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Il Covile - N.o 194 (21.2.2004) L'opposizione e le 'sociétés de pensée' (di Pietro De Marco)

Questo numero


Ancora una conferma del carattere non periodico di questa NL: ho appena ricevuto questa riflessione di Pietro De Marco ed eccola a voi. Allego anche una piccolissima giunta perché De Marco cita un autore a me carissimo (v. NL n° 23).
 

L’opposizione e le sociétés de pensée (di Pietro De Marco)


Ha avuto scontato successo nei giorni scorsi l’imprevedibile (e improbabile) accusa di “giacobinismo, né più né meno” rivolta all’intenzione che le forze di governo sembrano attribuirsi: rifondare “il primato della politica e della democrazia” tramite la legge di riforma dell’ordinamento giudiziario. Un’arma lessicale forse non altrettanto fortunata di “populismo”, ma certo efficace presso i colti; almeno per quanti, nell’intelligencija, costituiscono il nerbo di quella “sinistra che le spara grosse” (a se stessa) e dei quali non è certo che abbiano “consapevolezza di quello che fanno, e dunque debbano sentirsi come annichiliti dalla propria sparata” (secondo la recente raccomandazione di Francesco Merlo, Repubblica, 29.1.2004; ho posto la citazione al plurale). In queste ultime ore, mentre s’infiamma la reazione della “politica di professione” all’invettiva del premier, viene stesa sulla penisola la cappa sartoriana dei mala tempora.

Un grande storico contemporaneo delle idee politiche, John Pocock, a proposito di linguaggio e paradigmi scriveva diversi anni fa:
“Le parole divengono paradigmatiche, nel senso che possono venir usate da più d’uno per trasmettere più d’un contenuto o imprimere loro un ‘taglio’, e la comunicazione sociale diventa una sorta di partita a tennis, in cui mi è permesso di importi la mia palla ‘tagliata’ a condizione che tu possa imprimere il tuo ‘taglio’ nel rimandarmela. (…). Ma può capitare che venga sparata dalla canna di un fucile una palla in nessun senso rimandabile. Vale a dire: inviarmi una comunicazione a cui non posso assolutamente imprimere quanto io voglio dire nel rimandarla significa inviarmene una cui mi è, di fatto, proibito rispondere, dato che mi viene proibito di fare qualsiasi comunicazione negli stessi termini (…)”.
“Giacobinismo” (ovvero, con qualche confusione, l’esercizio di “un potere che non tollera né limite della legge interpretata dai giudici, né istanze superiori come la Costituzione”, ed anche la “forma di sovranità concentrata in un solo soggetto” (G.D’Avanzo, La Repubblica, 6/2/2004)) è, come altri elementi dello stesso arsenale linguistico-formulare della lotta politica italiana in corso e dell’azione politica in generale, un buon proiettile più che una palla da gioco; corredato di colonne di piombo quanto basta per trasformare inequivocabilmente la pocockiana palla da tennis in un proiettile full metal jacket. S’intende che si può rispondere, sempre col fucile: “giacobinismo” sarà semmai, e ben più plausibilmente, l’ethos politico di una parte dei magistrati! Chi tra i contendenti è meno distante dalla definizione d’uso (estensiva) di giacobinismo, formulata così da Croce: “l’atteggiamento pratico che, movendo da un astratto ideale, ricorre all’imposizione e alla violenza per attuarlo”?

In genere, è tutto il compatto orizzonte (o reticolo) dei topoi prodotti contro il premier e il suo governo (personale e istituzionale, rule, government, governance) da parte degli oppositori, che deve essere considerato un arsenale bellico, ed anche molto efficace, come mostrano i suoi risultati sul bersaglio. Non vi è parola di opposizione (salvo poche e di poche persone) che non sia assemblata e rinforzata come per essere “sparata dalla canna di un fucile”. Il premier replica e scatena repliche; quando un conflitto a fuoco è in corso anche un minimo di eziologia sembra impraticabile. Ma tentiamo.

Anzitutto, ben poco di veramente nuovo. Ho l’impressione, ma non mi sento documentato come vorrei in proposito, che materia e processi, linguaggio e logica con cui, a turno, le opposizioni politiche e intellettuali della storia dell’Italia repubblicana hanno rappresentato il Nemico (uomini, ceti e partiti) al potere, e il “mondo” come effetto dell’esercizio del potere da parte del Nemico, siano ancora da studiare. Resta da studiare, ad esempio, il materiale argomentativo e simbolico della drammatica aggressione all’egemonia democristiana condotta negli anni Sessanta e Settanta, e coerentemente coronata dall’assassinio di Moro. E, però, anche dall’affossamento dei vincitori: sinistre e destre d’opposizione (al “sistema”) di ogni tipo e livello.

