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Il Covile - N.o 210 (18.5.2004) Uno sguardo indietro (di Leonardo Tirabassi)

Iraq un anno dopo. Parte II – Uno sguardo indietro (di Leonardo Tirabassi)


La prima parte è stata pubblicata nella NL n° 210

Un esempio di percezione post moderna del tempo, che produce un effetto di impazienza e di accelerazione dei tempi con un feed back ansiogeno sulle decisioni, lo si può comprendere meglio se andiamo a guardare alla fine della Seconda guerra in Europa. L’elaborazione della strategia alleata nei confronti dell’Europa, e le modalità di relazione con l’URSS, furono costruite in un lasso di tempo relativamente lungo e non furono prive di svolte clamorose, prima fra tutte la considerazione del ruolo di Stalin da parte di Roosvelt. Il periodo considerato può andare dalla fine di combattimenti in Germania, dalla relativa resa senza condizioni, fino alla nascita del Piano Marshall. Qui siamo davanti a due fenomeni diversi: vincere la guerra contro il nazifascismo e costruire la pace in Europa contro e assieme all’Unione Sovietica; quindi dare un assetto all’ordine mondiale post guerra.
 
La percezione nella considerazione di un alleato che diventava “ex” e nemico dopo anni di stretta collaborazione e il problema di approntare una strategia articolata e conseguente non furono immediati; anzi richiese del tempo e la correzione di un grave errore, la stima di Roosvelt verso Stalin. Il risultato, l’architettura del nuovo ordine mondiale, fu qualcosa di estremamente complesso che riusciva a tenere unita dimensione locale e internazionale, ricostruzione economica e sviluppo delle istituzioni civili, alleanze militari e organismi internazionali, sviluppo di nuove strategie militari ad hoc e strumenti di azioni di lotta ideologica. La capacità di muoversi su più piani e scenari, di declinare una proposta politica in ogni paese, di tenere unita le dimensioni economica, istituzionale, militare, ideologica, diplomatica rappresentò senz’altro un capolavoro politico strategico dimostrato dalla longevità e buona salute di molte di quegli organismi e istituzioni che sono stati in grado di sopravvivere ai cambiamenti, in alcuni casi agli stessi motivi per cui erano nati, e di trasformarsi. Ma quella visione del mondo e la conseguente strategia venne costruita passo dopo passo in sei lunghi anni di guerra e tre di pace.
 
Un po’ di date. A Yalta durante la guerra nel 1945, si costruisce subito qualcosa di fondamentale che non verrà mai meno: la presa d’atto degli interessi geostrategici tra le potenze vincitrici, prerequisito e fondamenta su cui poi costruire tutto il castello successivo. Quel disegno di Churchill sul tovagliolo di carta ha retto per cinquanta anni; ha retto a tutti gli sconvolgimenti finché è esistita l’Unione Sovietica. L’accordo sugli interessi, la divisione del mondo in sfere d’influenza, ha preceduto ogni altra questione; con Hiroshima si è aggiunta anche la consapevolezza dei rapporti di forza, su quale fosse la superpotenza dominante. Dalla Seconda guerra era chiaro a tutti, alleati e URSS, sia chi era il paese dominante, sia in quale cornice geopolitica dovesse avvenire il confronto; per gli alleati, la crisi di Suez nel 1956 fu lo spartiacque definitivo, la rappresentazione che lo scettro della supremazia era passato ineluttabilmente dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti; con i Sovietici, la bomba atomica aveva già assolto al compito di marcare la supremazia. Due costruzioni, due architetture si intersecano: la strategia del cointainment, con le alleanze militari e relative organizzazioni, si va a incastrare, a innestare, sulle fondamenta post guerra, facendo assumere anche a quelle istituzioni internazionali collettive, di stampo universalista e pensate per governare un mondo unito dagli stessi valori, una torsione determinata dalla Guerra Fredda. Il confronto successivo tra i due blocchi avvenne entro questa cornice che, messa a dura prova in svariate crisi, tenne.
 
