Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 209 (13.5.2004) Marcello Galeotti e Franco Debenedetti

Questo numero


Un altro numero impegnativo. Insieme ad alcune osservazioni di Marcello Galeotti, che prendono a spunto l’ultimo intervento di Leonardo Tirabassi, trovate un lungo estratto dalla prefazione di Franco Debenedetti, esponente dell’ala riformista dei DS, al libro di André Glucksmann, Occidente contro Occidente. Quella di Debenedetti oltre ad essere una prefazione è uno sfogo: si vede che anche lui non ce la fa più a trattenersi, come molti di noi.
 

Note sull’uso della forza (di Marcello Galeotti)


Caro Stefano,
ho letto con attenzione l'intervento di Leonardo Tirabassi. Vi ho trovato osservazioni di buon senso e condividibili. Ma vi sono alcune considerazioni , "storiche" e "logiche", che mi sembra Tirabassi trascuri, mentre a me paiono della massima importanza.
Proverò soltanto ad accennarle.
  1. Le guerre hanno sempre conosciuto limitazioni e regole. La guerra stessa è, anche, violenza codificata. La guerra "totale", immaginata, ad esempio, da Junger, in realtà non è mai esistita, anche se i nazisti, per motivi più ideologici che pratici, hanno provato in qualche modo ad applicarla. Naturalmente, le regole sono sempre state violate; ma, appunto, si viola una legalità, non l'illegalità.
  2. Ci sono regole, oltre a quelle accettate dai combattenti, "non scritte", o, come ama dire Tirabassi, "asimmetriche", che molto hanno a che fare con il noto concetto dell'"onore". L'intera Iliade, ad esempio, potrebbe essere letta come l'illustrazione di due forme di "grandezza". Una è la hybris, l'arroganza di chi si attribuisce "soggettivamente" una grandezza, che la realtà è destinata a smentire. L'altra è la "magnanimità", la grandezza "oggettiva", confermata dai fatti e degna di essere tramandata.
  3. Esiste una corrispondenza, oggettiva perché inevitabile, tra diritti e doveri. Qui si tratterebbe proprio di "simmetria" (ma non sono un nominalista, e il contenuto di un concetto mi è più caro del nome che gli viene dato). Se, ad esempio, l'Occidente si attribuisce il diritto di "guidare" l'umanità e di fare coincidere, in certo modo, la sua sicurezza ed i suoi interessi economici con valori universali - quali la democrazia, il progresso , i diritti umani -, allora si assume il dovere di comportarsi secondo giustizia, di essere all'altezza dei "suoi valori". Nella Lettera ai Romani Paolo sintetizza questo rapporto ("equilibrio") tra forza e giustizia nelle frasi: "l'autorità porta la spada" e "ogni autorità viene da Dio". Per quanti non avessero troppa familiarità con quel testo capitale, ricordo che la posizione di Paolo è limpidamente "laica". L'autorità cui fa riferimento è, in primo luogo, quella romana, un'autorità non religiosa e certo, al tempo, non-cristiana. Del resto già all'inizio della Lettera è scritto che il "vero israelita" non è chi è circonciso, ma chi pratica la giustizia. Ma il concetto di giustizia non è sempre "relativo"? Naturalmente; così come quelli di potere, di forza, di interesse. Mi ha sempre annoiato il dogmatismo dei sedicenti "realisti" (tali erano, ad esempio, i marxisti). Ora ti spiego come "realmente" le cose stanno. Ma no, figliolo: "ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia".
Un caro saluto
Marcello
 

Anche Franco Debenedetti non ne può più


Dalla prefazione a Occidente contro Occidente di André Glucksmann, edizioni Lindau