Era un’Italia popolata di Mostri, sprofondata in abissi di Alienazione; mostri e alienazioni che gli aggressori di allora ora paiono rimpiangere. Detto per incidens: colpisce che molti si rammarichino in buona fede della perdita di dominio nel sistema politico italiano da parte dei partiti della “prima Repubblica”. Quasi che per decenni la saturazione di ogni rilevante spazio ed esercizio potestativo da parte di élites (e quadri e clientes) dei diversi e opposti “dominanti” non abbia costituito e legittimato il più subdolo (perché ‘impersonale’ e diffuso) “conflitto di interessi” della storia repubblicana. Certo Quos perdere vult deus dementat prius, [Gli Dei fanno prima impazzire coloro che vogliono perdere] ora come allora.

Un’efficace stagione di costruzione reticolare del Nemico ordinata alla sua distruzione politica e materiale (essendo ogni altra motivazione, nel migliore dei casi, self-deception) è, comunque, quella in atto. Ma sembra che, su ogni lato della barricata, vi sia o si esibisca poca consapevolezza (che è altra cosa dal riflettere ordinario sul “calo di popolarità del governo”) del suo rilevante successo. Eppure questa ‘(de)costruzione’ è l’unica effettiva azione politica che le opposizioni siano riuscite e riescano ad esercitare. In virtù (direi) di due fattori.

Il primo è in realtà un vincolo: costituito dal dato che la persona privata (l’imprenditore è figura privata, ovvero della società civile) del premier è stato e resta l’unico terreno obiettivamente praticabile dall’attacco di opposizioni senza unità e senza idee (riducibili ad unità) di governo, se non inattuabili, o autodistruttive dell’alleanza, o elementari, o desuete. Il secondo, che qui interessa di più, è costituito invece da una grande risorsa endogena delle sinistre: la lunga esperienza strategica e tattica dell’intelligencija ‘illuminata’ nel patetizzare la congiuntura storica e ‘demonizzare’ (parola recente e inflazionata che non amo, ma che è qui tollerabile) l’avversario. Si vuole un fresco esempio di tale davvero inconsulto demonizzare-patetizzare? Cito: “Forse solo Berlusconi non è un ex, perché è senza passato, vale a dire senza storia. Disgraziato quel popolo che, sperduto nella sua storia, se la ‘lifta’. Una storia ‘liftata’ è piattezza, è storia decebrata, perché è uguale a se stessa in qualsiasi punto” (Francesco Merlo, Repubblica, 6.2.2004). Ove basterebbe l’idea insensata che un leader che non proviene dalla politica sia un “senza storia” (e la battuta che suo lifting non possa non “decerebrare” la storia in cui opera), per misurare il grado di corruzione delle migliori intelligenze, una volta arruolate in una société de pensée.

Nell’attualità italiana si deve riconoscere che opera, per l’aspetto sociale di questa reticolarità, una convergenza di spontaneità aggregative e di calcolo strategico. Certo, una “regìa” prende per mano le emozioni, collega la dimensione spontanea con quella indotta ed integra il denotativo col connotativo deturpante, provocando (e ‘fingendo’) presso l’opinione pubblica la negatività ultima di ogni evento e tratto del leader, dei suoi uomini, della sua politica. Ma è una regìa sui generis; ben poco di complottistica, anzi riconducibile piuttosto ad un méchanisme diffuso. E’ nota (anche Sergio Romano vi dedicò anni fa attenzione) la figura storica delle sociétés de pensée, ovvero di quella formazione o formazione di formazioni, che moltiplica e unisce congiunturalmente gli intellettuali “critici”, l’intelligencija più difforme, nella ruminazione ed nella espressione anzitutto discorsiva dell’opposizione al Sovrano. Le sociétés de pensée furono individuate, denominate e studiate nel corso del primo decennio del Novecento da Augustin Cochin, il giovane erudito (e quale storico!) cattolico antirepubblicano che, idealmente e paradossalmente alla scuola di Durkheim e Lévy-Bruhl, ha reso possibile come pochi altri la nostra attuale libertà nei confronti del mito rivoluzionario francese.


Perché tali sociétés invisibili, a genesi intellettualistica, possano uscire dalla latenza è necessario, per dire così, un catalizzatore; senza catalizzatore queste potenti figure generative dell’opinione pubblica, che tendono a parlare a nome della società civile ed anzi a porsi come l’autentica società civile stessa, tornano ad essere ciò che ordinariamente sono, cerchie tra loro inomogene e in concorrenza, o scompaiono. Forse è per l’attuale manifestazione di vitalità e di buona salute di tale méchanisme, ricaricato dall’ascesa del Cavaliere, che nell’opposizione non si fanno (o non si mostra di aver fatto) bilanci, per quanto provvisori. L’azione quotidiana, concertata per organizzazione e per istinto, ad ogni livello e su ogni materia, contro il premier ha in effetti (e, inizialmente, questo era probabile ma non sicuro) messo la maggioranza sulla difensiva, l’ha sorpresa spesso intenta a costruire ripari e l’ha costretta a contrattaccare, talora disordinatamente o senza convinzione, su terreni di volta in volta tecnici o etici, che non era essa a scegliere.

