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Il Covile - N.o 199 (14.3.2004) Il caso Cesare Battisti, risponde Roberto Silvi

Questo numero


La NL scorsa ha costretto Roberto Silvi a farsi vivo. A supporto dei suoi ragionamenti mi è parso utile riprodurre anche l’intervista a Philippe Sollers comparsa su Repubblica. In fondo a questa lunghissima Newsletter trovate (mi sembrava doveroso) anche una mia risposta a Roberto.
 

Il caso Cesare Battisti, risponde Roberto Silvi


Caro Stefano, eccomi qui.
Il mio silenzio sulla tua NL assordava innanzitutto me stesso. Ci voleva una chiamata all’ordine esplicita per farmi riemergere.
Comunque, a giustificazione della mia assenza, posso dire che sono stato spesso assente da Parigi, privato di internet, che la mia malattia, per ora, progredisce, lentamente ma inesorabilmente, rendendomi sempre più difficile l’uso delle mani e quindi la possibilità di scrivere al computer. Mi scuso, dunque, in anticipo per il ritardo con cui arriverà questa lettera, che sarò obbligato a scrivere in più tempi.
Ma c’è un altro motivo: le ragioni che rendono inaccettabile e inammissibile l’estradizione del mio amico Cesare sono, in gran parte, le stesse di quelle che avevo evocato per Paolo.
La canea che si è scatenata sui media italiani ha dell’incredibile ed è proporzionale all’ampiezza del sostegno di cui Cesare ha goduto in Francia: la petizione, scritta dai suoi amici autori di ‘polars’ (romanzi gialli), per la sua liberazione prima, e per impedire la sua estradizione ora, ha raccolto 20,000 firme, per il momento; Sollers, importante scrittore di romanzi ed esponente di punta della cultura francese, lo ha ‘parrainé’, una specie di adozione; i giornali Libèration, l’Humanité e Le Monde hanno pubblicato articoli anche in prima pagina in difesa d Cesare (tra gli altri su Le Monde sono apparsi due begli articoli di Erri de Luca e di Pennac); e per finire e citare solo le espressioni di solidarietà più eclatanti, la Mairie de Paris, cioè il comune di Parigi, la maggioranza dei suoi consiglieri col sindaco in testa si sono espressi contro la minaccia di estradizione, offrendo protezione a tutti gli italiani rifugiati in Francia.
Ora, mi chiedo, come mai tanta solidarietà in Francia e tanto odio in Italia, dove invece si assiste ad una nuova edizione del fronte della fermezza, tutti d’accordo a chiedere con gran clamore che sia consegnato il truce assassino divenuto quasi il simbolo della lotta armata dell’Italia degli anni ‘70? Forse le ragioni, e la ragione, si sono concentrate tutte in Italia e i torti e l’incomprensione tutti in Francia?
Non credo.
Penso invece che in Francia si vogliano difendere alcuni semplici principi di politica interna e di funzionamento del diritto. Innanzitutto, il paese, attraverso la voce di Mitterrand, si era impegnato a dare rifugio a tutti quei fuoriusciti italiani, che fuggivano i disastri degli infuocati anni settanta. Tutti coloro che avessero voltato pagina e avessero abbandonato le loro pratiche politiche precedenti erano accolti dalla Francia, paese tradizionalmente terra d’asilo. A loro non si chiedeva altro: né dichiarazione di innocenza, né abiure. Mitterrand sapeva di non avere a che fare con degli innocenti perseguitati, ma con il suo atto intendeva aiutare l’Italia a superare uno scontro interno che l’aveva dilaniata. Una sorta di amnistia di fatto. E di vere e ben più importanti amnistie la Francia ne aveva fatte già tante in precedenza, a chiudere grossi conflitti sociali, come pochi anni prima era successo alla conclusione della guerra d’Algeria per i gruppi dell’OAS..
La reazione di molti francesi è naturale dal momento che non si capisce perché si rinneghino queste affermazioni, e si cominci a fare delle differenze tra buoni e cattivi.
Inoltre, Cesare era stato già giudicato non estradabile da una corte di tribunale per una richiesta analoga di estradizione che l’Italia aveva inoltrato già nel 1991. I giudici si erano espressi (c’è da pensare) sulla base della credibilità e della correttezza dei capi de imputazione e delle modalità de processi già avvenuti in Italia, quindi non su delle basi di opportunità politica. Non essendo possibile giudicare una persona due volte per gli stessi motivi, è un vero e proprio colpo di mano giuridico che si chiede: uno stravolgimento delle regole del diritto. Di fronte a tale arroganza i francesi (molti!) si indignano.
In Italia invece tutto sembra bloccato nel tempo e le regole del diritto sembrano siano considerate degli inutili ostacoli che impediscono l’affermazione di una vendetta spacciata per giustizia. Sono passati 25, 30, 35 anni dai fatti degli anni ‘70 e in Italia se ne parla come se fossero successi ieri. Negli anni ‘60, quando ero un ragazzino, sentivo parlare del periodo della guerra, che aveva provocato lutti e odî ben più grandi solo 15-20 anni prima, con meno passione, meno acredine e maggior voglia di dimenticare.
A prescindere da ogni motivazione politica, se anche solo si volessero considerare come ‘criminali’, come delitti comuni, i reati compiuti durante gli anni della lotta armata (alla stregua di quanto è sostenuto dai politici italiani), dopo 25 anni bisognerebbe chiedersi come mai non sono prescritti.