Occidente diviso, Occidente unito. Il che è la stessa cosa. Perché in Occidente, dai tempi di Atene, spada in un pugno e denaro nell’altro sono mossi - a differenza dell’Oriente autocratico o teofanico - da una teoria della sovranità e della legittimità del pensiero condiviso, come insegna Leo Strauss nel suo Gerusalemme e Atene, studio sul pensiero politico dell’Occidente. Per quanto oggi più che mai semplificatoria appaia la sintesi hegeliana del movimento della storia universale, resta di una certa validità quello che Jakob Burckhardt scriveva nelle sue Riflessioni sulla storia universale:
“che la storia universale sia la rappresentazione del modo come lo spirito pervenga alla consapevolezza del proprio intimo significato: vi dovrebbe aver luogo una evoluzione della libertà, in quanto nell’Oriente era libero uno solo, poi presso i popoli classici pochi, e l’era moderna rende liberi tutti”.
Tale resta il senso primo dell’Occidente: e questo è un libro sulla nuova ridefinizione che l’Occidente sta attraversando, concluso il secolo XX che smentiva la fine della storia. E’ un libro consustanziale all’idea stessa di libertà occidentale e universale, è un bisturi adoperato con decisione su quanto la storia sta dispiegando sotto i nostri occhi e su come la comunità dei paesi liberi e democratici ritengano di intervenirvi. E’, soprattutto, una lunga e appassionata requisitoria contro i danni che l’impotenza figlia del venir meno di una critica condivisa rischia di infliggere all’Occidente stesso e soprattutto al mondo, se non si sa essere all’altezza della sfida. Sul rischio che una parte vasta, molto vasta dell’Europa e una parte anche dell’America continuino a non capire ciò che si è messo in moto dopo l’11 settembre, dopo l’intervento in Afganistan, dopo la guerra in Iraq. E proseguano a dilaniarsi in un conflitto politico e ideologico destinato a sfibrarle, a delegittimare il corso nuovo che la politica mondiale ha preso tumultuosamente a seguire dal settembre 2001, senza sostituirvi nulla di meglio che non sia il ritorno di ciascuno a un’ormai impossibile ruolo di mero osservatore.
[…]
“La demonizzazione”, scrive Glucksmann, “del presidente degli USA, grande Satana comune agli islamici e ai pacifisti, é una componente essenziale del dispositivo contro la guerra....Il manifestante dichiara la guerra al Pentagono e la pace all'Irak. E se il diavolo non esistesse? Facciamo un esperimento mentale alla portata di tutti. Se Bush scomparisse magicamente, il conflitto Israelo Palestinese, si spegnerebbe all'istante? Se Bush avesse perso le elezioni, Saddam Hussein si sarebbe astenuto da decenni di ingannare, invadere, gassare, torturare senza alcuna esitazione? Mettete Bush tra parentesi, resta Bin Laden che non ha atteso le elezioni presidenziali per preparare il più grande attacco terrorista della storia umana”.
Restano Kim Jong II, resta Putin e la Cecenia.
“L'antiamericano che imputa tutti i mali del mondo al marchio onnipresente dei bellicosi di Washington mi sembra superare in idiozia la povertà di spirito che egli presta a questi pretesi padroni del mondo”.
Integralmente d’accordo, parole sante su cui la sinistra europea dovrebbe riflettere prima che sia troppo tardi.
 
Il problema logico non trascurabile consiste però nel prendere sul serio le misure con ciò che molti tendono ormai a ignorare, a distanza di anni dall’11 settembre e dopo tante aspre polemiche sulla guerra in Iraq. E cioè il terrorismo, la sua attuale natura e diffusione, le sue vere matrici e le vaste connivenze su cui può contare. Un tema indigesto per una parte della sinistra europea e italiana. Perché alle sue orecchie il terrorismo fondamentalista islamico di al Qaida esprime un rigetto alla mondializzazione americana, folle negli strumenti ma comprensibile nelle intenzioni. E’ anzi l’altra faccia dell’America, la disperata reazione a un progetto di annichilamento che invera il mondo nell’unica forma di una bottiglia di Coca Cola.
 
