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Il Covile - N.o 213 (3.6.2004) Bush a Roma

Questo numero


Pur costretto a casa dall’influenza mi sentivo in dovere di esprimermi sulla visita di Bush. Lo faccio ricordando quella di Nixon di tanti anni fa con una poesia di Montale e con l’interessante editoriale odierno di Tempi.

Senatore a vita dal 1967, nel 1972 quando Nixon venne in Italia, Eugenio Montale non si tirò indietro ed accettò, in una Roma assediata, di far parte del comitato di ricevimento. A quel tempo ero molto giovane (e so che molto mi è stato perdonato a ragione di ciò) e stavo con i Briganti. Questo mi porta, direi mi obbliga, a comprendere i giovani anche nelle loro sciocchezze, ma non rende meno severo il giudizio verso quei miei coetanei che fanno finta di non aver imparato con l’esperienza. E quelli che davvero non hanno imparato? In quei casi il giudizio è sospeso per più tristi ragioni.
 
In questi giorni sto leggendo, deliziato e con profitto, l’unico testo attualmente disponibile in italiano di Russell Kirk (1915-1994), forse ve ne fornirò qualche brano. Si tratta di The Politics of Prudence tradotto, chissà perché, in La prudenza come criterio politico, ESI. Ebbene, Russell Kirk, figura simbolo del conservatorismo americano, è stato consigliere oltre che di Ronald Reagan, anche di Richard Nixon. Russell Kirk era su posizioni isolazioniste e osteggiò la guerra nel deserto di Bush padre, così come riteneva temeraria l’idea dell’esportazione del modello occidentale e democratico in tutto il mondo. Sono questioni complesse: Pietro De Marco, che se ne occupa seriamente, ad esempio ha lavorato sul modello concordatario e sulla possibilità di applicarlo nei paesi islamici; ma quello che è certo è che con l’ideologia e la piazza non si va da nessuna parte.
 

Nixon a Roma (di Eugenio Montale)


In numero ristretto,
 
setacciati ma anche esposti a sassaiole e insulti

siamo invitati al banchetto

per l'Ospite gradito. Cravatta nera e niente

code e decorazioni. Non serve spazzolare

sciarpe e ciarpame. Saremo in pochi eletti

sotto i flash, menzionati dai giornali

del pomeriggio che nessuno legge.

Avremo i Corazzieri, un porporato,

le già Eccellenze e i massimi garanti

della Costituzione,

il consommè allo Sherrv, il salmone, gli asparagi

da prender con le molle, il Roederer brut,

i discorsi, gli interpreti, l'orchestra

che suonerà la Rapsodia in blu

e per chiudere Jommelli e Boccherini.

Il cuoco è stato assunto per concorso

e per lui solo forse siamo all'Epifania

di un Nuovo Corso.

L'Ospite è giunto; alcuni

negano che sia stato sostituito.

Gli invitati non sembrano gli stessi.

Può darsi che il banchetto sia differito. Ma

ai toast sorgiamo in piedi coi bicchieri

e ci guardiamo in volto. Se i Briganti

di Offenbach non si sono seduti ai nostri posti

tutto sembra normale. Lo dice il direttore

dei servizi speciali.

 

Se vincono loro (editoriale di Tempi del 3 Giugno 2004)


Una bella, appassionata e ampiamente qui saccheggiata lettera di un collega (Stefano Magni) a una nostra amica (Giovanna Jacob) ci fa pensare che forse stiamo già ballando sul Titanic e, purtroppo, siamo troppo impegnati a giocare con le bandiere pacifiste per prenderne coscienza. Purtroppo anche le previsioni di centri studi solitamente molto ottimisti, come Stratfor, dicono a chiare lettere che rischiamo di perdere la guerra contro il terrorismo. Il fatto è che basta una campagna mediatica sugli gli abusi e le violenze commessi ad Abu Ghraib per far crollare il morale americano e creare spaccature politiche in Europa.
 
In Italia, sono in molti ad avvalorare l’idea peregrina che la guerra al terrorismo sia solo un’invenzione degli Usa. Una “favola da petrolio” che si dovrebbe dunque contestare, come ha suggerito Romano Prodi con quell’invito rivolto agli italiani ad esporre le bandiere arcobaleno alle finestre in occasione della visita di Bush. Cioè domani, 4 giugno di un 2004 che somiglia terribilmente al 1939. Anche allora politici ed intellettuali continuavano a chiedersi «ma perché combattere contro la Germania nazista? Perché dovremmo morire per Danzica? Lasciateci in pace». Nel 1939 gran parte delle opinioni pubbliche occidentali ragionavano proprio così. E così Hitler invadeva prima la Danimarca e la Norvegia, per poi passare in Benelux e finalmente in Francia.
 
Hitler avrebbe vinto la guerra, perché nessuno lo voleva combattere. Churchill da solo non ce l’avrebbe mai fatta. Perché Hitler è stato sconfitto? Perché ha aggredito l’Urss. È lì che Hitler ha iniziato a prenderle, non a causa della forza militare dell’Urss (se Stalin non veniva tirato su di peso da Churchill e Roosevelt, i tedeschi non solo sarebbero arrivati a Mosca, ma pure a Vladivostok), ma perché i comunisti di tutto il mondo sono riusciti a mobilitare anche gli intellettuali dormienti non comunisti, da quelli dello staff di Roosevelt ad Albert Einstein. Hitler fu sconfitto perché i comunisti riuscirono allora a mettere in bocca a politici e pensatori che fino al giugno del 1941 erano stati soltanto una maggioranza di scettici parolai e menefreghisti, l’idea che il nazismo era il male e che doveva essere combattuto, a qualunque costo.
 
Oggi siamo messi molto peggio che nel 1939. Perché nel 1939 erano in tanti in Europa a pensare che non valeva la pena «morire per Danzica», ma nessuno si sognava di negare l’esistenza di una guerra. Oggi, quando non è negata, sentiamo dire che «se anche così fosse, ben ci sta, ce la siamo meritata», così dice l’ideologia terzomondista che insegna l’odio di sé dell’Occidente. Così, oggi come nel 1939, i comunisti sono dalla parte del nemico. C’è motivo di credere che, come fecero poi nel 1941, cambieranno schieramento? No, non ne vediamo i motivi. Tant’è che, nei fatti (come ci ribadiranno domani i manifestanti antiamericani a Roma) secondo i comunisti oggi l’unico vero nemico si chiama George Bush, non Bin Laden. Sì, questa volta c’è sul serio da temere che l’alleanza tra i comunisti e i nostri nemici reggerà. Contro questa alleanza c’è infatti solo il nulla del pensiero debole, il nichilismo, la stanchezza e il buio di un’Europa in continua ritirata zapateriana.
 
Una cosa è certa: se, nonostante la copertura di una nuova risoluzione Onu, l’America e la coalizione dei volonterosi fallissero la stabilizzazione dell’Irak e, dunque, non riuscissero a sgominare le trame destabilizzanti degli integralisti e dei terroristi che tengono in ostaggio 25milioni di irakeni, non solo Bush e Blair, ma noi, italiani ed europei, avremo perso la guerra contro il terrorismo. Con quel che ne segue.