Tutti i delitti vanno in prescrizione tranne i delitti di sangue (ed è la ragione per cui molti rifugiati italiani sono potuti rientrare, forse con grande rammarico di molti giustizialisti o girotondini italiani, che per fortuna non ne hanno saputo niente, altrimenti anche per loro avrebbero alzato alto il loro grido di indignazione). Il tempo è considerato come un fattore che ha l’effetto di cancellare le colpe passate, d’altra parte la pena detentiva dovrebbe servire proprio a isolare il colpevole per un tempo sufficiente affinché le sue colpe siano dimenticate e lui, da parte sua, dia prova di ravvedimento e abbia il tempo e la voglia di potersi reinserire nella società. Qualsiasi persona, nemmeno necessariamente progressista, direbbe che è questo lo scopo della pena, non l’afflizione. Per questo esiste la norma della prescrizione, che riconosce a colui che per una ragione o per l’altra (lunghezza dei processi, latitanza, rifugio all’estero…) è sfuggito all’arresto il diritto di non scontare più una pena che intervenga dopo un tempo esageratamente lungo. Ora, non capisco perché questo principio giuridico non debba valere anche per l’omicidio. Forse non è altrettanto assurdo mettere in galera qualcuno perché venti o trent’anni prima, quando magari era un giovane o una giovane scapestrato/a, ha ammazzato la moglie o il marito o qualcuno nel corso di una lite (dopo l’introduzione del nuovo codice di procedura penale, nel 1990, fece molto scalpore, ma se ne capisce la logica estrema, il caso di un uomo che, aspettando il processo, venne rimesso in libertà, nonostante fosse stato accusato di aver ucciso la moglie, perché non c’era pericolo che ripetesse il reato - in effetti, di moglie ne aveva solo una!).
Nel caso di Cesare, i delitti che gli sono rimproverati hanno una natura politica, il che dovrebbe costituire un’attenuante, non un aggravante, poiché cambiato il clima politico che li ha generati non esiste più il pericolo che si ripetano: lui stesso lo ha detto in più occasioni (del fenomeno delle ‘nuove BR’ non parlo perché nulla hanno a che fare, se non nei tristi rituali degli attentati, con quanto è successo negli anni ‘70). Inoltre Cesare in tutti questi anni ha dato prova di non voler ripetere questi reati, e non parlo solo degli omicidi, ma anche delle rapine che gli sono rimproverate, conducendo una vita modesta, ma in piena legalità.
Quale reinserimento più compiuto di questo si vorrebbe, da parte di una persona che è riuscita a diventare persino uno scrittore affermato?
Non si tratta più di giustizia ma di un desiderio di vendetta senza fine. Il ceto politico, da Violante a Castelli, passando per D’Alema e Pisanu, sostenuto da una stampa quasi unanime, vuole solo continuare a infierire sui corpi di quei pochi ex militanti della lotta armata degli anni ’70, ancora in galera o all’estero.
Cosa c’è di più facile per combattere il terrorismo internazionale, Al Quaeda, le bombe mortifere di Madrid, che arrestare uno scrittore di romanzi, un tranquillo portinaio?
Gli zelanti redattori del Giornale citano per incriminarle perfino delle frasi spulciate nel libro, L’ultimo sparo, scritto da Cesare, dimenticando ogni criterio di critica letteraria e scambiando un romanzo per un verbale di confessione. Seguendo questi giudizi e applicando le leggi americane, Quentin Tarantino dovrebbe essere condannato a morte.
In ultimo, veniamo alle accuse che gli vengono mosse, in base alle quali Cesare compare su tutta la stampa italiana come il mostro da abbattere.
Cesare è stato condannato in contumacia (elemento giuridico che impedisce, tra le altre motivazioni, l’estradizione di Cesare. Il processo non può essere eseguito in assenza dell’imputato, così in Francia come in Germania, ed è per questo che l’Italia è stata più volte condannata dalla Corte Europea.) e sulla base di un codice di procedura penale d’eccezione che non dà nessuna garanzia, perché basato sulle sole dichiarazione dei pentiti.
Se una procedura è condannabile in un caso, allora lo è sempre, e questa procedura è condannabile.
Non voglio addentrarmi in una analisi delle leggi emergenziali, già fatta da più parti e più volte, ma voglio solo fare alcuni esempi a me più vicini.
Io stesso, nel primo processo che ho avuto nel 1984 per la stessa banda armata di Cesare, i PAC, fui condannato a 14 anni e successivamente, dopo che il processo fu annullato e poi ripetuto, al quarto giudizio per gli stessi fatti, ho avuto 5 anni. Il solo passar del tempo, col venir meno del clima infuocato dell’emergenza, mi è valso una riduzione della pena a un terzo di quella iniziale. Il mio amico Paolo Persichetti era stato condannato in primo grado a 4 anni e a 22 in appello per complicità morale, e sottolineo morale, nell’omicidio Giorgieri (reato che credo esista solo in Italia). Questo non ha fatto indignare nessuno al momento della sua estradizione, ma ha invece permesso all’Unità di titolare: “Arrestato l’omicida di Giorgieri”. Adriano Sofri, vent’anni dopo i fatti a lui imputati, è stato condannato sulla base delle sole dichiarazioni di un pentito. (Che cosa sembra più ingiusto se non il fatto che dopo vent’anni si è trascinato in galera un impegnato docente universitario lontano mille miglia dal militante di allora?).
Non si capisce ora perché le accuse a Cesare debbano essere prese per oro colato e anzi deformate per tingere a tinte ancora più fosche questo pericoloso assassino assetato di sangue. Come nella più volte ripetuta menzogna secondo la quale Cesare avrebbe sparato su un bambino inerme, quando secondo gli atti del processo, a colpirlo fu un proiettile tirato dallo stesso padre, Torreggiani, che aveva reagito ai suoi aggressori e inoltre Cesare, secondo le stesse accuse, non faceva nemmeno parte del commando.
Se avete avuto la pazienza di leggermi fino alla fine, vi consiglio, piuttosto che avvelenarvi con la cattiva prosa de Il Giornale, di consultare in rete i siti::
www.vialibre5.com, di Cesare Battisti;
www.mauvaisgenres.org, degli scrittori di polar;
l’interessante articolo di Roberto Bui (Wu Ming) sul sito carmilla:http://www.carmillaonline.com/archives/2004/03/000657.html#000657
 