Non è un caso che proprio alla questione “terrorismo” sia dedicato il maggior contributo teorico dell’appassionato pamphlet di Glucksmann. Egli distingue tra una definizione democratica e una definizione autocratica del terrorismo. Per la prima, terrorista è “l’uomo armato che aggredisce deliberatamente esseri disarmati”: il terrorista come nemico pubblico di ciò che è pubblico. Per la seconda “sarebbero terroristi gli irregolari, i refrattari, i combattenti privi di uniforme, che mettono in causa un potere stabilito, sacro, intangibile, qualsiasi cosa esso sia e faccia”: il terrorista come nemico pubblico dello Stato. Per Glucksmann, vale la prima definizione: quindi terrorista può essere uno Stato; e quella al terrorismo può essere, di conseguenza, una guerra. Anche se una guerra di tipo nuovo. Il terrorismo è una guerra contro civili inermi. “Chiamo terrorista l’uomo armato che aggredisce deliberatamente degli esseri disarmati”. Solo così la violenza, portata al parossismo, diventa violenza “totale” sulla popolazione. Il terrorismo è interpretato da Glucksmann come “totalitarismo”: “la guerra terrorista contro i civili non mira unicamente a spezzare la resistenza attuale, ma pretende di sradicare la possibilità stessa di una resistenza potenziale: essa esige un potere ‘totale’”. Il terrorismo è connesso al totalitarismo e al progetto dei regimi totalitari di governare tutto l’uomo, anche la sua interiorità, che i teorici dell’assolutismo seicentesco come Hobbes avevano pur sempre preservato dall’ingerenza del potere sovrano. Ecco perché la definizione di guerra data da Clausewitz viene meno: “la guerra è un atto di violenza teso a costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà”. La violenza terroristica non chiede nulla. Non è un mezzo in vista di un fine. Il suo fine è il nulla. La violenza terroristica è dunque nichilismo. Se ci poniamo la domanda di Socrate, scopriamo che la forma comune, l’idea che racchiude fenomeni tanto diversi è il nichilismo, presente in ogni ideologia distruttrice, e che è retto dall’assioma “tutto è permesso”. Il nichilismo è il male, perché nega che il male esista. Contro questo tipo di violenza è necessario scegliere la guerra come mezzo di resistenza estremo. Non si tratta di pensare che la guerra sia giusta. Non esistono guerre teologicamente giuste, ma guerre esistenzialmente necessarie, in una ipotetica “scala del peggio”. La legge delle guerre concerne il come e non il perché. “Le ragioni della guerra furono messe da parte, mentre divennero centrali le modalità della guerra”. Ora la tecnica ha democratizzato la possibilità di infliggere il terrore, e l’emancipazione individuale fa di ogni individuo un potenziale soggetto capace di diffondere il terrore. Con la caduta del muro la storia non è finita. “Gli orfani di una guerra fredda che si è liquefatta sono miliardi”. E il pianeta non si è stabilizzato. La risposta è il diritto d’ingerenza: l’attuale versione dello jus in bello è la guerra umanitaria in chiave antiterrorista: Bosnia, Kosowo, Afghanistan, Irak. Deve essere una guerra al servizio dei civili, mentre il terrorismo distrugge i civili. Questo distingue Baghdad da Grozny.
 
Nella sinistra europea e italiana, queste fondamentali convinzioni, che io condivido e faccio mie, suonano oggi assoluta eresia. Gli stati maggiori politici preferiscono in varia misura evitare di misurarvicisi direttamente, convinti che l’irenismo francese offra un ombrello sufficiente al riparo del quale declinare condanne del terrorismo puramente verbali, dalle quali non debba discendere una “concreta” politica dell’intervento attivo per contrastarlo ed eliminarlo. Quanto agli intellettuali, inutile illudersi. La stragrande maggioranza dell’intellettualità di sinistra è radicalmente contraria a tale impostazione, ne disconosce fondamenti, argomenti, e conseguenze. Mi limito a tre esempi, ma potrebbero essere infiniti. Prendete L’Europe, l’Amérique, la Guerre di Etienne Balibar. Il capitolo dedicato alla “pretesa alla sovranità universale degli Stati Uniti d’America” si incentra su una ripulsa della tesi secondo la quale Washington si considera titolare a deliberare lo stato d’eccezione mondiale “come un potere interno ed esterno al sistema, o che vi si inserisce escludendo se stesso dalla regola costitutiva, e si autoconferisce allo stesso tempo la responsabilità di farla rispettare dagli altri e può vedersela riconosciuta”. L’intera analisi della dottrina di sicurezza strategica emanata dall’Amministrazione americana nell’agosto 2002 è compiuta senza mai citare una sola volta il terrorismo! E non rappresenterebbe altro che “l’indifferenza degli Stati Uniti all’opinione pubblica internazionale”!
 