Si è andati al dopoguerra, a rivedere fatti lontani per cogliere fondamentalmente tre particolarità: la prima, per affermare che dare una risposta al quesito di come si costruisca il nuovo ordine mondiale, e come si costruisce quella che gli americani chiamano “grande strategia”, non è argomento né che si possa elaborare in pochi mesi né che possa avvenire in modo lineare senza errori (a proposito di errori, se ne possono ricordare, per quanto riguarda la guerra fredda, due appena accennati: il primo rispetto all’impreparazione degli USA davanti all’aggressività imperiale di Stalin nei confronti dei paesi dell’Est Europa, l’altro, doppio, tra gli alleati a proposito di Suez: da un lato, gli Inglesi e Francesi che volevano ancora giocare un ruolo al di là delle proprie forze e dall’altro gli USA che non avevano capito che in Medio Oriente si stava giocando la Guerra Fredda e una nuova partita con il mondo arabo e non solo la decolonizzazione). Il secondo aspetto da sottolineare è rappresentato, come si è detto sopra, dalla modalità del rapporto tra le due super potenze: da una parte si è andati a costruire il concerto delle superpotenze che ha significato la spartizione del mondo in sfere di influenza, secondo gli interessi geopolitici, primo passo a fondamenta della costruzione dell’ordine del mondo, e in parallelo si è andati alla costruzione delle organizzazioni internazionali che invece riproponevano una visione del mondo wilsoniana. In terzo luogo, gli USA hanno offerto agli Alleati una strategia articolata con lo scopo di togliergli di mezzo la preoccupazione dell’Unione Sovietica, quindi garantendo la Germania a Oriente e permettendo all’Europa quella neutralizzazione dello spazio centrale la cui non risoluzione aveva portato a due conflitti mondiali. Spazio economico comune, Alleanza atlantica, Piano Marshall: ecco i cardini dell’offerta americana all’Europa dei vincitori e dei vinti.
 
L’intera costruzione del sistema internazionale dopo il 1945 riposa perciò su due assunti: condivisione di valori comuni tra alleati e consapevolezza della diversità di interessi, e dei rapporti di forza, tra nemici. Un mix di criteri universalistici e di realismo politico ispirarono la politica estera americana: anche i meccanismi di funzionamento predisposti per l’ONU sono la risultante di queste due concezioni opposte, dell’universalismo e del realismo dei rapporti di forza. Ricapitolando. La ragnatela di istituzioni internazionali, procedure, alleanze militari, organismi regionali avvolgeva i vari attori su tutti i livelli, nelle dimensioni diplomatico, economico, politico; architettura complessa (che si basava innanzitutto su un presupposto: la razionalità dei due contendenti, delle due superpotenze). Il mondo come sarebbe dovuto essere, le aspirazioni di pace perpetua si fusero con la politica di potenza: Kant sposò Hobbes. Dal confronto con il nazifascismo si affermò una concezione del mondo e delle istituzioni universaliste come le Nazioni Unite e relativi strumenti di governo mondiale; dal confronto con l’URSS si realizzò la divisione del mondo in aree di interesse geostrategico e relative strategie, azioni e istituzioni partigiane. La forza maestosa di quel castello sta nella capacità, come si detto più volte, di unire assieme due concezioni della sicurezza assolutamente diverse: la prima aperta/universalistico/idealista/ mercantilista dove la supremazia delle nazioni era determinata dalla competizione economica e la seconda esclusiva dettata invece da una logica imperiale classica tutta basata sul dominio dello spazio a cui si aggiungeva la novità della fedeltà ideologica e della sfida mondiale. Il risultato sta in una semplice constatazione: gli Stati Uniti per 50 anni hanno saputo, tra alti e bassi, regolare in ogni regione specialmente nell’area geografica più importante cioè in Europa quelle due concezioni.

A proposito della concezione del tempo, forse è utile ricordare alcune date.
 