Il caso Cesare Battisti, intervista a Philippe Sollers


Da La Repubblica 5 marzo 2004-03-14

PARIGI - Philippe Sollers è stato il primo scrittore francese a mobilitarsi in difesa di Cesare Battisti, l'ex terrorista condannato all'ergastolo per quattro omicidi e di cui l'Italia chiede per la seconda volta l'estradizione. Il 16 febbraio, con il megafono in mano, era di fronte alla prigione parigina della Santé per manifestare la sua solidarietà all'ex leader dei Proletari armati per il comunismo.
 
Perché difende Battisti, signor Sollers?
"Perché ho vissuto questa nuova domanda di estradizione non come un atto di giustizia, ma come un atto di vendetta. Battisti è in Francia da anni. Nel 1985 François Mitterrand ha detto agli ex terroristi che potevano beneficiare di una sorta di diritto d'asilo, a patto di rinunciare alla lotta armata. Questa misura è stata applicata da governi di destra e di sinistra: oggi, la giurisprudenza francese mi sembra sbeffeggiata. Inoltre, a Battisti si rimproverano fatti che risalgono a 25 anni fa e il problema essenziale mi sembra quello di un'amnistia, che lo Stato italiano non è ancora pronto a esaminare. Penso si debba lasciar vivere qui chi ha messo radici nel nostro paese. Non c'è solo Battisti, che conosco personalmente. Altri sono minacciati, sarebbe l'ora di voltar pagina. Il punto di vista francese non è uguale a quello italiano, ma c'è una ragione".
 