Così l’opposizione è effettivamente riuscita (sia detto senza niente togliere agli errori della coalizione di governo) a bloccare o ritardare o disordinare l’azione di governo specialmente nei settori programmatici portanti, nei quali anche la semplice continuità dell’azione governativa sarebbe stata indesiderabile, e ne ha ricavato vantaggi tattici a cascata. Può imputare al premier ciò che in parte essa gli ha abilmente imposto: inefficienze e inadempienze, priorità data agli ‘interessi’ personali, disarmonie con gli alleati, tensioni con la presidenza della repubblica. Si osserva: tattica immobilizzante perfettamente lecita in termini di cruda lotta politica; peccato sia condotta (col basso continuo della deprecazione) sotto il segno della obiettività e della crociata civile e morale (e, talora, religiosa). Nel frattempo l’indebolimento del premier (almeno in termini di consenso al suo governo) sembra aver riaggregato all’opposizione parlamentare e ai suoi alleati naturali alcuni soggetti che temono il premier (anche, o anzitutto, in quanto privato) o ritengono più accorto lucrare vantaggi futuri presso l’attuale opposizione.


Tutti sanno, però, (e di tanto in tanto avviene) che un cospicuo settore delle sociétés de pensée, dell’intelligencija che sta capillarizzando contro il Nemico una campagna fortunata quanto poco dispendiosa, perché fatta di parole (cui provvedono i giornali) e di piazza (cui provvedono le risorse sindacali e movimentiste), sarà tagliato fuori dalla coalizione anti-Berlusconi eventualmente vincente. Non è plausibile che un grande centro(-sinistra) che si proponga di sottrarre al Cavaliere sia elettorati settentrionali che meridionali, e governare in loro nome, possa dare spazio alle ‘minoranze’ di sinistra (incluse parti della stessa sinistra DS e della nevrosi cattolico-democratica) in un qualsiasi organigramma di esecutivo.

Ora, vi è in ciò molto di sintomatico. Che la “politica” (alta) di opposizione pensi strategicamente con un simile realismo, com’è probabile, ma ritenga di lucrare anche dai risultati distruttivi (non solo di erosione del premier ma di molto altro) della quotidiana incriminazione e squalifica del Nemico; che, insomma, lasci agire l’intelligencija ‘critica’ con gli strumenti che questa da sempre conosce, e pratica con slancio perché sono la sua vita stessa (dall’indignazione alla diffamazione, dal disprezzo all’irrisione falsificante), senza supporre di dover scontare tutto questo politicamente e moralmente (e non sarebbe la prima volta) o di star già pagando il conto, è un pessimo sintomo. Come non supporre, infatti, che a) nell’eventualità di un successo elettorale su Berlusconi, il nucleo moderato che solo potrà governare dovrà liquidare, come detto, una parte quella base di sociétés che ha (avrà) condotto per anni l’estenuante, cieco, ma efficace lavoro ai fianchi del leader di FI, e partire da capo; b) nell’eventualità di una nuova sconfitta, la sinistra in particolare si troverà in un campo di macerie, di sentimenti frustrati, in aggiunta all’assenza costitutiva di una “ragione politica” all’altezza del presente?

Non che non capisca quanto è appagante cedere alla tentazione del vetriolo in faccia all’avversario (che è, nella sostanza, l’esercizio quotidiano del plesso Repubblica-Unità; lascio da parte altri quotidiani dell’opposizione); ci si emoziona persino, ci si “sente vivi”, non si pensa, si fanno lavorare gli altri (dai no-global ai giudici ai sindacati all’Economist; si affidano compiti persino al Papa), si hanno piccoli momenti di gloria; il gioco porta persino frutti. Ma la migliore metafora di tutto questo è la coazione del giocatore alla slot machine. Ovvero prevale la scelta ludica, o onirica, che ancora una volta, dopo la miserabile kermesse di tutti gli arcaismi ideologici negli anni Settanta, trattiene la cultura ‘illuminata’ in una condizione ultima di esternità al “paese reale”, nell’illusione di proteggerlo o vendicarlo.

