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Il Covile - N.o 188 (2.2.2004) Semplici riflessioni su Zagrebelsky, i giudici, il Politico (di Pietro De Marco)

Questo numero


So che ai nostri è piaciuto molto il numero scorso: Claudio Marcello Rossi e Iacopo Cricelli si sono fatti vivi per dirlo. Ma è un momento produttivo e non ci possiamo fermare.
Di Pietro De Marco, docente all'università di Firenze e allo Studio teologico fio­­ren­tino, specialista in geopolitica religiosa, ho pubblicato nella NL n°133 un lungo intervento sulla guerra in Iraq; l’avevo ripreso (come potete controllare, cito sempre la fonte) dal bel sito che Sandro Magister mantiene in espressonline. L’articolo lo definivo “denso”: si dice così di testi che non si è obbligati a capire alla prima lettura (ed a volte neppure alla seconda). Oggi ho il piacere di pubblicare in anteprima per gli amici altre sue recentissime riflessioni. Avrei detto “dense” anche queste, ma De Marco ha messo nel titolo “semplici” e così è rimasto. Buona lettura.
 

Semplici riflessioni su Zagrebelsky, i giudici, il Politico (di Pietro De Marco)


Non è molto che si è potuto apprezzare, ancora una volta, a Firenze la bella intelligenza di Gustavo Zagrebelsky, in un dibattito su Europa e diritto promosso dalla scuola di Paolo Grossi. Senza niente di preparato dinanzi Zagebelsky ha tracciato la problematica sovrapposizione, tensione e potenziale gerarchizzazione delle giurisdizioni, nazionali e sovranazionali in Europa. Suggestiva, e non tranquillizzante anche a giudizio dell'attuale Presidente della Corte costituzionale, è apparsa la diagnosi del prevalere dei potenti (e taglienti) principi cui si ispira la giurisprudenza delle corti internazionali sulle altre istanze.
 
Nell'ascoltarlo mi tornava alla mente la congiunta testimonianza di una giudice e un amico costituzionalista, poche settimane prima, a proposito del nuovo rapporto tra magistratura inquirente e legge. La giudice (si trattava di una serie di comunicazioni ad un convegno dedicato a biogenetica e brevetti) aveva lucidamente descritto l'improbo e costoso lavoro di indagine che un ufficio come il suo si assume, per supplenza, nei molti casi di carenza degli organi di controllo ordinari. Il costituzionalista mi aveva detto francamente e (s'intende) informalmente, poi, che il giudice in sé è un antagonista della legge positiva. Il suo compito è coglierne gli errori e instancabilmente costringere il legislatore a correggerli e correggersi. Mi era avvenuto di obiettare, in sede di dibattito, che tutto questo può costituire un orizzonte importante, ad una condizione: d'essere consapevoli che la magistratura diviene così "parte" in (ed anzi costitutiva di) un sistema nuovo di balance e che si configura con ciò un mutamento strutturale del sistema politico. Bene anche questo? Forse, ma a patto di darne conto con rigore e responsabilità sistemica; modalità (la consapevolezza e la responsabilità progettuale) oscurate o impedite dall'alone moralistico (etico-politico?) ed emergenziale di cui contemporaneamente il giudice spesso si riveste. Non parlo di Zagrebelsky come tale, ma di convinzioni e dottrine cui il suo insegnamento sembra dare supporto.
 
In effetti è in gioco molto di più che un orizzonte emergenziale. Lo si coglie bene da diversi passi del recente La domanda di giustizia, che Zagrebelsky firma col card. Martini (si tratta di contributi distinti legati da una conclusione dialogica). Nelle pagine del giurista l'irrinunciabile (senza dubbio) tensione tra legge e giustizia ha questo esito, cautamente proposto nell'alone esegetico e teologico cui Zagrebelsky ci ha abituato e che personalmente apprezzo: "[nei] casi difficili, l'indipendenza del giudice protegge non la soggezione cieca alla legge ma la responsabile ricerca della giustizia nella, attraverso e, nei casi di conflitto radicale, persino contro la legge. Vale, in questo estremo caso, il ricorso alle Corti costituzionali per l'annullamento della legge" (p.27). È interessante che tale concezione dell'agonismo del giudice sia, in tutto lo scritto, in linea con l'elogio del credere come negazione della "servitù al dogma religioso applicato alla risoluzione dei dubbi circa le cose terrene", e con l'affermazione della "libertà cristiana".
 
