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Il Covile - N.o 196 (2.3.2004) Due libri e un appello

Questo numero


Sapete che è mia abitudine, se posso, sbrigare la corrispondenza senza ritardi: le lettere che trovate sono di oggi. Prima di tutto faccio circolare un appello di Nikos Salingaros, chissà se si fa avanti qualche volenteroso:
Caro Stefano, […] il governo Greco […] ha autorizzato una mostruosità come il Nuovo Museo dell’Acropoli. Ho scritto un articolo in inglese, oggi pubblicato in www.2blowhards.com. Ho disponibile anche ho una versione in spagnolo, che spero di pubblicare prima delle elezioni in Grecia, domenica prossima, il 7 di Marzo. Cosa dici di una versione italiana? Vale la pena di fare una traduzione? Fammi sapere, abbiamo molto poco tempo. […]
Nikos
più sotto trovate l’intero articolo, in inglese, ed anche una foto dell’obbrobrio. Nella cassetta postale c’era anche una buona notizia: l’uscita del libro dell’amico Antonello Colimberti.
Caro Stefano, a integrazione e sviluppo della nostra Lettera n° 153 (Berio, la musica e il paesaggio sonoro), segnalo a te e ai frequentatori del tuo sito l'uscita in libreria del volume Ecologia della Musica. Saggi sul paesaggio sonoro, da me curato ed edito a Roma da Donzelli. […]
Antonello Colimberti
Ne approfitto per presentare meglio, tramite l’efficace recensione di Paolo Sorbi, anche il libro di un altro amico, Riccardo De Benedetti.
 

Il libro di Antonello Colimberti (la quarta di copertina)


Antonello Colimberti (a cura di), Ecologia della Musica. Saggi sul paesaggio sonoro, Donzelli, saggi di R. Barbanti, G. Bohme, P. Ermel, S. Feld, M.A. Harley, M. Jousse, B. Krause, A. Mayr, A. Naess, D. Rothenberg, R.M. Schafer, M. Schneider, G. Wagstaff, Donzelli, Roma 2004, pp. XXXII-174, euro 25.
Fonte: www.donzelli.it

A quasi trent’anni di distanza dalle prime ricerche ed esperienze condotte a Vancouver dal compositore e teorico canadese R. Murray Schafer e dai suoi collaboratori, gli «studi sul paesaggio sonoro» (soundscape studies) hanno al loro attivo un notevole corpus di elaborazioni teoriche e un buon numero di indagini sul campo. Più o meno a partire dallo stesso periodo in cui è nata l’attività di ricerca e di teorizzazione sul paesaggio sonoro, si è sviluppata anche una produzione sonora di «musica ambientale» che, in varie forme e in parallelo alle correnti di arte ecologica, ha posto il rapporto con l’ambiente al centro del processo creativo.
 
La concomitanza della nascita delle due nuove pratiche culturali costituisce lo sfondo e lo stimolo per avviare una riflessione sullo statuto che l’attività musicale ha avuto nella civiltà occidentale e sulla sua condizione attuale. Le opposte vie che gli uomini hanno seguito nel pensare e fare cultura, riassunte dall’antropologo Claude Lévi-Strauss nella dicotomia fra primitivi e civilizzati, valgono anche per la musica. Se la cultura occidentale è stata storicamente la culla e il centro propulsore (fino all’attuale «occidentalizzazione del mondo», secondo l’espressione di Serge Latouche) del secondo polo della dicotomia, la novità degli ultimi anni è che un sempre più consistente numero di studiosi e musicisti sta mettendo in questione i fondamenti di tale scelta, favorendo il sorgere di una disciplina, l’«Ecomusicologia», nella quale nuovi e antichi saperi e pratiche possano trovare una nuova sintesi.
 
Antonello Colimberti, laureato in Discipline della musica e in Antropologia culturale, dottore di ricerca in Storia del teatro, svolge attività di musicista e studioso, con particolare attenzione agli incontri fra tradizioni etniche e forme di sperimentazione contemporanee. Ha curato i volumi antologici L’ascolto del tempo. Musiche inudibili e ambiente ritmico (con A. Mayr e G. Montagano, Firenze 1985) e Musiche e sciamani (L’Aquila 2000).
 

Il libro di Riccardo De Benedetti (la recensione di Paolo Sorbi)


Riccardo De Benedetti, La fenice di Marx, Medusa, Milano 2003, pp.160, euro 12,50
Studi Cattolici, n° 516, Febbraio 2004

Questo«intervento» del fenomenologo De Benedetti. Attivo prima sulla rivista Aut-aut, redattore di Tellus, rivista di geofilosofia, è utile a smascherare uno dei tanti cripto-comunismi teorici ancora effervescenti in certi (troppi) settori cosiddetta «intellighenzia» dell’Occidente europeo.
 
