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Il Covile - N.o 198 (11.3.2004) Qualche domanda

Questo numero


Un altro giorno tragico segnato dal terrorismo, la data fa pensare ad Al Qaida. Ne approfitto per tornare a parlare degli anni di piombo: insieme ai titoli dei giornali dei giorni scorsi c’è un articolo da Il giornale, firmato da Filippo Facci:
Un delinquente comune
“Per uno studio del caso Cesare Battisti. Seguono estratti dal suo romanzo autobiografico L'ultimo sparo, un delinquente comune nella guerriglia urbana (edizioni DerivaApprodi, 1998) nel quale il protagonista ripercorre le gesta dell'autore: stesso gruppo armato stesse rapine e ammazzamenti di vittime similari, stessi luoghi stessa evasione dallo stesso carcere, stessa fuga e latitanza.
Prima puntata.
Pagina 15: «Un'uniforme spuntò alle nostre spalle. Istantaneamente estrassi la pistola e le esplosi contro tutto il caricatore».
Pagina 110: «Non star a perdere tempo in chiacchiere, occupati piuttosto del prossimo consigliere cretino della Dc da azzoppare».
Da una nota introduttiva di Roberto Silvi: «Sono stato io a insistere con Cesare per scrivere un racconto a quattro mani che avesse come riferimento la nostra comune militanza. Se abbiano fatto una banda armata, mi dicevo, potremmo pur fare un romanzo assieme».
Pagina 15: Pagina 112: «Il Potere aveva giocato la carta dello scontro armato... Rividi la faccia della signora nera che non voleva cadere sotto i colpi della mia pistola, l'odio m'invase il petto. Non c'erano abbastanza pallottole per farli fuori tutti questi porci».
Pagina 23: «Le opere di Gramsci facevano parte delle bibbie comuniste che avrei dovuto leggere a tutti i costi all’epoca del liceo, quando mio fratello maggiore mi trascinava a tutte le manifestazioni del Pci. I suoi mattoni naturalmente non li avevo mai letti, però quando c’era da fare casino in sostegno del Vietnam o da spaccare la testa a qualche fascistra meritevole, ero sempre stato tra i più combattivi»,
Pagina 114: «Sdraiato su un prato del Parco Sempione, tracannavo una bottiglia di Biancosarti».”
L’articolo chiama in causa Roberto Silvi, col quale in diversi abbiamo costruttivamente discusso nel settembre 2002 al momento dell’arresto di Paolo Persichetti (v. NL nn. 81-86). Come tutti sapete le lettere sono poi inserite nel mio sito, dove a volte vengono leggermente modificate, vuoi per la correzione di un errore, vuoi per una precisazione (come quella relativa ai Bignami che abbiamo ricevuto pochi numeri fa), vuoi per un aggiornamento. Ad esempio nella N° 85, che parlava anche del ’77 a Bologna, ho inserito un mese fa:
[NOTA aggiuntiva: il settimanale Tempi (n° 6, febbraio 2004), a firma di Sara Comuzzi, resoconta di una conferenza tenuta a Cosenza il 17 gennaio, relatori Massimo Camisasca, Aldo Brandirali e Franco Piperno, durante la quale "il leader di Potere Operaio ha compiuto un bel gesto di pacificazione della memoria: «Credo che noi - ha detto Piperno - parlo anche dei miei amici, ci siamo comportati male verso voi di Cl, per esempio a Bologna, in occasione del 1977, fatti di cui io, anche se non c’ero, vi chiedo scusa. Vi chiedo scusa anche a nome loro»." Bravo Piperno!]
Tornando alla questione sollevata da Claudio Marcello - che ha inteso sottolineare come in primis debba essere il singolo individuo, innanzitutto, a doversi porre lucidamente, anche se con sofferta rilettura, aspetti della propria vita specie se hanno coinvolto la comunità, e crederci - io credo che le parole citate da Facci, del 1998, facciano ormai parte solo del passato di Roberto, e che a liberarsene del tutto gli osti un po’ l’amicizia con Battisti. Così mi pareva già allora, quando gli scrivevo:
Ti fa onore il tentativo di riportare Paolo Persichetti ed altri rifugiati alla ragione, ma non è detto che tu ce la possa fare. Si resta senza parole leggendo, in rete, Cesare Battisti che si vanta, nella sua autobiografia, di essere evaso "arme au poing". [NL n° 86]
Ma forse ci spiegherà meglio lui medesimo. D’altra parte se non parliamo delle cose che fanno anche un po’ male, cosa parliamo a fare?