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Il Covile - N.o 223 (26.9.2004) Space Clearing e Life Coaching (di Grazia Collini)

Questo numero


Per questa NL avevo preparato, a seguito dell’ultima sui costruttori, una “Lettera al Direttore” tratta da Studi Cattolici che mi è parsa molto pertinente, la trovate più avanti. Giusto oggi è arrivata una riflessione di Grazia Collini che non potevo non farvi subito conoscere e che ha stimolato una piccola replica.
 

Space Clearing e Life Coaching


Sono uscita di casa stamattina accompagnata dalla infelice sensazione di lasciare la casa nel disordine; forse è una preoccupazione più femminile che maschile ma ovunque mi giro sono assalita da un senso di inadeguatezza per come ho organizzato le stanze, apro le ante degli armadi e pile e pile di biancheria vacillano senza sostegni, la totale assenza di linee squadrate lascia il posto a sbrendolanti linee curve e crolli cotonosi.
Nei cassetti la biancheria prende vita durante la mia assenza e i reggiseno si intrecciano inesorabilmente con i gambaletti, le mutandine si nascondono tra i calzettoni.
L’armadio con i vestiti è tutto un pigia pigia di gonne, camicette prima stirate e poi mandate al macero su una gruccia a spiaccicarsi l’una con l’altra.
E poi i generi alimentari: tonno e scatolette che dal loro ripiano, una volta assegnato, migrano nel ripiano dei fagioli, la pasta improvvisamente dietro la riserva di zucchero.
Lo sportello delle pirofile, insalatiere, vassoi, pentole che si usano meno è il regno di instabili geometrie che tendono a franare non appena si allenta la sorveglianza.
In realtà io vivevo tranquilla fino a qualche mese fa, conscia che nella vita ci sono preoccupazioni più vere dell’ordine casalingo ma poi ho scoperto lo “Space Clearing” branca del Feng-Shui.
Una signora londinese, Karen Kingston ci ha scritto un libro: “CREARE L’ARMONIA DEL PROPRIO AMBIENTE”. Pare che le cianfrusaglie ed utensili vari di cui ci circondiamo “clutter” siano un ostacolo alla libera diffusione dell’”ENERGIA VITALE”.
L’idea di base nasce dalla convinzione che se mettiamo ordine in un cassetto, in un armadio, mettiamo ordine anche nella mente.
La filosofia del “meno è bello”, togliere piuttosto che aggiungere, selezionare piuttosto che incrementare.
Ora io non voglio dire che di base l’idea non sia interessante ma, a parte il fatto che i miei giorni sono tormentati dalla visione di cassetti e armadi in disordine e ogni tanto sono costretta a riempire compulsivamente i cassonetti di cianfrusaglie varie, vorrei proprio sapere questa famosa ENERGIA VITALE che cosa è veramente. E’ possibile che un cassetto ingombro di foglietti sia di ostacolo alla LIBERA DIFFUSIONE DELLA ENERGIA VITALE?
La parola stessa farebbe pensare a qualcosa di molto potente, una specie di tornado..., e allora come funziona? La troviamo accucciata dietro la porta del ripostiglio e non riesce a girare l’angolo della camera perché proprio vicino al letto c’è una pila di giornali vecchi che non ti decidi a buttare?
Qualche anno fa in un libro di un giovane teologo trovai invece una argomentazione opposta: lui diceva che se la camera dei nostri figli è nel caos totale noi dovevamo rallegrarci e dire: - che bel disordine, figlio mio! - perché il disordine esterno faceva sicuramente compagnia a un ordine mentale.
E poi, diciamocelo francamente, come sono più piacevoli, più simpatiche le persone che se ne sbattono di queste cose (io purtroppo non sono tra queste).
La noncuranza per l’ordine è secondo me indice di un grande equilibrio mentale, un ordine mentale appunto.
 