Si può parlare di amnistia, ma Battisti è stato condannato per quattro omicidi, non per reati politici: non è diverso?
"Lui le direbbe che è stato condannato in contumacia, che le sue condanne sono intervenute in un clima particolarmente agitato, con le dichiarazioni dei pentiti. Non voglio entrare nel merito, non sono qui per giudicare Battisti. In caso di estradizione lo aspetta l'ergastolo e lo troverei inumano, perché si è rifatto una vita, ha due figli. Tutto qui. È una semplice sensazione di umanità. Per questo ho citato Victor Hugo, che si è pronunciato più volte per l'amnistia: 'Quando vedo una mosca o una farfalla impigliata in una tela di ragno la libero ed è una piccola amnistia oscura, che fa arrabbiare solo i ragni'. I ragni dei mercati finanziari hanno altre cose da fare e possono voltar pagina rispetto a fatti molto vecchi".
 
Lei parla di umanità, ma dovrebbe perlomeno esserci dalle due parti: Battisti non ha mai espresso un qualche rincrescimento per le sue vittime, non ha mai detto una parola di pietà per le persone uccise.
"Questi fatti non sono abbastanza conosciuti in Francia. In Italia c'è stato anche un terrorismo di Stato molto importante in quegli anni: è stata una vera guerra civile e sociale. Non spetta a me chiedere a Battisti di dire queste o quelle parole. Le do la mia impressione come cittadino francese e scrittore".
Ma quando si legge la stampa francese o si sentono alcuni discorsi, sembra che l'Italia degli anni Settanta fosse il Cile di Pinochet: come potremmo riconoscerci in un'immagine così falsa?
"Non troverà mai una mia dichiarazione con un simile giudizio. Il problema è solo giuridico ed è di sapere se qualcuno, dopo quasi trent'anni, può essere ripreso ai suoi figli e alla sua nuova vita".
 
Battisti però si è sottratto alla giustizia.
"Certo, c'è la giustizia, la legge, ma bisogna considerare anche il tempo che passa. La forza di una democrazia è anche quella di non dare l'impressione che ci si vendica in nome della giustizia. Non faccio l'apologia del benché minimo atto terroristico. Non chiederei la liberazione di terroristi italiani incarcerati. Dico solo una cosa: poiché la Francia si è pronunciata per il diritto d'asilo, non ci dev'essere l'estradizione. Il diritto d'asilo non consiste nel giudicare nel merito e non si può violare la parola data".
 
Per qualunque ragione si uccida, un assassinio resta un assassinio: come può difenderlo?
"Non prendo la difesa dell'assassinio, né del terrorismo di Stato italiano. Sono stati anni molto particolari. Le ricordo la Comune di Parigi: trentamila morti, ma dopo otto anni sono stati tutti amnistiati".
 
Prima dell'amnistia, però, erano stati spediti al bagno penale in Nuova Caledonia.
"Sì, d'accordo. Ma gli italiani non devono pensare che facciamo l'apologia del terrorismo, al quale mi sono sempre opposto con determinazione. Per noi è solo una questione di diritto. Se lei fosse francese, capirebbe facilmente. Del resto, a parte il "Figaro", c'è un consenso generale, per ragioni di tradizione. Lo si può criticare, ma bisogna provare a capirlo".
 

Un commento di Stefano Borselli


Caro Roberto,
mi spiace un po’ di aver preso parte alla provocazione per farti intervenire, e ancor più sapere che la tua malattia si sta aggravando. Non me ne sono mai dimenticato, credi, della tua malattia, e, ne sono certo, neppure gli altri amici, così come delle tue difficoltà a scrivere. Penso però che tu ti aspetti di essere trattato francamente come tutti gli altri e così faccio. Il fatto è che anch’io, in qualche modo mi sono sentito offeso da certe parole di Battisti che ho letto, e mi sono così tornate alla mente le cose su di lui che avevo scritto. Parole sulle quali non dicesti nulla.
Forse però sono in grado di delineare i punti di divergenza con te, ci provo:
 
