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Il Covile - N.o 203 (15.4.2004) Luciano Pellicani e Rino Cammilleri

Letture pasquali


In questi giorni ho trovato il tempo di leggere la bella raccolta di saggi Modernizzazione e secolarizzazione (il Saggiatore, 1997); i temi affrontati sono ancora di grande attualità, ma soprattutto quelli su cui da anni mi affatico. L’autore, il sociologo Luciano Pellicani, è stato direttore di Mondoperaio ed esponente di punta di quello che oggi chiameremmo “think thank” craxiano. Ho pensato di offrirvi un lungo estratto di uno dei saggi più interessanti, al quale aggiungo un mio appunto; colgo anche l’occasione per diffondere un pezzo di Rino Cammilleri che tenevo pronto e che ora viene a proposito.
 

La sociologia, coscienza critica della Modernità (di Luciano Pellicani)


[…] i padri fon­datori della tradizione sociologica poterono percepire tutto il carattere drammatico della Grande Trasformazione in atto. Questa, per un verso, attraverso la mercatizzazione universale e il disfrenamento dell'individualismo possessivo-competitivo, stava spappolando i vincoli comunitari; per un altro verso, attraverso la demitizzazione del cristianesimo e la sconsacrazione delle istituzioni ierocratiche, stava sgretolando la struttura normativa che per secoli aveva regolato l'esistenza storica dei popoli europei. La stessa continuità culturale dell'Europa era in gioco in un conflitto che opponeva valori, interessi e pratiche reciprocamente repulsivi. Pertanto, era del tutto logico che la transizione si presentasse sotto le sembianze di una generale e inquietante crisi di legittimità, di cui la Rivoluzione francese era stata la manifestazione più spettacolare e traumatica. Un nuovo ordine stava sorgendo: un ordine al tempo stesso attraente e ripugnante, dotato, è vero, di straordinarie energie creative, ma anche di una tremenda forza distruttiva. il che spiega perché i sociologi del XIX secolo - con la sola eccezione di Spencer - presero in seria considerazione l'ipotesi di una catastrofe culturale di dimensioni continentali. Essi videro con estrema chiarezza che nel seno stesso della Modernità trionfante c'era un meccanismo esplosivo che andava disinnescato, istituzio­nalizzando un nuovo tipo di solidarietà. Non era pensabile tornare indietro, come auspicavano i nostalgici dell'Antico Regime; ma, d'altra parte, non era possibile considerare normale l'interregno in cui i popoli europei si trovavano: un interregno caratterizzato dal «disordine intellettuale e morale» (Comte), dallo «stato rivoluzionario» (Tocqueville), dall'«alienazione» (Marx) e dall'«anomia» (Durkheim).
 
Oggi sappiamo che la catastrofe culturale è stata scongiurata grazie al superamento del laissez faire e alla istituzionalizzazione del compromesso socialdemocratico fra Stato e mercato, che ha prodotto una società in cui i principi della Gemeinschaft [comunità] coesi­stono con i principi della Gesellschaft [società]. Ciò non di meno, la pro­spettiva dell'«esplosione» della Modernità - una civiltà inflat­tiva quant'altre mai e perciò condannata a vivere in uno stato di permanente squilibrio - non è sparita dall'orizzonte dei possi­bili. Non è certo un caso - ma, al contrario, un chiaro sintomo che il problema sul quale meditarono i sociologi dell'Ottocen­to rimane aperto - il fatto che periodicamente riemerga, simile a un fiume carsico, la così detta «letteratura della crisi», con le sue prognosi apocalittiche e la sua visione sconsolata del destino della civiltà moderna.
 
Basterà qui ricordare l'amara diagnosi contenuta nell'ultimo saggio di Gino Germani. La Modernità - dice Germani - è in­scindibile dal processo di secolarizzazione. Questo consiste nel fatto che tutto viene messo in discussione e tradotto di fronte al «tribunale della ragione». Il risultato inevitabile è l'affievoli­mento, o addirittura l'evaporazione, della sacralità - e quindi dell'intangibilità - dei valori, delle norme, delle istituzioni e dei modelli di condotta vigenti. In breve, la secolarizzazione aggre­disce la tradizione culturale e, proprio per ciò, tende a produrre una frattura intellettuale e morale fra le generazioni; qui la mente corre immediatamente alla contestazione studentesca, vera a propria «guerra fra le generazioni».
 
