un rancore. Un risentimento incontenibile che non mi ha più abbandonato, e che ha continuato a incidermi dentro come fosse un bulino fine e appuntito, per tutti gli anni successivi, almeno fino al rapimento di Aldo Moro. Ma ci sono voluti almeno altri dieci anni per formulare la mia definitiva e completa emancipazione da quel periodo, da quella storia, da quell’ansia.
 
Dal microfono dell’aula magna giungeva solo qualche intervento di generico invito alla mobilitazione antifascista. Una ragazza coi capelli nerissimi, che poi mi ricordai, era amica di Alberto e che abitava dal lato buono di via Civitali, quello dei numeri dispari, fuori dalla X, accennò a qualcosa come una manifestazione, ma non se ne fece niente.
 
La sinistra extraparlamentare, come quella parlamentare, del resto, dopo una rapida conta di chi c’era e di chi non c’era, non riconobbe Alberto tra i suoi morti, e per questo non valeva la ritorsione e la messa a ferro e a fuoco della città.
 
Era, come più tardi compresi, una questione di appartenenza, e Alberto apparteneva “solo” a suo padre e sua madre e, tuttalpiù a quella X di strade e di case che formavano il Sansiretto.
 
In fondo andava a braccetto con la ragazza in via Mascagni, nei pressi di piazza San Babila, doveva saperlo che lì era zona di fasci. L’ignoranza si paga, quando manca la coscienza di classe, non è vero?, manca anche il senso dell’orientamento!
 
La portinaia, la signora Gianna, la Bresciana, che faceva l’assistente e qualcos’altro ancora al dentista, il signor Alberganti, che sarebbe morto qualche mese dopo, quella con la faccia da cul de can de cacia, insomma gli abitanti del 2 e del 4, tutti fermi e vicini gli uni agli altri, lì in cortile, si aprirono per lasciar passare una signora distinta, come mia madre chiamava le persone che portano qualche segno del loro buon reddito. Era la madre di Franceschi, lo studente della Bocconi ucciso qualche anno prima dalla polizia e per la morte del quale la mobilitazione attiva dei suoi compagni continuava a coinvolgere la città, i giornali, insomma la Milano civile.
 
Andava a trovare la madre di Alberto per esprimerle una solidarietà politica, nella sventura comune, che non le poteva essere più lontana, estranea e incomprensibile e che, soprattutto, era estranea al dolore che in quel momento l’attanagliava.
 
La madre di Alberto per anni conservò i libri nella medesima posizione in cui suo figlio li aveva lasciati quella sera, sul tavolo dello stretto cucinino, uguale a quello di casa mia dove ogni sera mia madre mi aspettava fino all’ora tarda in cui tornavo dal giornale per scaldarmi un piatto di riso in bianco, per non peggiorare il mal di stomaco.
 
I libri: l’unico, allora, vero segno del riscatto possibile, dello sforzo sovrumano di uscire, di andare oltre quel cucinino, che rimaneva acceso come il mio fino all’una, alle due di notte.
 
Non mi era difficile immaginare come l’interruzione dello studio, quella sera, per andare a cinema, abbia inquietato la madre di Alberto. Non si poteva perdere tempo, sacrificando la preparazione degli esami, bisognava finire al più presto, se no l’impresa non valeva la spesa.
 
Tutto questo la madre di Alberto lo aveva fermato, nella medesima posizione, e se il tempo del lutto per una madre vive nella cancellazione del futuro ormai privo di senso, per quella di Alberto doveva garantire anche la reversibilità del tempo, la cancellazione di quella piccola falla nella volontà del figlio, quel suo venir meno, improvviso e inspiegabile, all’impegno per lo studio.
 
Quei libri immobili, quelle pagine aperte erano lì a testimoniare che nulla avrebbe fatto desistere il figlio dalla realizzazione del proprio futuro, se solo quel figlio fosse stato ancora lì.
 
Qualcosa comunque alla fine venne fatto per organizzare un funerale decentemente “politico”. La locale sezione dell’ANPI e i vari raggruppamenti della sinistra del quartiere garantirono una presenza sufficiente a non far sembrare il funerale di Alberto quello di un ragazzo ucciso in un incidente stradale. Davanti al corteo funebre, subito dietro la croce la bandiera di Lotta Continua era issata su un’asta alta e flessibile, innocua, come altre volte non lo era stata.
 
Portammo a turno la bara sulle spalle fino al sagrato della chiesa in cui avevo fatto il chierichetto e in cui non avevo rimesso piede da quando ero tornato dal seminario.
 
I militanti comunisti, ovviamente, non entrarono in chiesa. Io arrivai fino al catafalco sotto l’altare e me ne uscii, seguito dallo sguardo di rimprovero di mia madre: mi sentivo anch’io un militante comunista e ateo. Il giorno dopo sul giornale cattolico in cui lavoravo c’era la mia mano sulla bara, il viso nascosto dal corpo di chi mi precedeva nel sorreggerla.
 
Dopo la funzione i pugni chiusi intorno alla bara e l’inno di Lotta Continua: “Siamo operai, lavoratori, divisi fino a ieri, siamo studenti pastori sardi …, ma ora lotta, lotta di lunga durata, lotta di popolo armata, lotta continua sarà...”.
 
È stata tutta un’altra cosa.
 
Milano, 1996
Riccardo De Benedetti