Per molti «fedeli», osserva criticamente De Benedetti, la categoria del «comunismo ideale» va separata dalle realizzazioni concrete dei «comunismi» storici, che non intaccherebbero il valore utopico e «altruistico» della proposta di Marx. La capacità dell'autore è proprio quella di saper dimostrare che, a partire dalle più rigorose affermazioni del pensatore di Treviri, non può esserci distinzione fra teoria e prassi nella proposta marxiana: tutto è sempre volto al possibile conseguimento della dittatura. La teoria è un'articolazione di questa strategia di presa del potere politico, unita a una pervasiva manipolazione dei saperi. Per circa settant'anni il sistema dell' inganno è durato a detrimento del dibattito culturale e della critica dell'ideologia, come è ben delineato da De Benedetti nel capitolo sulla sintassi della menzogna politica.
 
Specialmente in Francia, nelle molteplici fenomenologie del marxismo, persiste il tentativo di presentare un inveramento tuttora «nuovo» della Fenice comunista. In proposito il nostro autore, nei capitoli su quello che resta delle illusioni rivoluzionarie, evidenzia l'ideologismo di Derrida e il rigido prometeismo teorico di Antonio Negri, che elabora la tematica del «nuovo» soggetto antiglobalizzazione in grado di far «rinascere», come moderna Fenice, le speranze di azzerare il complicato sistema capitalistico mondiale. Spiace che, nella disamina del crollo del comunismo europeo, sia sottaciuto il fattore spirituale-religioso, che per noi resta decisivo nella genesi di una crisi geopolitica che fu irreversibile. È proprio questo l'invito che facciamo all'autore di questo originale volume di critica attuale al marxismo, che cerca dottrinalmente di rinascere come una Fenice, ahimè non araba, ma molto eurocontinentale: indagare di più l'aspetto «extrastorico» della fine del- della l'impero del Male. L'aspetto, oseremmo dire, miracoloso.
 
Paolo Sorbi
 

The New Acropolis Museum (by Nikos Salingaros)


To emphasize that Greece has finally reached the cultural level of the other European countries, its present government chose the Swiss (now American) architect Bernard Tschumi to design the New Acropolis Museum. Surely, with this Museum, the Greeks demonstrate that they are up-to-date! Another goal behind this choice was to convince the British Government that it is time to return the Elgin Marbles (sculptures taken from the Parthenon in 1802) to their country of origin. In a bold gesture of optimism, the upper floor of the museum will remain empty awaiting the imminent return of the Elgin Marbles. As Tschumi optimistically declares: "I truly believe that the day the museum is finished, the marbles will return".
 
Nevertheless, the rest of the world does not share this self-confidence. On the contrary, Tschumi's name provokes laughter among certain architectural circles. The American journalist Robert Locke, in an article entitled "America's Worst Architect is a Marxist" presents Tschumi as a poseur: "an architect of gags that fall flat." His architecture's theoretical bases are characterized as absurd: "Tschumi's theoretical writings, the basis of his reputation, are a tangled mess that alternately induces dizziness and puzzlement as to whether the author actually knows what philosophy is, or merely heard it described by someone in a bar once ... The worst of this stuff is so self-evidently empty as to defy attack."
 
The truth is that Tschumi became famous for his theories without having built anything at all. His buildings in Le Parc de la Villette at the edge of Paris are rightly called "follies" since they are meaningless. They startle and puzzle anyone who sees them. According to Tschumi, they represent "programmatic instability ... the Park is architecture against itself". As for his first building in the United States, Columbia University's Lerner Center (where he was Dean of the Architecture School), it is widely considered to be a total failure. Its chief feature is a stubborn refusal to harmonize with its surroundings. Critics call it "an agitated, irrational mix -- an architectural fiasco -- a dud."
 
mostro
 
Who selected this man to erect a museum on Athens's most sacred ground? Are there no serious architects such as Christopher Alexander and Leon Krier so that we are forced to turn to marginal characters? And why did we forget Greek architects of international stature such as Demetri Porphyrios? Sure, France's Socialist Government under Mitterrand first validated Tschumi; but this happened mainly for political reasons. Tschumi bears a scar from the 1968 street fighting during the leftist Paris riots. Exactly the same ideological and formational roots are shared with the leader of the Greek terrorist organization "17 November." We don't judge Tschumi unsuitable because he might belong to some political ideology, however. The problem is that the building he is proposing for the foothills of the Acropolis doesn't harmonize with anything.
 
Millennia of Greek architectural tradition form a root from which many fertile branches have grown over the ages -- from before Classical antiquity, to the Neoclassical style of the early twentieth century, up to the adaptive modernism of the architect Dimitris Pikionis. Now, however, Greece is calling on someone to reveal the latest, but always sterile, ultracontemporary style. Obviously the Greek nation judges its own buildings to be worthless -- since they are irrelevant to what the great international architect from the United States wants to teach. This represents a national shame.
 