Certo, grazie alla secolarizzazione, gli europei sono usciti dal­lo stato minorile, si sono emancipati dalla tutela del sacerdotium (il potere spirituale del clero) e del regnum (il potere temporale dei principi) e sono riusciti a istituzionalizzare lo Stato costitu­zionale, la democrazia rappresentativa e quel sistema di libertà e di diritti che ha permesso la nascita della figura del cittadino. Ma può la secolarizzazione espandersi illimitatamente senza intac­care la base ideologica che sostiene e alimenta la solidarietà sociale? La teoria sociologica ci insegna che la piena vigenza di un sistema di credenze e di valori vissuti acriticamente è il cemento spirituale di ogni società, ciò che trasforma un aggre­gato di individui in una comunità morale animata da un idem sentire. Nessuna società - e tanto meno la società democratica, il cui «fisiologico» funzionamento esige l'accettazione e il rispetto delle regole che disciplinano la conquista e l'esercizio del Potere pubblico - può prescindere da un nucleo ideologico «prescrit­tivo», capace di legittimare le istituzioni e di garantire che i cam­biamenti avvengano senza rotture traumatiche.
 
Appare quindi evidente la contraddizione insita nell'espan­sione illimitata della secolarizzazione. Se anche il nucleo ideolo­gico prescrittivo viene aggredito dagli acidi corrosivi della critica, è la base stessa dell'integrazione sociale - il consensus che viene intaccata. I fini ultimi della società non vengono più accettati senza discussione. Tutto diventa lecito proprio perché, in linea di principio, tutto è discutibile e il pluralismo dei valori, tipico della Modernità, può convertirsi in «anarchia dei valori». Che cosa, se un simile scenario diventasse realtà, potrebbe tenere insieme le parti sociali? Non certo il consenso e l'autodisciplina, evaporati con la disintegrazione del nucleo ideologico prescrit­tivo , bensì la coercizione e la disciplina esterna, vale a dire ciò che Ortega chiamava lo «Stato come apparato ortopedico».
 
Si deve perciò concludere che, nella misura in cui il carattere espansivo della secolarizzazione minaccia di intaccare la cogenza normativa dei valori comuni su cui si appoggia l'ordine sociale, la modernizzazione contiene una contraddizione potenzial­mente letale per la democrazia pluralistica; tanto più che questa accetta come fisiologico il fatto che esista nel suo seno una per­manente lotta di classe. E vero che dalla lotta di classe la demo­crazia moderna estrae gran parte del suo dinamismo; ma è anche vero che, se viene a mancare il consenso sui valori fondamentali, la lotta di classe tende a trasformarsi in una vera e propria guerra di classe.
 
Il secondo aspetto preoccupante della società moderna è che la rivoluzione delle aspettative crescenti alimenta la frustrazione permanente. Indubbiamente, grazie a quella formidabile mac­china produttrice di beni e di servizi che è il capitalismo indu­striale, le chances di vita crescono a vista d'occhio; ma crescono anche i bisogni, i quali sono, quanto meno in punto di principio, pressoché infiniti e illimitati. Donde il fenomeno della «società esigente», permanentemente insoddisfatta ed eccitata; fenomeno reso ancor più esplosivo dal fatto che le chances di vita non sono distribuite secondo i criteri assiologici della democrazia sostan­ziale.
 
La promessa democratica - che, oltre a essere una pro­messa di libertà, è anche promessa di uguaglianza - non può es­sere mantenuta: è sempre, irrimediabilmente, promessa man­cata. Il che non può non produrre l'alienazione di quella parte della cittadinanza che, essendo esclusa dalla fruizione dei beni della società opulenta, si sente defraudata.
 
Il terzo meccanismo perverso che caratterizza la società moderna è la moltiplicazione di gruppi di interessi dotati di un notevole potere contrattuale. Puntualmente, quando ci sono delle grosse perdite da allocare, si crea una situazione antagoni­stica paralizzante poiché i giocatori - vale a dire i gruppi di inte­resse - possono con il loro potere di ricatto bloccare le decisioni dei governanti. Questi, non potendo realizzare il riparto dei sacrifici che hanno in mente, sono costretti a praticare l'arte del rinvio. Il risultato è che il potere di mediazione fagocita il potere di decisione e la lotta politica si trasforma in un «gioco a somma zero», rendendo ingovernabili le poliarchie industriali. Tale ingovernabilità risulta particolarmente gravida di conseguenze negative una volta che si prendano in considerazione i problemi ecologici generati dallo sviluppo industriale. La loro soluzione esigerebbe un minimo di pianificazione della produzione dei beni e dello sfruttamento delle risorse energetiche. Il che è esat­tamente ciò che non è possibile fare in un contesto politico dominato dalla pratica dei veti incrociati.
 
Per uscire da queste difficoltà - che non sono, per altro, le uniche, ma solo le più rilevanti -, la società moderna avrebbe bisogno di un solido e compatto consenso intorno ai fini ultimi.
 