La Seconda Guerra in Europa finì, dopo 6 anni di guerra e quaranta milioni di morti, con il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki il 6 agosto del 1945 (il 7 maggio del 1945 si era arresa la Germania); gli accordi di Bretton Woods nel luglio del 1944 e stabilirono il Gold Exchange Standard e segnarono la nascita del FMI e della Banca Mondiale; Yalta avvenne nel febbraio del 1945; la Carta di San Francisco è del 26 giugno 1945 (preparata dal lavoro del Post War Foreign Preparation Committee istituito nel 1939); Churchill tenne il famoso discorso sulla “Cortina di ferro” nel marzo del 1946 mentre il “Long Telegram” di Gorge Kennan è sempre del 1946; il piano Marshall è del 1947 (ma operativo dal 1948), anno in cui venne istituito il GATT (più tardi confluito nel WTO); il 12 marzo del 1947 Harry Truman enunciò al Congresso americano la sua dottrina; la nascita della NATO nel 1949; la costituzione tedesca, più precisamente “Legge Fondamentale” risale al 23 maggio del 1949 (anche la Repubblica Democratica Tedesca si dotò di una costituzione, ma nel 1968); la fine della guerra fredda, cioè la riunificazione della Germania è avvenuta, come si sa, nel 1989.
 
Quasi un decennio per costruire i pilastri che hanno retto la pace del dopoguerra: sicurezza militare, alleanze, elaborazione di una strategia appropriata; sviluppo economico, aiuti e organizzazioni internazionali; condivisione di valori comuni: benessere nella sicurezza e nella libertà. Cinquanta anni per finire la guerra fredda.
 
L’ordine del dopoguerra si fondava su tre pilastri: legittimazione internazionale sulla base di principi universalistici; rapporti di forza e interessi divergenti, chiari e condivisi, e relativa costruzione di istituzioni internazionali universali e particolari; articolazione e declinazione di tutto il sistema in ogni teatro.
 
Ora, invece, davanti ad una pericolo completamente nuovo e sorto all’ improvviso si vorrebbe una soluzione belle e pronta, efficace ed efficiente, senza pagare nessun prezzo e, magari, sarebbe anche meglio se altri la preparassero (senza sottoporci nessun conto)!
 
L’asimmetria odierna tra l’occidente e l’altro non potrebbe essere più totale. A partire dalla percezione del pericolo, che a noi sembra lontano e che sia sempre possibile evitare (per fortuna, la vita quotidiana scorre normale!); il divario passa per la nostra concezione della “persona”, si incrocia con una visione del tempo accelerata e nevrotica, si incardina sul concetto di guerra umanitaria e viene trasmesso in tempo reale. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: un’ opinione pubblica sballottata, illuminata da élite mediatiche. Come si può fare la guerra senza il concetto di nemico? Ha ragione Ferrara. Se le cose continuano così, per l’occidente non c’è speranza.
 
Se invece non ci arrendiamo alla nausea e ci sforziamo di pensare, perché pensare vuol dire governare, mi sembra che sia necessario partire da questa questione aperta - come si governa la contraddizione tra sensibilità umanitaria e necessità dell’uso della forza - per andare a rispondere alla domanda centrale “come si costruisce il nuovo ordine mondiale nell’epoca del terrorismo fondamentalista islamico?”, domanda che si trascina dietro l’altro problema aperto: “quale soluzione per il Medio Oriente e l’Iraq?”
 
Punto di avvio per ricomporre la tensione tra forza e legittimità/consenso è iniziare dall’elaborazione di qualche cosa d’antico, e un po’ dimenticato, come dalla definizione di interesse e sicurezza internazionali a partire dalla definizione delle minacce da affrontare.
 
La prima osservazione è assolutamente ovvia. Questa contraddizione, la tensione schizoide tra i vari corni della questione “garantire la sicurezza” non è né inventata né colpa di qualche forza oscura: avviene nel nostro mondo, nella nostra realtà. Non esistono soluzioni miracolose: solo operando su tutti i fronti e lati del problema si può pensare di produrre dei cambiamenti che non saranno né lineari né progressivi. Essa è inevitabile: uno spazio politico puro non è mai esistito, la “sicurezza” non è un dato tecnico, ma una percezione di qualcosa, è un misurare il pericolo, una minaccia sulla propria forza, sulla disponibilità ad usare le proprie armi.
Leonardo Tirabassi