Un’altra cosa che mi lascia perplessa oltre allo “Space Clearing” è il “Life Coaching”
Su internet si trovano siti e siti e anche in Italia abbiamo un albo per il life coach, una federazione italiana di l.c., corsi per chi vuole diventare l.c. (a proposito potrebbe essere una carriera interessante per i nostri figli: mamma io da grande voglio fare il life coach…)
Cito: “il life coaching è una tecnica finalizzata al miglioramento della performance attraverso lo sviluppo delle potenzialità personali. La sua finalità è l’elaborazione e il monitoraggio di programmi concreti di autosviluppo e autoefficacia attraverso l’allenamento di modalità creative di essere e di fare.”
Cito ancora: “il coach è una risorsa: non si sostituisce al cliente; non impartisce lezioni ma, attraverso la sua tecnica e le sue competenze, supporta il cliente sia nell’esplorazione delle situazioni che nell’individuazione e nella realizzazione di piani di azione”
E ancora: “tempi e modi: di solito un processo di coaching si articola in un arco temporale di 4-12 mesi con incontri/colloqui di 40-90 minuti, ogni 10/15 giorni. Le sessioni possono avvenire di persona oppure al telefono. Ogni sessione costa dai 40 ai 90 euro. Fra una sessione e l’altra avviene uno scambio di e-mail”
In pratica lo scenario potrebbe essere questo: - sono grassa, e poi compro sempre vestiti che non mi valorizzano e poi quando il mio capo mi rimprovera non so mai cosa rispondere e lì c’è uno che ti strappa di mano i panini, che ti brontola se al supermercato compri le patatine e le mangi, che ti aiuta a scegliere un cappottino nero che ti valorizzi e poi fa finta di essere il tuo capo e ti fa : - No, non abbassare gli occhi, rispondimi, devi rispondermi, non abbassare gli occhi, dai, ce la puoi fare!
 
E’ interessante questo nostro mondo non è vero? Io non sono una grande commentatrice e argomentatrice, sono spunti di riflessione, come dice Don Stinghi al termine delle sue omelie.
 
Grazia Collini
 

Teologi


Cara Grazia, bellissimo il tuo contributo e preoccupanti queste nuove mode, ma su un punto devo dissentire: penso infatti che il giovane teologo parlasse, come molti fanno spesso, per il piacere delle parole ad effetto, “pour épater les bourgeois”, ma che avesse torto. Un po’ come don Milani che intitolò un suo libro L’obbedienza non è più una virtù, sentenza che sapeva benissimo essere falsa, ieri come oggi. Certo che ci sono maniaci dell’ordine; tra i miei ricordi d’infanzia c’è una donna che passava la sua vita alla finestra, a sbattere qualcosa: un tappetino, un cencio, un paio di ciabatte…
L’ordine e l’obbedienza non possono essere fini a se stessi, ma sono indispensabili all’agire: non si è pittore se alla fine del lavoro non si asciugano i pennelli e si ripongono.
 
S.B.
 

Il Gesù di Mel Gibson

Studi cattolici, n° 520, pag 473
[…] gli articoli dedicati alla Passion di Mel Gibson […] mi hanno aiutato ad apprezzare meglio il film, che ho visto di recente. Ora mi è venuto lo sfizio di evidenziare di questo film un paio di dettagli, che, se­condo me, fanno giustizia alla fi­gura di Gesù nella pienezza della Sua natura.
Poco tempo fa ho rivisto Ben Hur. Ovviamente l'ho visto con occhi diversi da quand'ero un ragazzino delle medie. Vi è inserito un episodio in cui san Giuseppe riceve la visita di un cliente, irri­tato perché una tavola (ricordo bene? Era una tavola?) che aveva ordinato non è ancora pronta. Giuseppe si scusa dicendo che l'aveva data da fare a suo figlio che, però, non ha fatto ancora niente, perché passa tutto il tem­po a pregare. Questa scena, che non mi aveva impressionato in gioventu, rivista adesso mi ha fatto, come si dice in Olanda, «ri­torcere le dita dei piedi». Un Ge­sù che trascura i suoi impegni di lavoro per pregare? E il peggio è che quella scena era ispirata pro­prio dalle intenzioni più serie, come se in questo modo si confe­risse un grande valore allo stile di vita di Gesù.
Nella Passion è inserito un flash-­back, totalmente inventato dal re­gista, quasi in interrnezzo comico. Un Gesù in «tuta» da lavoro ha fabbricato una tavola, e con­stata con visibile soddisfazione la solidità del suo prodotto, battendoci e sedendovisi sopra. Una bella differenza rispetto al Gesù levitante di Ben Hur!
Maria, che ha osservato la soddisfazione di Gesù, lo invita a mangiare, però gli impone di toglier­si il grembiule da lavoro e di lavarsi le mani. Mentre l’acqua gli cade sulle mani, Gesù si permette un gesto da ragazzone discolo, schizzando l’acqua in faccia a Maria. Il tutto irradia quella virile serenità che il Gesù di Cavie­zel mostra anche nel flash-back di Gesù predicante, che sulla montagna muove le mani - come fanno le persone di cultura medi­terranea - e guarda con occhi che ridono.
Se Gibson continua in questo modo, dandoci questa figura di un Gesù virile, sereno, simpatico, laborioso e competente, per me può filmare anche tutti e quattro i Vangeli. Ci ripulirà di tutti quei Gesù disossati, bravini, un po’ santoni, che tanta produzione fil­mica ci ha fatto sorbire per anni.
 
Umberto Barelli (Amsterdam)