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Il Covile - N.o 208 (10.5.2004) Iraq un anno dopo (di Leonardo Tirabassi)

Questo numero


Nel novembre 2001 l’amico Leonardo Tirabassi diede importanti contributi alla nostra elettronica conversazione con una serie di riflessioni sulla guerra che stava iniziando, e ci fu anche un appassionato seguito di discussioni.
Ora che tanti fatti sono successi e che i tempi sono ancora più confusi, Leonardo pensa, e molti di noi con lui, che non sia onorevole e neppure utile tacere quando il pensiero e l’azione divengono più difficili.
 

Iraq un anno dopo (di Leonardo Tirabassi)


A un anno dall’operazione Iraq Freedom, si può provare a fare un bilancio, cercando di vedere per quanto è possibile al di là della “nebbia” della guerra.
 
Prima di iniziare, un avvertimento. Vi è la necessità, per capir la realtà di questi tragici eventi, di approntare degli strumenti di lettura, oserei dire un quadro concettuale con categorie appropriate, perché la fine della Guerra fredda ha buttato noi italiani in mezzo al mare aperto della scena internazionale, senza più reti di protezione, ancora concentrati sui nostri piccoli ma disastrosi problemi interni, anch’essi molto legati al crollo del muro. E’ ovvio che non sono sufficienti alcune righe, né che questo compito sia in grado di svolgerlo esaustivamente. Queste note sono però doverose nei confronti degli amici che hanno seguito la nascita del “dibattito sulla guerra” sulla Newsletter di Stefano.
 
Questa è una guerra post moderna, “asimmetrica”, come si dice con una parola ormai entrata nell’uso comune; una guerra che si svolge in tempo reale sui nostri teleschermi, trasparente, come dimostrano le immagini trasmesse immediatamente delle torture ai prigionieri irakeni. Quando si dice “asimmetrica”, si pensa specialmente alla diversità dei combattenti, delle forze in campo, delle tecniche ecc. Terroristi contro stati sovrani, bombe umane contro soldati, stragi di civili, fondamentalisti contro democrazie ecc. Non si riflette invece (se non di lato, ma comunque si considera quest’elemento come estraneo al discorso), sulla differenza profonda di mentalità, di visione del mondo, di cultura, di valori, di sensibilità tra i contendenti, asimmetria che forma il contesto, la cornice, che limita pesantemente le forze in campo. Non solo. E’ una guerra combattuta anche con i media, facendo breccia nella pubblica opinione e cercando di catturare o modificare il consenso attraverso l’emotività dei particolari, fatto che cambia la percezione della realtà a seconda della cultura, dei modi di vivere e di pensare. Le guerre si combattono come si può e si sa: esiste un contesto culturale della guerra esattamente come per un qualsiasi altro fatto sociale. Basti pensare al fatto che Al Jazeera non ha trasmesso le immagini dell’esecuzione del povero ragazzo italiano perché “troppo brutale” (fatto incredibile: noi li abbiamo seguiti!) mentre ovviamente nessun scrupolo si è avuto per le immagini delle torture americane. Noi occidentali abbiamo sviluppato una cultura della guerra ormai completamente diversa da quella di altri popoli, o anche nostra ma di altri periodi. Essa è formata da considerazioni sull’uso della violenza, meglio sarebbe dire, sulla limitazione della violenza che si può usare in battaglia contro i nemici combattenti, contro i civili inermi; ad essa si aggiunge una disponibilità estremamente limitata a subire perdite proprie. Non solo: il tentativo di espellere la guerra dal nostro orizzonte fa sì che anche la legittimazione sia umanitaria. Concetti quali l’interesse nazionale o la sicurezza ci appaiono come valori deboli, non più autofondanti: essi non ci sembrano più motivi sufficienti a cui appellarci. L’occidente combatte le guerre per altruismo! Il dato più sensazionale è che questa trasformazione ha cambiato completamente la nostra società, perché l’ha attraversata per intero ed in tutti i suoi aspetti: è avvenuta nell’ ambito morale delle coscienze individuali, poi grazie ai mass media è diventata luogo comune (il buonismo, il politically correct), ed ha prodotto sia una nuova sensibilità che un nuovo spazio retorico di cui tenere conto (in quanto rappresenta la base della legittimazione dell’azione politica). Non c’è nessun cinismo in queste considerazioni: sono solo, spero, alcune constatazioni. In ogni trasformazione sociale si perde e si guadagna qualcosa.
 
