Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 184 (19.1.2004) Charles Peguy per Adriano Bossini

Questo numero


è dedicato all’amico Adriano Bossini, al quale ho spesso parlato del ragionamento di Peguy e del mio sostenere che «la cosa più straordinaria è che questo è ancora vero». Un piccolo brano di Heinrich Böll conferma la tesi del vulcanico francese.
 

Charles P. Peguy

«I nostri maestri di allora, non erano soltanto uomini della vec­chia Francia. In fondo, ci insegnavano la morale stessa e l'essenza della vecchia Francia. Forse saranno sorpresi: ci insegnavano le stesse cose che ci insegnavano i preti. E i preti ci insegnavano le stesse cose che ci insegnavano loro. Tutte le loro divergenze metafisiche erano poca cosa in confronto a questa profonda comunione, al fatto di essere della stessa razza, di appartenere ad una medesima epoca, ad una stessa Francia, ad uno stesso regime. Ad una stessa disciplina. Ad uno stesso mondo. Quello che dicevano i preti, in fondo lo dicevano anche i maestri. Perché gli uni e gli altri insieme, davano un insegnamento.
 
Gli uni e gli altri, e con loro i nostri genitori, e i nostri genitori molto prima di loro, ci dicevano, ci insegnavano questa stupida morale che ha edificato la Francia, che ancora oggi le impedisce di disgregarsi. Questa stupida morale nella quale abbiamo creduto tanto. Alla quale, sciocchi che siamo, e poco scientifici, malgra­do le opposte prove di fatto, alla quale ci aggrappiamo disperatamente nell'intimo dei nostri cuori. Questo pensiero fisso della nostra solitudine, ci viene da tutti costoro. Tutti e tre ci insegnavano que­sta morale, ci dicevano che un uomo che fa bene il suo lavoro e che si comporta bene, è sempre sicuro che nulla verrà a mancar­gli. La cosa più straordinaria è che loro ci credevano. E la cosa più straordinaria è che questo era vero.
 
Gli uni paternamente, e maternamente; gli altri scolasticamente, intellettualmente, laicamente; i terzi devotamente, religiosamente; tutti con competenza, tutti paternamente, tutti con molto sentimento insegnavano, credevano, constatavano questa stupida morale: (che è il nostro solo rifugio, la nostra risorsa segreta): e cioè, che un uomo che lavora il più possibile, che non abbia grandi vizi, che non sia un giocatore o un ubriacone, è sempre sicuro di non mancare di nulla e, come diceva mia madre, avrà sempre un pane per la vecchiaia. Questo lo credevano tutti, con una fede antica e radicata, con una convinzione incrollabile, che ancora non era stata scossa: l'uomo ragionevole e che si comporta bene, l'uomo laborioso, doveva avere la ferma certezza di non morire mai di fame. E inoltre era sicuro di poter sempre mantenere la sua famiglia. Di trovare sempre lavoro e di guadagnarsi sempre da vivere.[…]
 
Ci si chiede da dove sia venuta, come abbia potuto nascere una credenza così stupida, (il nostro segreto profondo, la nostra ultima e segreta regola, la nostra regola di vita segretamente accarezzata); ci si chiede da dove sia venuta, come abbia potuto nascere un'idea così poco ragionevole, un giudizio sulla vita così totalmente insostenibile. Inutile chiederselo. Questa morale non era stupida. Allora, era giusta. Anzi, era la sola morale giusta. Questa credenza non era assurda. Era basata sui fatti. E anzi, era la sola ad essere basata sui fatti. Questa opinione non era affatto irragionevole, questo giu­dizio non era affatto insostenibile. Al contrario, era il frutto della realtà più profonda di quei tempi.[…]
 
Nel loro sistema, che era il sistema della realtà, colui che non si esponeva non rischiava assolutamente nulla. Chi tentava, chi voleva evadere dalla povertà, chi puntava sull'evasione dalla povertà, evi­dentemente correva il rischio di ricadere nella più estrema miseria. Ma chi non entrava nel gioco, chi si limitava a vivere nella povertà, senza rischiare, senza esporsi ad alcun rischio non rischiava asso­lutamente di essere ridotto alla miseria. L'accettazione della povertà dava diritto a una specie di diploma, istituiva una specie di contratto. L'uomo che con fermezza si limitava allo stato di povertà non era mai braccato nella povertà stessa. Era un rifugio. Era un asilo.»
La nostra gioventù – Il denaro, UTET, Torino 1972 pp 276-278

 

Heinrich Böll

«[…] Kinkel raccontava l’aneddoto dell’uomo che guadagnava cinquecento marchi al mese e riusciva con quelli a cavarsela bene, poi ne guadagnava mille e si accorgeva che la cosa si faceva più difficile, veniva a trovarsi in gravi difficoltà il giorno che cominciava a guadagnarne duemila e infine, raggiunti i tremila, si accorgeva che le cose cominciavano ad andare di nuovo bene. Quindi formulava la saggezza tratta da questa sua esperienza nella frase: “Fino ai cinquecento al mese va benissimo, ma fra i cinquecento e i tremila è la più nera miseria”.»
Opinioni di un clown, Mondatori, 1990, p. 15