Quando poi, nel capitolo successivo rilegge, come si trattasse di una fosca predestinazione neocon, il famoso saggio di Huntington del 1993 sul clash of civilizations, ecco che l’antiamericanismo si declina nel tentativo di calare Huntington negli schemi del Raumordnung, del principio di riorganizzazione mondiale spaziale propugnato da Carl Schmitt in coerenza all’espansionismo del Terzo Reich. Con il bel risultato paradossale che attribuire agli Usa la volontà di esercitare il Führertum mondiale con connessa “civilizzazione della guerra senza per questo abolirla” (l’Hegung des Krieges, in Schmitt) si risolve in un inno finale all’Europa come unica frontiera della democrazia e del diritto, in realtà assolutamente non dissimile alle conclusioni in cui, nella Berlino ormai declinante del 1943, Carl Schmitt teorizzava, tra le pagine del suo Terra e mare, la necessità di separare l’heideggeriano “spazio-che-è-mondo” degli imperi dei mari anglosassoni, rispetto all’Eurasia loro irriducibile.
 
Quanto all’Italia, si prenda invece La guerra di Alberto Asor Rosa, che ha rumorosamente abbandonato i DS accusandoli di essere troppo condiscendenti proprio alla guerra in Iraq. Qui il disvelamento della continuità comunista è evidente. Altro che analisi fattuale del terrorismo post 11 settembre, e di come costruire una concreta alternativa europea nello sgominarlo, rispetto all’unilateralismo americano. Una grande nostalgia per l’Unione Sovietica, invece,
“già nel 1945 era nata la Prima Grande Potenza Mondiale della storia, mentre l’altra Grande Potenza Mondiale, che le si contrapponeva, fin dall’inizio non avrebbe che potuto soccombere”.
Perché naturalmente
“mettere uguaglianza e giustizia sopra –e talvolta contro – le ragioni dell’economia può aver cozzato, oltre che con le inefficienze di un sistema, anche contro alcune leggi naturali umane: per esempio l’egoismo individuale, il bisogno di realizzazione di ricchezza”,
ma
“in quanto sogno ha cambiato il mondo, ha fatto da argine – eccome – allo strapotere dei più forti: in molte occasioni ha aiutato i deboli, o, perlomeno, li ha aiutati a essere un po’ più forti”.

Questa è totale e dichiarata “alterità” da ogni possibile condivisione e comprensione di che cosa sia, l’Occidente. E’ un’estraniazione che rende impossibile ogni seria analisi di ciò che eventualmente minacci l’Occidente, ricondotto anzi senza esitazione a pletore innumerevoli di popolazione che
“non riescono ad assurgere al valore di simbolo universale, restano piuttosto la nuda, materiale, puramente fisica manifestazione di una incompiutezza del sistema, prodotto apparentemente e provvisoriamente residuale di una condizione tutta precedente, che la tecnologia riuscirà anche in questo caso, - un giorno – a riassorbire”.
Ma andiamo, per favore.
 
Ha perfettamente ragione Riccardo De Benedetti nel suo La fenice di Marx, sta in questo fortissimo tronco intellettuale ancora dominante a sinistra, la grande innominata ragione del mancato approdo di tanta parte della sinistra italiana al riformismo europeo. E il motivo per il quale essa si risolve a discutere con le varie derive ereticali del marxismo, lacanismo e situazionismo variamente denominato. I Blanchot, i Nancy, e il profeta sopra loro tutti, quel Jacques Derrida che 10 anni fa in Spettri di Marx ci ammoniva “senza più apparecchi ideologici marxisti, Stati, partiti, cellule, sindacati, non abbiamo più scuse. Non ci sarà altrimenti avvenire. Non senza Marx, nessun avvenire senza Marx”. E che ha coronato il suo destruzionismo applicato all’Occidente in lotta contro il terrorismo smontando nel suo “in una democrazia a venire, estranea a ogni speranza di salvezza, ha la forma di una promessa, di un’attesa (senza attesa) della singolarità dell’altro”.
 