Questa nuova sensibilità occidentale ha perfino trasformato il diritto internazionale e quindi si è rafforzata perché è andata a istituzionalizzarsi: il diritto di ingerenza umanitaria segna il punto di svolta dalla pace di Westfalia; la sovranità di uno stato non è più, in linea di principio, inviolabile, come dimostra la guerra alla Serbia per il Kossovo. Certo, a questo risultato hanno concorso molti fattori diversi; esso è tutto compreso entro la nostra storia e parte da lontano: per usare una formula paradossale, è il trionfo del concetto cristiano di persona nel villaggio globale, nella società di massa secolarizzata. Globalizzazione, avvento delle nuove tecnologie e sviluppo dei grandi organismi internazionali (a cui gli stati nazionali cedono parte del loro potere sovrano) hanno fatto il resto del lavoro, ma il “principio di ingerenza umanitaria” rappresenta un’assoluta rottura della tradizione moderna. Sorgono perciò, da questa unica fonte dell’ umanitarismo affermato, due forze contrapposte, che vanno verso direzioni divergenti e strattonano l’azione politica. Da una parte, ogni intervento deve essere umanitario per guadagnarsi legittimità internazionale comprese le luci, quando si accendono, della ribalta e l'azione di ingerenza umanitaria può praticarsi in ogni angolo del mondo; questi interventi devono presentarsi perciò con caratteristiche non di guerra: ampio consenso internazionale, benedizioni di alte autorità morali e religiose dal Papa a Gino Strada – messi sullo stesso piano -, voto dell’ONU, CE, NATO ecc. e, cosa fondamentale, copertura e benevolenza mediatica completa. Allo stesso tempo, la guerra deve essere il più possibile incruenta e svolgersi nei tempi più rapidi possibili; il che significa un uso massiccio, innovativo, della tecnica ed una sua applicazione spregiudicata alla strategia.
 
La moralizzazione della politica ha però un difetto. Come si sa bene in Italia, essa è totalizzante, perché manichea; non permette compromessi, gradazioni dell’azione: la vittoria può essere solo assoluta e senza condizioni, anch’essa “senza se e senza ma”. Per paradossale che possa sembrare, la guerra morale per fini umanitari va combattuta in tutti i luoghi dove sia necessario, fino alla fine e senza morti. In una parola, l’occidente vorrebbe che nell’attività più rischiosa e incerta, gli imprevisti ed i pericoli fossero eliminati. Non solo i due fini opposti dell’ umanizzazione della guerra e del suo essere totalizzante vanno di per sé verso direzioni opposte e sempre per paradossi, ma addirittura si può dire che la guerra per fini umanitari è disumana!
 
Ovviamente nella realtà le cose non stanno così, sono molto più complicate e non si fermano a questa antinomia, perché se da un lato la moralizzazione della scena internazionale, frutto completo del secolo delle ideologie e della guerra civile europea, si è affermata e dispiegata, dall'altro le scelte di politica internazionale di un paese sono ancora dominate dai vecchi e tradizionali concetti di “sicurezza nazionale”, “interesse nazionale”, “ordine internazionale”. Le ragioni della politica, cioè, espulse dal discorso post moderno perché triviali in quanto legate al potere, riaffiorano comunque e in modo drammatico davanti ad un’opinione pubblica sempre sbalordita e in ritardo, opinione pubblica che le regole del gioco democratico rendono difficile governare.
 
Innanzitutto: in guerra esiste, per definizione, l’altro, il nemico, che non è detto pensi e agisca come noi (anzi, di solito, è vero il contrario), ma che allo stesso tempo sa bene come noi pensiamo e agiamo, per lo meno nella dimensione fondamentale dell’"apparire". Quindi non ha né la nostra sensibilità umanitaria, né la nostra concezione del tempo: può cioè subire e causare, nei modi per lui più opportuni e per noi più barbari, un numero di morti superiore al nostro limite; inoltre il nemico si muove in orizzonti temporali lunghissimi (i due fenomeni possono presentarsi disgiunti o assieme, come nel caso del terrorismo fondamentalista islamico).
 
