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Il Covile - N.o 221 (11.9.2004) Riccardo De Benedetti ci segnala

Riccardo De Benedetti ci segnala...


Cari amici,
vi allego il testo dell'intervento di mons. Luis Sako, arcivescovo di Kerkuk dei Caldei al convegno della rivista «il Regno» che si sta tenendo a Camaldoli proprio oggi.
Il testo è stato pubblicato oggi su Avvenire.
Descrive la situazione e ci sono affermazioni non proprio di vulgata per i nostri concittadini che ahimè vivono delle panzane di Strada e compagni.
A proposito del quale vi riporto parte del lancio dell'ANSA di ieri che non so qualificare se non come una sbruffonata... o viceversa una smentita implicita alle sue tesi:
Altrettanto deciso il fondatore di Emergency, Gino Strada: "andare via dall'Iraq? Non ne abbiamo neanche discusso". "Non andremo mai via dall' Iraq - ribadisce Strada - abbiamo due ospedali nel nord e presto ne apriremo un terzo a Kerbala, 25 posti di pronto soccorso e accordi con un centinaio di cooperative per handicappati. Andare via sarebbe un disastro e una tragedia". Oltretutto, ragiona ancora Gino Strada, "viene da chiedersi chi ha interesse che le associazioni umanitarie vadano via. Forse qualcuno tra le forze occupanti sarebbe felicissimo di continuare la barbarie indisturbato. Noi però rimarremo - conclude - perché gli iracheni hanno bisogno di noi".
Attenzione ai numeri: tre ospedali già fatti? Meglio che in Calabria! 25 pronto soccorso? Stupefacente... più che a Milano! E centinaia di coop di handicappati! Che dire... Non a caso in Iraq doveva essere posizionato il Paradiso!
Il finalino sulla barbarie degli occupanti è di prammatica.
Un caro saluto.
Riccardo De Benedetti
 

Parla monsignor Luis Sako Arcivescovo di Kerkuk dei Caldei


Intervento di monsignor Luis Sako Arcivescovo di Kerkuk dei Caldei al convegno di studi promosso dalla rivista il Regno, sul tema Dove dimora il tuo Nome, Gerusalemme?, Monastero di Camaldoli, 10 settembre 2004 (testo pubblicato su Avvenire)

Carissimi, i gravi attentati alle chiese cristiane in Iraq dell’inizio di agosto e i recenti terribili eventi hanno fatto sorgere molte domande sul futuro del nostro Paese.
 
L’Iraq è un Paese di 434.000 kmq che include differenti gruppi religiosi ed etnici. I musulmani formano il 96% della popolazione che conta circa 23.584.000 abitanti (sciiti 62%, sunniti 34% e la minoranza cristiana col 3-4%). Il pluralismo religioso è anche un pluralismo etnico: arabi, kurdi, turkmeni e caldei (questi ultimi sono cristiani di antichissima cultura, eredi delle antiche popolazioni dei sumeri, dei babilonesi e degli assiri). Un mosaico religioso-etnico che non facilita il dialogo.
 
Il Paese è stato governato da un dittatore – Saddam Hussein ha attuato un totalitarismo assoluto – senza lasciare alcuna cultura politica. Nella nostra storia recente dobbiamo annoverare due guerre, 12 anni d’embargo, un milione di morti, un milione di emigrati. Il paese è stato per anni un contenitore di caserme e di armi. Dopo la caduta del regime la gente ha creduto che sarebbe avvenuto un miracolo: libertà, sovranità, economia, lavoro, sicurezza... Non è stato così, la mancata formazione civile e politica ha indotto il sogno, anche se il cambiamento radicale è stato apprezzato dagli iracheni.
 
Gli americani, prima e dopo la guerra, hanno parlato di «asse del male», hanno minacciato la Siria e promesso riforme nel Medio oriente e particolarmente dei Paesi arabi e musulmani. Giudizi e progetti che hanno convinto molti ad allearsi per fare fallire il nascente modello iracheno. Le sue caratteristiche democratiche, federali, pluraliste lo rendono pericoloso per molti Paesi, anche vicini. Così tutte le sue fragilità sono sfruttate e ingigantite per fini politici. Coloro che sono impegnati nella destabilizzazioni del Paese sono in maggioranza stranieri. A costoro si affiancano alcuni estremisti musulmani che hanno paura dell’occidentale: della sua libertà democratica e dei suoi codici morali così lontani dall’islam e dal suo sistema teocratico. Ulteriori consensi sono arrivati ai destabilizzatori dagli ex membri del regime, abituati ai privilegi e a un elevato livello di vita. Alcuni sistematici saccheggi nascono da qui.
 
L’informazione satellitare araba ha avuto e ha un ruolo cruciale nel far crescere le provocazioni. L’Iraq durante e dopo la guerra è diventato un terreno fertile del terrorismo mondiale. Difficile capire perché le truppe americane non abbiano controllato le frontiere e abbiano consentito il saccheggio delle caserme.
 
In un quadro di questo tipo i cristiani formano una élite indispensabile per l’equilibrio nella regione, data la loro formazione scientifica, morale e la loro tolleranza. Sono un elemento importante di quella cultura del dialogo e della riconciliazione che è premessa necessaria della pace. La loro presenza è importante come lo sono i fiumi Tigri e Eufrate per la nostra terra. Perciò tra i membri dell’Assemblea nazionale ci sono quattro cristiani. Gli attacchi contro le chiese di alcune settimane fa hanno lo scopo di radicalizzare la destabilizzazione del Paese. A questo fine tutto è utile: far saltare in aria un ospedale, mettere una bomba al mercato, fare un attentato a un posto di blocco di polizia. È uno scontro tutto politico, come è politica l’azione intrapresa da Al Sadr. Forse nel progetto di alcuni estremisti (non iracheni) vi è la spinta perché i cristiani abbandonino il paese, rendendolo così del tutto musulmano. Penso che vi sia una responsabilità evidente degli americani e degli alleati a fare ogni sforzo per mettere fine a questa situazione assurda, salvando il modello democratico e rappresentativo che permetterà ai cristiani di dedicarsi all’azione educativa e alla formazione degli iracheni alla cultura di pace, di dialogo e di rispetto reciproco. Se non si dovesse arrivare a questo credo che americani e alleati perderebbero ogni rispetto e credibilità nel mondo.
 
Ogni bene.