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Il Covile - N.o 207 (6.5.2004) Pietro De Marco commenta Caffarra

Oltre a Nietzsche monsignore dimostra di aver letto Scheler e Voegelin (di Pietro De Marco)

Il Foglio, Mercoledì 5 Maggio 2004

Al direttore. Posso apprezzare il suo coraggio, anche all’interno del Foglio, almeno sui terreni che mi premono veramente, quelli investiti dall’intervento del nuovo arcivescovo di Bologna, che avete pubblicato sabato 1° maggio. Più che “consolarmi” (per ora non ne ho bisogno) la libertà che lei manifesta mi rafforza nella non isolata decisione di non dare tregua alla “banalità del male” contemporaneo, che consiste anche nella pratica illusoria e nell’elogio, meglio se sofisticato e protettivo, del fac quod vis senza animazione né regola di Verità.
 
Anni fa mi capitò di parlare di Verità e salvezza nelle religioni monoteistiche a uno scelto pubblico femminile, che mi ascoltava sorbendo il tè (naturalmente, me lo meritavo). Ho terminato il mio tentativo di far capire cos’è in gioco per l’uomo religioso nel problema (anzi nell’incarnazione) della Verità, accentuando che in ultimo la Verità “interpella” (come dice l’omiletica colta) la nostra libertà. Da un tavolo tintinnante di tazzine ne venne un orgoglioso consenso, forse all’unica cosa udita (capìta no): “Naturalmente, ci mancherebbe altro!” me lo meritavo).
 
Gli irridenti e cruenti (e professionali) flagellatori di Gesù, che il genio di Gibson ci ha gettato in faccia, sono uomini più autenticamente prossimi alla fede dei nostri incruenti contemporanei “disposti ad ascoltare” la Parola, eventualmente, nei ritagli di tempo. Una Parola di salvezza che non schizza sangue se ferita, non è. Pensavo queste cose l’altroieri, domenica di prime comunioni. Troppe blandizie dall’altare, nessuna memoria che quelle particole e quel sorso di vino sono quella Carne e quel Sangue già offerta propter nos homines agli uncini del flagrum. I flagellatori certamente si comunicarono (per questo Satana è sconfitto). Noi, oggi, ci comunichiamo autenticamente solo per l’immane fatica di Dio nel conservare la Sua promessa a dei ciechi che (meraviglia) si pensano finalmente vedenti.
 
Che ha a che fare questo con monsignor Caffarra? Ovviamente molto: non offendo lei e i suoi lettori spiegandolo. Sottolineo solamente che il qualificatissimo (e apprezzato a livello internazionale) duro teologo morale, caro a Giovanni Paolo, che è dentro l’arcivescovo, ha compiuto un atto teoretico di qualità, riproponendo la tesi di Jungmann (il grande liturgista, capace di pensare – erano altri anni – anche la praktische Theologie): educare significa “introdurre una persona nella realtà”. La radice è Max Scheler. Ma per decenni, nel dopoguerra, Eric Voegelin ha filosoficamente combattuto su questo punto, la Realtà, e non è molto importante che i suoi avversari non fossero i post-moderni; il magma postmoderno, se tale è, è diretto frutto del destino di corruzione della Modernità che Voegelin chiama “gnostica”. Il linguaggio filosofico della tradizione classica e cristiana, scriveva in Politica gnostica, in quanto linguaggio ontologico, risulta dalla theoria, dalla contemplazione dell’essere e del suo ordine; in quanto linguaggio metafisico, dal tentativo di cogliere un fondamento dell’essere; in quanto linguaggio teologico, dall’interpretazione dell’esperienza della trascendenza. E’ il linguaggio di chi tenta autenticamente di comprendere l’ordine del mondo e in esso la posizione dell’uomo. Con deliberata sgradevolezza Voegelin aggiungeva: non è il linguaggio della follia e non può, perciò, dialogare con essa. Delle realtà-di-sogno (di cui, aggiungo io, ora si diletta il nostro libero arbitrio, destinato ad Altro) non abbiamo alcuna esperienza, né il nostro impegno potrebbe togliere loro il carattere illusorio e renderle “attuali”. Il linguaggio filosofico può solo trattare un programma simile (rendere “attuale” il “sogno”) e le sue azioni, i suoi termini morali, come sintomo di malattia, specialmente nel momento in cui il programma stesso dimostra a qual punto giunge la sua rottura con la realtà, il suo deragliamento (“Jaspers ha fatto questo nel caso di Nietzsche”).
 
Ha ragione e ottima ragione critica il teologo (e il vescovo) Caffarra; veramente “la difficoltà che ogni educatore oggi incontra nel “far ragionare” i ragazzi ha radici profonde: è una malattia mortale dello spirito”. Grazie, caro direttore, di aver permesso a molti cervelli e cervellini di farvi caso.
Pietro De Marco