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Il Covile - N.o 220 (7.9.2004) Ancora su Beslan

Questo numero


Ancora su Beslan. Vi giro, appena arrivate, alcune riflessioni di Giannozzo. Sotto trovate un testo, direi una testimonianza, dal weblog di PesceVivo che leggo regolarmente e ogni tanto saccheggio; l’anonima bancaria milanese che si nasconde dietro il nome di PesceVivo è di madre russa ed ha forti legami con quel paese.
 

Giannozzo Pucci risponde a Riccardo Zucconi


Rispondo particolarmente a Riccardo. Anche Gesù è caduto non a Beslan ma sulla croce, vittima della malvagità umana, della difesa del potere e della paura di perderlo, delle lotte ecc. la realtà del cristianesimo sta nella speranza/certezza che vincerà la fallacia di tutte le cose umane contro ogni disperazione. Quanti popoli sono stati sterminati. Centinaia di migliaia di persone vivevano nell'isola, oggi di Santo Domingo, quando ci arrivò Colombo; quindici anni dopo non c'era rimasto nessuno: uomini, donne, bambini, vecchi, tutti sterminati dalla violenza fondata sul senso della propria superiorità dei nostri antenati sedicenti cristiani e infatti fu necessario portarci gli schiavi africani a ripopolarla. Quante popolazioni ne hanno anticipato o seguito la sorte attorno al mondo? Il papa che biascica parole incomprensibili è la metafora perfetta di noi che ogni giorno biascichiamo parole, impegni, lotte, emozioni incomprensibili non solo ai santi ma ai nostri stessi cari trapassati che oggi riescono a vedere da lassù (e speriamo non laggiù come il ricco Epulone) quello che realmente conterebbe nella vita.
 
Abbiamo bisogno della misericordia di Dio.
 
Quanto alla politica, da Moro a Beslan non sono mai stato a favore del pugno di ferro, né lo stato Russo né tanto meno i terroristi hanno dato col loro comportamento un messaggio di considerare la vita umana al di sopra di tutto. Lo stato Italiano nella vicenda Moro è affondato, nel non indulgere a leggi speciali contro il terrorismo ha salvato la dignità e i valori fondanti del popolo italiano, mettendosi nella sostanza ben al di sopra del terrorismo. Il pugno forte è indice di debolezza. Eppure uno stato oggi ha tanti mezzi per combattere, nel massimo possibile rispetto della persona umana.
Giannozzo
 

Il biglietto d'invito (di Pescevivo)


http://pescevivo.splinder.com martedì, 7 settembre 2004

 
(Non riuscivamo più a scrivere dopo le notizie sulla strage a Beslan, giunte nella tarda mattinata di venerdì scorso. Poi, la ripresa viene, ritorna sempre perché la morte ed il male non hanno, non avranno l'ultima parola ).
 
Il primo settembre è il primo giorno di scuola in Russia. A Mosca, abbiamo partecipato spesso alle feste per l'inizio scolastico accompagnando le nostre cugine, le quali invidiavano un poco il nostro poter far niente, solo perché in Italia le scuole riaprivano più tardi. Ci è sempre piaciuto partecipare a questa cerimonia d'apertura, perché, soprattutto per le prime classi, tutta le famiglie vi presenziavano al completo. Gli scolari indossavano la divisa. Noi trovavamo bella la mise tradizionale delle bambine e delle ragazze: vestito nero, sempre abbastanza corto, grembiule bianco con ampi volants, grandi fiocchi trasparenti sulle trecce. Trovavamo diversamente speciali le nostre cugine, emozionate, con lo sguardo di chi ha dormito poco e male durante la notte, già pronte per una dimensione a noi negata, non potendo varcare la soglia di quelle aule scolastiche dal pavimento di legno, odorante di cera appena strofinata, dove tutte le materie sarebbero state spiegate in russo, questa impossibilità faceva sì che tale lingua restasse per noi misteriosamente familiare e straniera al tempo stesso. Per farci perdonare, portavamo piccoli mazzi di fiori in dono alle nostre care cugine, analogamente ai loro genitori ed ai nonni, i quali distribuivano sfusi graditissimi cioccolatini. Probabilmente a Beslan, in Ossezia, era un giorno di festa come quello in tutte le scuole di Russia.
 
Qualche anno fa, eravamo a Masada, vicino al Mar Morto, in Israele. Per salire sulla altura, dove si trova la fortezza del famoso assedio, bisognava prendere una funivia. Una scolaresca era in gita come noi. Gli accompagnatori, insegnanti e genitori, imbracciavano tutti, con nonchalance, dei mitragliatori, cosa che ci inquietava assai. Colto il nostro sguardo angosciato, un insegnante si sentì in dovere di darci spiegazioni: erano obbligati, a causa di attentati contro i bambini, a difenderli e a difendersi, quindi al di fuori dell'edificio scolastico imbracciavano i mitra. E dentro l'edificio scolastico? Sempre a portata di mano, fu la risposta. Ci parve un mondo terribile, quello israeliano, ci sembrò un mondo lontano, per fortuna, dal nostro, in Europa. L'insegnante concluse la spiegazione dicendoci che la cosa più importante sono i bambini, perché sono il futuro di tutti. Forse, per questo l'orrore ci assale senza poterci né volerci difendere da esso: i bambini sono l'innocenza ed il futuro, qualsiasi siano l'etnia, la religione, la cittadinanza.
 
Ivan Karamazov (nel romanzo di Dostojevskij, I fratelli Karamazov), chiede al fratello novizio, Alioscia: “Immagina che i destini dell'umanità siano nelle tue mani, e che per rendere la gente definitivamente felice, per procurargli pace e riposo, sia indispensabile mettere alla tortura un solo essere, un bambino, e fondare sulle sue lacrime la felicità futura. Consentiresti a queste condizioni?”. La risposta è no (“Quel demone che fa strage di bambini. Dostojevskij, profeta di tutte le angosce contemporanee, lo racconta così nei Karamazov”, di Siegmund Ginzberg, su Il Foglio del 4 settembre). La tentazione di Ivan davanti al dolore innocente è quella di “restituire il biglietto d'invito” a Dio stesso, un Dio il cui attributo di onnipotenza (e di responsabilità per non impedire il dolore innocente) non è messo in discussione. Hans Jonas, in Dio dopo Auschwitz, mette invece in discussione l'onnipotenza di Dio. Perché? Che cosa è cambiato? Il secolo scorso è stato il secolo dei grandi sterminî di massa. Ne La notte di Elie Wiesel, dove l'autore, anch’egli deportato giovanissimo, ricorda l'impiccagione di un bambino, “l’angelo dagli occhi tristi” nel lager nazista: “Più di una mezz'ora restò così a lottare tra la vita e la morte agonizzando sotto i nostri occhi". I deportati si chiedevano: "Dov'è il Buon Dio? Dov’è?” Wiesel scrive “Dov'è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: - Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca - ...”. Dio soffre in noi e con noi.
 
PesceVivo