Like a first-year student who has not yet become aware of the life embodied in traditional architecture, and who is impressed only by shiny objects and whatever looks strange and precarious, Tschumi does not appear to distinguish between living and dead architecture. Of the museum, he says: "The argument of the building is that you can address the past while being totally contemporary, totally unsentimental. The way to address a complex problem is with total clarity." If there were no sentiment involved, why should the Greeks insist on the return of the Elgin Marbles from London? These words show that Tschumi has understood neither the Greek soul, nor what constitutes a complex system.
 
Contrary to what he states, his design for the museum is anything but contemporary. It simply reproduces the discredited typologies of the early Modernists from the 1920s, confused together with the works of the Bolshevik architects Konstantin Melnikov and Vladimir Tatlin. It further embraces the disintegrating influence of French pseudophilosophers such as Jacques Derrida. Tschumi's architecture, instead of uniting and organizing complexity, intensifies it. It avoids any relation to its historic environment, remaining an introverted expression of selfishness -- a glass greenhouse in Athens's harsh summer heat.
 
I am not accusing Tschumi -- someone else chose him. The committee responsible for this project initially invited Daniel Libeskind and Arata Isozaki (who are even worse architects than Tschumi) to participate in the competition. Somebody in Greece who is impressed by things foreign must have become very excited by the crazy, twisted forms presented as the latest fashion in architectural journals. Now that the Acropolis Museum has become a matter of honor for a powerful group of politicians, architects, and journalists, however, how can this mistake not proceed any further? The Greek Government does not dare to admit that it made a blunder in such an important decision. For this reason, it is pushing this project towards completion. The present government can fall tomorrow (perhaps as a result of this fiasco). Unfortunately, if this project is not stopped soon, we will have a structure in front of the Acropolis that deconstructs -- and desecrates -- the sacred site for many years, until it is torn down and replaced by a more suitable, adapted building.
 
The Acropolis Museum makes Greece into a laughingstock among those who know the dark reality of architectural politics. The world is starting to awake from the nightmare of a perverse architecture supported by a small but very powerful and fanatical clique. Contemporary Greece shows with its immature behavior -- chasing after all the most tasteless and superficial fashions -- that it needs some intellectual development. The country that defined Western Civilization needs to establish confidence in its own identity, and appreciate what it gave to the rest of the world all these centuries. Greece is suffering from such an intense feeling of inferiority that it denies its rich heritage, calling upon so-called experts to show it how to build alien structures.
 
This sad story reminds me of a time when the more developed countries would send bad goods to Greece -- rotten meat, contaminated grains, etc. -- sometimes with the collusion of the government then in power. Now this stuff is sent to the poorer African countries. But it seems that as far as architecture is concerned, Greece is still part of the Third World. Greek citizens have not yet learned to distinguish the phony from the genuine in architecture (maybe ordinary Greeks can; but apparently not those in a position of power and responsibility). Like fools, we continue to swallow whatever clever confidence tricksters sell us. And this in a country with a theatrical and cinematic tradition of clever comedies -- plays and black-and-white films from the 1950s in which imposture, pretense, and deceit play the dominant role!
 
The British will certainly tell Greece that the Elgin Marbles had better stay where they are now, until it becomes a serious nation. Since certain "contemporary" Greeks turn with such hatred against their architectural heritage, who can believe them when they declare a deep appreciation for their sculptural heritage? The upper floor of the Tschumi museum is condemned to gather dust -- empty.
 
Let this be a lesson to other countries eager to cash in on the alleged "Bilbao Effect," where an alien structure introduced into a neglected city is supposed to attract hordes of tourists. First of all, the long-term consequences of such a manoeuvre are not yet clear, not even for Bilbao. Second, Athens has always been a central tourist destination, and was never undeservedly forgotten -- it doesn't need another architectural attraction to bring in tourists. Third, what proof is there that those tourists who get excited by a deconstructivist building will also appreciate the Parthenon? Do tourists who go to Bilbao also appreciate its unique nineteenth century urban fabric? Cities and governments out to grab headlines had better understand these inconsistencies before they ruin their genuine attractions in a greedy pursuit of the tourist dollar.
 
References
 
* Robert Locke, "America's Worst Architect is a Marxist", FrontPage Magazine, 10 August 2001.
 
* Philip Nobel, "How Bernard Tschumi's Star Status Undermined His First American Building", Metropolis Magazine, April 2000.
 

 
Here's a page that illustrates and describes the Tschumi design. Surfers with Real Player can even take a virtual tour. Here's another well-arted page about the project. Here's a BBC report about the controversy. Here's the website of Berhard Tschumi's firm. Amusingly, it didn't work properly on my Imac -- too deconstructed, no doubt.