Non sono enunciati cui si possa formalmente dissentire; chi può elogiare (se non per paradossi à la Maistre) la "soggezione cieca alla legge" o "la servitù al dogma religioso"? Ma vi è qualcosa che non soddisfa, e non è solo l'evidenza di formule che non si aprono a problemi ma contengono già retoricamente la loro risposta. Cosa legittima, infatti, una tale 'trascendenza' di una Corte rispetto al Legislatore? Cosa conferisce al riferimento ai principi (costituzionali) questa sorta di inesausta purezza rispetto alla legge, fatta analoga "all'autorità del dogma trionfante [non si capisce dove; sia detto da persona che non ignora l'attuale situazione delle chiese cristiane PDM], espressa per indiscutibili decreti"?
 
L'interpretazione del proprio ruolo nei termini un antagonismo spiritualistico al 'dogma' (che davvero si potrebbe dire tecnicamente 'demonizzato' in Z.), da parte di un giudice costituzionale, suggerisce nella potente analogia del linguaggio religioso una deriva, dal tracciato inquietante. Infatti, il giudice antagonista dell'ingiustizia istituita, ovvero della legge ingiusta, si 'costruisce' come Widersacher del potere sovrano dando corpo, entro gli ordinamenti, ad una "dialettica negativa" molto novecentesca, che infine trasferisce al giudice stesso, come iudex della sovranità (che in sé è neminem superiorem recognoscens), una condizione sovrana sostanziale e appunto superior.
 
Senonché, proprio in questa deriva, la tesi smarrisce (nel suo moralismo 'rivoluzionario') la nozione del Politico. La tentazione 'sovrana' del Giudice sembra ignorare, infatti, che il vero sovrano è esterno ed interno all'ordinamento, perché in ultimo "a lui tocca la competenza di decidere se la costituzione in toto possa essere sospesa" (ovviamente cito Carl Schmitt). Un giudice esiste entro un ordinamento e come sua funzione; analogarsi alla alterità regale del Cristo di fronte a Pilato (regnum meum non est de hoc mundo) per 'giudicare' il Mondo e la Legge è utopia "impolitica"; ed è, a mio avviso, tutt'altra (e quasi opposta) cosa rispetto all'auspicato "diritto senza stato".
 
Ho l’impressione che i teorici della “democrazia costituzionale” (ovvero del “passaggio dalla legge alla giustizia”) non avvertano la fragilità di questa concezione paradossalmente neo-kelseniana dello stato, in cui un’élite di tecnici sorveglia e applica contro Legge, Parlamento e Principio di maggioranza, l’unica e perciò astratta positività di una “costituzione rigida”. Ricavo queste formule (che leggo in un programma di insegnamento universitario) da un sito politico-giuridico sotto il titolo "Scuola della democrazia". Non posso evitarmi la domanda politica radicale: quale la legittimità e donde la legittimazione di un tale "passaggio alla giustizia", governato da un Giudice custode della lettera immodificabile (e ad un tempo interprete autentico dello “spirito”) della Costituzione?
 
È vero: la scienza costituzionalistica degli ultimi degli ultimi ha perduto la originaria dimensione di scienza politica, quindi molto della sua capacità teoretica; ha rinunciato anche (su un fronte davvero diverso?) ad essere ordine-Ordnung di culture, preferendo farsene astratto apparato 'critico' e tagliente strumento livellatore. Dis-ordine. Ma supporre di recuperare politicità radicalizzando 'gnosticamente' (nel senso di Voegelin) questo percorso etico-universalistico sembra impresa votata al disastro.
30 gennaio 2004
 
Pietro De Marco