Ma può formasi tale consenso, se lo specifico della secolarizza­zione è la messa in discussione di tutti i valori, ivi compresi i valori che sono alla base della civiltà moderna? Non è forse una civiltà basata sulla critica permanente destinata a distruggere la fede in se stessa e nei suoi principi
 
A questi drammatici interrogativi oggi i sociologi non sono in grado di dare una risposta edificante. E accaduto che il collasso delle grandi filosofie della storia ha disincantato il loro sguardo e li ha privati di quella fede nel progresso che animò i pensatori del secolo scorso. Pertanto, essi non possono né illudersi né illu­dere; né possono - dopo gli esiti totalitari delle rivoluzioni di Lenin e Hitler - auspicare l'apparizione di un capo carismatico, come aveva fatto Max Weber nel tentativo di allontanare dal suo sguardo la visione dello schiacciamento della libertà da parte dell'Apparato burocratico. Possono solo dirci che siamo con­dannati a procedere in avanti lungo il solco tracciato dalle gene­razioni che ci hanno preceduti, con la consapevolezza che nulla garantisce che la straordinaria avventura iniziata con il Rinascimento non si concluda con la morte storica della civiltà in cui e di cui viviamo.
Luciano Pellicani
La sociologia, coscienza critica della Modernità, in Mondoperaio, 1986, n.3.

Un appunto


Il brano che precede, come si può vedere, è dal 1986, precedente quindi alla caduta del muro di Berlino e alla fine del socialismo reale. Pellicani, citando il sociologo argentino Gino Germani, concludeva mostrando delle contraddizioni, senza proporre soluzioni, ma prima affermava, con ottimismo riformista:
“Oggi sappiamo che la catastrofe culturale è stata scongiurata grazie al superamento del laissez faire e alla istituzionalizzazione del compromesso socialdemocratico fra Stato e mercato, che ha prodotto una società in cui i principi della Gemeinschaft coesi­stono con i principi della Gesellschaf.”
Già in quegli anni ero disilluso su ciò: Ivan Illich aveva mostrato come la deresponsabilizzazione e il consumismo indotti dal welfare siano per la comunità non meno distruttivi del capitalismo selvaggio. Illich raccontava, ad esempio, come, alla trama di rapporti comunitari esistenti nelle autocostruite bidonville (rapporti comunitari che, come mostra il bellissimo Dersu Uzala, nascono dalla necessità), l’intervento riformista sostituisse la nevrosi anonima e imbelle dei casermoni “popolari”. Qui sotto una pertinente riflessione di Rino Cammilleri.
SB
 

Sussidiarietà. Caldo (di Rino Cammilleri)


Qualcuno ha provato a chiedersi perché, dei ventimila anziani uccisi quest’anno dal caldo in Europa, più della metà erano francesi. Secondo me, chi più si è avvicinato alla verità è Barbara Spinelli su «La Stampa» del 17 agosto u.s. (la cosa non è sfuggita al bollettino n° 822 dell’agenzia Corrispondenza romana).
 
La Francia è il Paese dove il welfare sanitario è più efficiente, tanto da aver abituato le persone a delegargli ogni dovere e responsabilità. L’idea che «ci pensa lo Stato» finisce col far perdere il senso, appunto, della responsabilità personale, e l’enfasi sui «diritti» conduce alla perdita di quello dei doveri. Per usare le parole della giornalista, «la Francia è la nazione dove l’individuo è re e il collettivo è interamente rappresentato dallo Stato onnipotente».
 
Infatti, come in Italia, «nei villaggi e nel Mezzogiorno la morte ha colpito meno, la pietas sembra sopravvissuta». Nel Nord soprattutto, «sono deboli le strutture collettive intermedie: famiglie e associazioni, chiesa e volontariato». Sì, perché «quando lo Stato si assume la protezione di tutti, la singola persona diventa più egoista». Lo Stato centralistico di origine giacobina (la cui invenzione è appunto francese) può dar luogo o a una proliferazione dei doveri (e allora scivola nel totalitarismo) o sono i diritti quelli che «proliferano a dismisura», e allora è la parcellizzazione a diventare totale.
 
Per ovviare a entrambe le derive, l’unica è capovolgere l’imbuto e lasciar libero quel famoso principio di sussidiarietà di cui tutti ormai parlano ma che si ostina a rimanere un puro flatus vocis perché, anche in sede europea, ci si accapiglia per fondare le carte costituzionali non sul Cristianesimo (non a caso il principio di sussidiarietà è uno dei capisaldi della dottrina sociale della Chiesa) bensì sull’Illuminismo lacizzatore (non a caso ne è la Francia l’ostinata paladina).
 
Dar modo alla società di organizzarsi dal basso nei suoi «corpi intermedi» (famiglie, parrocchie, associazioni…), intermedi tra l’individuo e lo Stato, così com’era il mondo prima che la cappa giacobina lo soffocasse, è la soluzione. Di tutto, non solo del problema della salute degli anziani.
Rino Cammilleri
http://digilander.libero.it/galatrorc4/antidoti4/20031021_cammilleri_sussidiariet_caldo.htm