Esattamente lo stesso cattivo impasto politico filosofico di rimpianto del comunismo ed estraniazione dalla democrazia liberaldemocratica occidentale che risuona in intellettuali pacifisti cari al nostrano “manifesto”, come Augusto Illuminati. Dal suo recente Bandiere:
“la militanza comunista e socialdemocratica si costruì un’ideologia e una pratica in alternativa alle classi dominanti e al loro sistema di idee, ma anche in alternativa alla tentazione terroristica. Duplice scissione: verso l’interno e verso l’esterno. In una situazione postfordista si pongono compiti omologhi a partire da dati pratici e ideologici diversi, ma che pur sempre in una pratica e in un’ideologia vanno a parare. Nel mondo globalizzato il terrorismo islamico è tanto periferico e interno, suggestivo e ripugnante, quanto il nichilismo russo nel XIX secolo. Non sarà un’ideologia centrata sul lavoro e sul progresso sacrificale, sul culto dell’organizzazione e della disciplina, ma sarà pur sempre un progetto coerente alla sua consaputa contingenza. Non istituirà più una pratica centralizzata ma non si confonderà neppure con il tessuto indistinto di lavoro e linguaggio scaturito dalla cancellazione delle ripartizioni fordiste. Non mera comprensione multiculturale, generico riconoscimento di differenze compartimentate e tenute a distanza, ma vivace rivendicazione degli esclusi dalla e nella globalizzazione. Una militanza comune si contrappone alla militanza comunista tradizionale quale fase interna a quell’orizzonte, come Paolo, Dolcino o Müntzer erano varianti diverse della stessa famiglia cristiana”.

Mi scuso per la lunghezza della citazione. Ma è l’apologia più impressionante che mi sia capitata di leggere, nella sinistra italiana, tra Al Qaida e il presunto sacrosanto no al capitalismo occidentale. Batte persino le strologature di Impero di Toni Negri. Come Paolo, Dolcino o Münzer, varianti diverse della stessa famiglia di rivoluzionari cristiani? Ma stiamo scherzando? Io, con questa sinistra che è ben presente nel cosiddetto “popolo della pace”, che in Italia strattona l’Ulivo e lo minaccia di ceffoni nelle piazze se non vota no alla presenza italiana in Iraq – oggi che è necessaria per assicurare un’ordinata transizione verso le elezioni, non ieri in guerra – io con questa sinistra antioccidentale che simpatizza per la dissoluzione dell’Occidente perché si sente “altra e diversa” rispetto al suo meccanismo di governo – io con questa sinistra non ho e non voglio avere a che fare. La voglio sconfiggere, da posizioni di sinistra riformista e occidentale come la mia.
 
Non mi illudo che la sinistra antagonista possa da un giorno all’altro divenire residuale, vista la sua forza in Italia più ancora che in Europa. Ma credo perciò sia giusto e sacrosanto che anche da noi si leggano libri come questo di Glucksmann. Di una sinistra delle idee, della morale e della ragione che non si svapora nella nostalgia del summum bonum per definizione rinviato all’altra vita di impensabili rivoluzioni. Che definisce il terrorismo come una minaccia e accetta anche l’idea estrema di combatterlo con guerre, se necessario. E che non per questo si identifica col muscolarismo dei repubblicani americani. Una sinistra che ha gridato di rabbia nel vedere quanta acrimonia sia stata impiegata in Europa per indebolire il suo maggior leader di governo, Tony Blair, colui che ha piegato per davvero due volte Washington a ricercare i voti del Consiglio di sicurezza dell’Onu mentre l’Europa del fronte del no si baloccava nelle piazze e con le scomuniche. Una sinistra non rassicurata e felice, ma preoccupata e perplessa, di fronte all’impennata di sfiducia verso gli americani che i sondaggi di tutti i paesi europei hanno testimoniato da un anno a questa parte. Una sinistra che non si balocca nello slogan “l’Europa funziona” dell’ultimo libro di Will Hutton, per il semplice fatto che purtroppo l’Europa non funziona, non cresce ed è divisa, oltre a essere un nano nella politica estera e di difesa per effetto dei suo no e delle sue spaccature. Una sinistra che si candida non ad ampliare irresponsabilmente, ma a sanare, andando al governo con programmi credibili e non con libri dei sogni, la frattura di cui Glucksmann ci parla da par suo in questo libro.
«La civiltà è una doppia scommessa: contro chi la nega e minaccia di annientarla e contro se stessa, troppo spesso complice della propria scomparsa. Il passato si allontana a Bangkok come a Roma, il futuro esita a Parigi come a New York, il nostro pianeta errante diventa un tutto unico … Noi siamo lì, Ovest contro Ovest».

Franco Debenedetti