1) Il più importante. Tu dici: “la pena detentiva dovrebbe servire proprio a isolare il colpevole per un tempo sufficiente affinché le sue colpe siano dimenticate e lui, da parte sua, dia prova di ravvedimento e abbia il tempo e la voglia di potersi reinserire nella società. Qualsiasi persona, nemmeno necessariamente progressista, direbbe che è questo lo scopo della pena, non l’afflizione.” Non sono d’accordo. A proposito della intricata questione della grazia ad Adriano Sofri, Vittorio Mathieu ricordava pochi giorni fa che la grazia va di sicuro se non richiesta, almeno accettata, perché il reo ha diritto a scontare la sua pena (e quindi di rifiutare la grazia). Perché è così, compensando materialmente in qualche modo l’ingiustizia arrecata, che reintegra davvero la sua umanità. Su Reporter tanti anni fa Franco Fortini, citando Simone Weil, lo ricordava a Sofri criticando una sua campagna (che aveva avuto successo) per evitare del tutto il carcere ad un giovane omicida del padre violento verso di lui e la madre. Quando tu ricordi come: “dopo l’introduzione del nuovo codice di procedura penale, nel 1990, fece molto scalpore […] il caso di un uomo che, aspettando il processo, venne rimesso in libertà, nonostante fosse stato accusato di aver ucciso la moglie, perché non c’era pericolo che ripetesse il reato - in effetti, di moglie ne aveva solo una!” parli proprio di una stortura che deve essere corretta perché mette in discussione alla radice l’idea stessa di comunità.
Allora, era ben prima del suo arresto, Adriano Sofri non rispose a Fortini, ma il suo comportamento negli anni recenti, l’essere entrato volontariamente in carcere, pare mostrarlo oggi non lontano dall’orizzonte di pensiero di Fortini e di Mathieu. Trovo inoltre, ma forse è una mia impressione, che questo sia sotto le righe anche de Le ragioni dell'altro, il dramma che hai scritto con Cecilia Calvi e che mio figlio, ma anch’io, ha trovato molto bello.
 
2) Dice Sollers (e Erri De Luca di peggio) “In Italia c'è stato anche un terrorismo di Stato molto importante in quegli anni: è stata una vera guerra civile e sociale.” Non c’è stata nessun terrorismo di Stato, né tantomeno guerra civile. In Italia (come in Germania, dove pure ci sono stati anni di piombo) vi è stata una ininterrotta realtà di democrazia dal dopoguerra. Gli intellettuali italiani che hanno contribuito a diffondere questa idiozia, i Norberto Bobbio, i Moravia eccetera, per intenderci, sono gli stessi che all’epoca firmavano di tutto pur di essere alla moda. Sollers questo dovrebbe saperlo bene perché qualche sassolino dalla scarpa se lo è levato raccontando sconvenienti verità sui suoi amici della sinistra francese… C’è stato, quello sì, una situazione di delirio collettivo di tantissimi giovani (come me e te), stimolato proprio dall’imperdonabile irresponsabilità di detti intellettuali che giovani non erano, ed è questo che continua a rendere legittima la proposta di una soluzione politica, soluzione politica che in parte c’è già stata, ma che sarebbe giusto completare.
 
3) Tu scrivi: “citano per incriminarle perfino delle frasi spulciate nel libro, L’ultimo sparo, scritto da Cesare, dimenticando ogni criterio di critica letteraria e scambiando un romanzo per un verbale di confessione. Seguendo questi giudizi e applicando le leggi americane, Quentin Tarantino dovrebbe essere condannato a morte.” Il fatto è che Cesare Battisti non è Quentin Tarantino. Io credo che sia giusto pretendere un certo pudore. Ma è soprattutto Battisti a rendere difficile la separazione tra sé e i suoi personaggi quando fa il gradasso vantandosi dell’evasione “armi in pugno.”
Un punto sul quale mi sento di condividere del tutto il tuo pensiero (ed ovviamente ce ne sono molti altri): “la più volte ripetuta menzogna secondo la quale Cesare avrebbe sparato su un bambino inerme, quando secondo gli atti del processo, a colpirlo fu un proiettile tirato dallo stesso padre, Torreggiani, che aveva reagito ai suoi aggressori”. Il dettaglio lo so da te e lo prendo perciò per vero: mi sembra vigliacco propagare falsità su chi si sta accusando per renderlo ancora più abietto agli occhi della gente.
Un caro saluto
Stefano