Ecco delineato lo spazio d’azione, il perimetro in cui si gioca la politica internazionale. Siamo davanti ad una contraddizione lacerante che produce azioni, negli attori internazionali, confuse e zigzaganti, se non schizofreniche, perché devono tenere conto di motivazioni umanitarie ispirate da alti valori morali che, a loro volta, si basano su una sensibilità occidentale sviluppata, ma in balia delle emozioni televisive e, quindi, con risultati labili e contraddittori. E’ ovvio infatti che un paese non può spedire i propri soldati per compiti di polizia internazionale in tutto il modo, esistono problemi di risorse. E allora come avviene la scelta? Perché il Kossovo sì ed il Sudan no? Perché si spendono soldi per andare a Timor? Quanti morti, nostri e altrui, siamo disposti a tollerare? E quali obiettivi ci poniamo, dato che il “bene” è un fine un po’ troppo vago? La fine della guerra civile, o la fine delle ostilità tra due stati o contendenti, la rimozione di un tiranno o l’instaurazione della democrazia? E se sbagliamo i calcoli, dato che la guerra è un’attività ad altissimo rischio di risultato, che opzioni di riserva abbiamo a disposizione? Ma se la guerra è totale ed i poli sono solo “vittoria o sconfitta”, senza vie di mezzo, come si fa a ritirarci?
 
Esempi della difficoltà a conciliare principi diversi, senza disporre di una precisa scala di riferimento non assoluta, ce ne sono a bizzeffe: intervento alleato in Libano e conseguente ritiro delle truppe dopo l’attentato, Somalia. Tregue ma non vera pace dopo ben dieci anni dalla fine della guerra nella ex Jugoslavia.
 
La coscienza dell’impasse occidentale comincia presto, come si sa. Kipling, Conrad sono scrittori che hanno guardato fino in fondo, anche per storia personale, al confronto-scontro tra occidente e l’altro. Una delle scene più famose e drammatiche di Apocalypse Now mostra Marlon Brando, alias Kurz di Cuore di Tenebra, mormorare distrutto davanti alla consapevolezza dell’impossibilità di vincere una guerra così barbara e coloniale, con la testa tra le mani: “l’orrore... l’orrore... l’orrore”. Pioggia, jungla, oscurità, riti, sangue, massacri di bambini innocenti. Insomma, l’altro che l’occidente ha allontanato, addomesticato, riesplode in tutta la sua forza tanto più incontenibile quanto imprevisto e selvaggio.
 
Poche scene ci suggeriscono la distanza tra potenza tecnologica e impossibilità di utilizzo con il risultato di bloccare l’azione e quindi andare verso il baratro della sconfitta assoluta. Una distanza strutturale, un abisso incolmabile. È attribuibile ad uno stato d’animo, ad una “stanchezza” di un occidente ormai vecchio, oppure questa differenza tra potenzialità e suo impiego è un dato ormai strutturale?
 
Forza e legittimità. Questi sono i due poli del discorso della guerra moderno. Le democrazie occidentali non riescono ad utilizzare a pieno la loro mostruosa forza perché mancano di legittimazione. Non in assoluto, ma in rapporto a quanta possono ne utilizzare e mettere in campo per vincere in una determinata situazione.
 
Tale contraddizione interviene sempre: prima della guerra, nelle motivazioni; durante, perché fa sì che l’azione militare sia inficiata da altri principi ispiratori; dopo, nella costruzione della pace, dal peace keeeping al nation building. Interviene nelle motivazioni che portano un paese in guerra, perché ormai nessun stato va alla guerra per salvaguardare il proprio interesse nazionale ma manda i propri soldati, appunto, a costruire la pace. Si fa sentire nelle modalità attraverso la ricerca di benedizioni di consessi internazionali, sedi di più alte presunte moralità e fonti di una superiore legittimità rispetto al proprio governo. Compare durante l’azione militare nell’ambito strategico e tattico: usi della forza tesi al massimo risparmio di perdite proprie, cercando di non colpire obiettivi civili nel terreno nemico, di abbreviare il più possibile i tempi della guerra. Determina il dopo guerra, la costruzione della pace: il paese liberato deve essere governato con gli stessi metodi di casa propria e ispirandosi a principi ingegneristico-illuministi di costruzione sociale. Tradotto in poche parole: uno stato occidentale interviene per motivi umanitari, solo se c’è un consenso internazionale forte, combatte con pochi soldati utilizzando al massimo l’high tech, nella ricostruzione post bellica non può né occupare il paese, né colonizzarlo, né ricorrere a nessuna azione classicamente imperialista, come la divisione territoriale, le repressione poliziesche, la scelta dell'élite locale su cui appoggiarsi. Si sono visti così i bombardamenti aerei su Belgrado, la guerra leggera in Iraq, le soluzioni artefatte in Bosnia con una federazione che sta assieme sospesa sul baratro, la non soluzione del Kossovo, diventata una provincia criminal-mafiosa antiortodossa della Serbia.
Leonardo Tirabassi