D’altronde, scriveva Cochin sotto la duplice esperienza della ricerca storiografica e dell’osservazione dell’intelligencija a lui contemporanea: le sociétés [de pensée] creano una République ideale ai margini della vera, un piccolo stato ad immagine del grande, con l’unica differenza che non è reale. Le decisioni prese sono solo auspici [voeux], e (dato fondamentale) i suoi membri non hanno personale interesse né responsabilità riguardo alle questioni [affaires] di cui parlano”. L’amico De Meaux (al cui bel profilo del 1928 attingo) glossava: “Realizzazione di una società irreale, costruita sulla carta da irresponsabili, questo è lo stile di lavoro nelle sociétés de pensée. S’intende, nella vicenda rivoluzionaria si passerà dalle armi della critica alla critica delle armi, ma secondo Cochin lo stile deliberativo già del 1785 resta in quello delle sociétés al potere del 1794.


Non è, tuttavia, il Bersaglio (cioè il capo del governo) colui che può arrestare il méchanisme; non solo perché, in termini di sistema politico, il méchanisme è nerbo dell’opinione pubblica moderna ed è (anche de iure) inattaccabile in democrazia, ma perché, in termini di fatto, ogni reazione contro l’intelligencija ‘critica’ ottiene il suo potenziamento, almeno in democrazia, come la vicenda italiana mostra ogni giorno: aggredito, il lien d’union tra membri e cerchie aumenta la sua pressione, quella per cui già ordinariamente, nella rete militante, “chacun se soumet à ce qu’il croit approuvé par tout le monde” (così, per Cochin, si diffonde l’opinion sociale), mobilita altre risorse, convince gli incerti ad intervenire in ausilio ai combattenti. Lo sappiamo ed è confermato ogni giorno. Non è il Nemico, dunque, che ha oggi la chance di arrestare il meccanismo che lo assedia, anche se ha il diritto, politicamente ben fondato, di difendersi. Lo può (e lo deve) chi in parte alimenta il méchanisme dall’interno e in toto ne fruisce, se non altro in termini di vantaggio contingente (“intanto lasciamogli distruggere Lui”). O lo stesso méchanisme (non si dimentichi, costituito nel più classico dei modi, su pretese di Verità, Libertà, Giustizia e Virtù), giunto al suo buon esito, impedirà a chiunque altro di governare. Anzitutto a quei partiti la cui residua anima è oggi uno dei motori (tipica rivolta senatoria) della lotta senza quartiere contro l’homo novus.

Insomma, è necessario che l’opposizione sappia come operano, sempre anarchicamente in virtù dell’assetto moralistico-utopico della machine mobilitante, le sociétés de pensée. Le parole sono tutte ‘tagliate’ per inibire nel bersaglio la risposta, nel senso di Pocock; per ‘uccidere’ il Nemico. E il nemico da uccidere, per accelerare la Rigenerazione (della Storia, del Paese, della Sinistra), è sempre il Potere legittimo, magari usando l’argomento della legalità.

È vero: i quadri militanti dell’intelligencija non sopravvivono a lungo al loro successo; ma questo non consola quanti temono gli effetti perversi meno immediati delle loro prassi. Le stagioni ‘rivoluzionarie’ che usano le parole come proiettili si scontano, infatti, collettivamente in termini di arretratezza della cultura politica, che non risparmia alcuno. Esempio non remoto il Sessantotto europeo e le sue eredità.
 
Pietro De Marco
Firenze, 20 febbraio 2004
 

Augustin Cochin


Perché per noi ex la lettura di Cochin è praticamente obbligatoria? Perché ci serve per capire meglio chi siamo, la nostra storia personale: le sue sociétés de pensée (società di pensiero) descrivono esattamente il mondo al quale abbiamo partecipato (per quanto mi riguarda diciamo dal 1967 alla fine degli anni settanta), e il nostro abbandono non lo ha fatto certo scomparire… È sorprendente l’identità tra lo spirito dei club giacobini di fine settecento studiati da Augustin Cochin e la realtà dei gruppi di sessantotteschi, che ho visto da vicino. E, si badi bene, Cochin non ha proiettato all’indietro una sua esperienza diretta (come è noto è morto in guerra, sulla Somme, nel 1916), la sua è stato una ricostruzione d’archivio.

Importa poco che in Italia sia misconosciuto, il valore di un autore non è dato da quanti lo leggono, ma da chi: penso a Mario Marcolla, la straordinaria figura di operaio intellettuale, sul quale dovremo ritornare, che curò l’introduzione di una prima selezione di scritti (Meccanica della Rivoluzione, Rusconi, 1971), a Sergio Romano, che ha prefato a sua volta Lo spirito del giacobinismo (Bompiani, 1981), all’amico Pietro De Marco che lo cita nel testo che ci ha offerto (ma credo abbia altre cose cochiniane nel cassetto).
 
Stefano Borselli