Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 224 (6.10.2004) LibertàEguale a Orvieto

Questo numero


NL politica questa volta, vi preannuncio che la prossima sarà peggio: non sempre si hanno chicche come quella di Grazia Collini del numero scorso, ma, come ricorda sempre Wodehouse, bisogna prendere il dolce e l’amaro.
Qualche giorno fa, ad Orvieto, si è tenuto l’annuale convegno di LibertàEguale, dei nostri amici c’erano Leonardo Tirabassi e Andrea Borselli. Il primo è intervenuto subito, mio fratello lo ha fatto dopo.
 

L'intervento di Leonardo Tirabassi


Orvieto 1 ottobre 2004

Cari amici,
credo che la decisione di dedicare una sessione alla politica internazionale nel consueto incontro di Orvieto sia più che necessaria; credo che dedicarvi la giornata di apertura sia il segno della rilevanza che gli affari del mondo occupano oggi: la stessa distinzione tra politica interna ed estera è diventata sempre più labile. La politica estera si può dire che cominci nel cortile di casa propria.
 
L’11 settembre costringe i governi di tutti i paesi, ogni forza politica a risposte rapide a quesiti precisi. Prima di tutto il più importante, quello che stabilisce la priorità: come uno stato possa difendere la vita dei propri cittadini, come cioè si garantisca la sicurezza nazionale, questione che, a cascata, ci costringe a rispondere alle altre domande. Che cosa sia il terrorismo di matrice islamico fondamentalista, in che contesto – fine della guerra fredda e avanzata della globalizzazione - questa follia omicida si collochi, perché una parte dell’islam ci odi, quali strumenti utilizzare per combatterlo, con chi allearci, quali azioni politiche diverse dalla guerra proporre. Ma è necessario rispondere a tutto ciò per ritornare alla domanda principale: ai modi cioè in cui si possa garantire la sicurezza del paese, a come si sconfigga il terrorismo islamista e si ricostruisca un ordine del mondo sicuro e condiviso, una pace duratura e giusta.
 
Avere la capacità di affrontare con chiarezza questo nodo significa riuscire a inserire la nostra reazione in una prospettiva generale in cui tutti si possano riconoscere; vuol dire proporre al paese una visione del futuro. Significa credere in quello che difendiamo, credere che il nostro mondo di libertà sia il mondo di tutti e non solo di una parte di esso, mondo peraltro visto da chi ci attacca in modo contraddittorio: una volta siamo cristiani e l’altra invece corrotti e consumisti. La lotta contro il terrorismo islamista è una battaglia per la libertà nella tradizione del socialismo riformista, dimostrata nel novecento con la lotta antifascista e l’aiuto concreto dato per la libertà dell’est europeo.
 
Gli eventi tragici dell’11 settembre hanno rimesso con forza al centro di ogni agenda i grandi temi della politica: le questioni della pace e della guerra, l’interesse e la sicurezza nazionale, gli obiettivi, le strategie e le alleanze. Argomenti che hanno scardinato completamente le vecchie differenze tra destra e sinistra, si veda le posizioni di Blair contrapposte alla Francia e alla Spagna di Zapatero. Temi con cui la sinistra italiana, anche riformista, non si trova per tradizione a proprio agio, stretta com’è in una morsa contraddittoria che non produce né consapevolezza politico culturale né senso di responsabilità, entrambi fattori caratteristici di qualsiasi forza realmente di governo. La sinistra nel suo complesso oggi si trova ingabbiata, da una parte, in posizioni ideologiche manichee ancora ferme all’antiamericanismo, al pacifismo impotente e chiuse in una mentalità noglobal erede di un terzomondismo da anni sessanta; essa insomma ancora appare prigioniera di corporazioni ideologiche. Dall’altro lato, sempre questa sinistra, sembra condurre scelte improvvise segnate da iperrealismo, con la conseguenza che esse appaiono più il frutto di un tatticismo opportunista che di una riflessione strategica profonda e condivisa. Questo modo di agire, di operare delle scelte fondamentali, lascia dietro di sé un vuoto di elaborazione culturale e politica spaventoso fino a risultare vacuo, perché non produce nessun sedimento. Il risultato del tatticismo esasperato, che vorrebbe essere intelligente, sembra infatti più il frutto del caso, dell’occasione, e qualche volta della posizione istituzionale, che il frutto di una reale riflessione, patrimonio condiviso di una forza che mette a disposizione del paese e della sua opinione pubblica le proprie elaborazioni.
 
C’è da considerare inoltre che la sinistra, in questo in compagnia di tutte le forze storiche del panorama politico italiano, è erede di una disabitudine all’azione politica autonoma e responsabile sulla scena internazionale, disabitudine frutto della guerra fredda.
 
Una sinistra di governo, che voglia fare proposte realiste al paese, se non vuole risultare marginale, residuale e trascinata dagli eventi, si trova quindi davanti ad una doppia difficoltà con cui deve fare i conti. Il primo problema è comune a tutta la politica nazionale, mentre il secondo è una specificità della sinistra, di quasi tutta la sinistra con rare eccezioni, ma comunque ormai dimenticate.
 
Da una parte la fine della guerra fredda ha lasciato orfano il mondo libero del nemico principale, l’Unione Sovietica, principio ordinatore e regolatore di tutto il gioco internazionale: alleanze, strategie, margini di manovra risultavano allora chiaramente delineati. Per usare una metafora ferroviaria; era chiara la direzione, il mezzo, chi fosse il locomotore e chi fossero i vagoni. Ad ogni paese e forza politica era concesso un certo margine di azione, che tutto sommato faceva gioco a tutti; come in ogni meccanismo complesso era necessaria una certa elasticità tra le giunture dei componenti, pena la rottura dell’ intero sistema, elasticità che spesso veniva ricoperta di significati esoterici, ma era più la retorica della diversità che la realtà. Ad una sinistra non massimalista, alla sinistra per intenderci che scelse durante la guerra fredda l’adesione al Patto Atlantico e l’installazione dei missili a Comiso, era lasciato un certo spazio che le permetteva di provare vie dialoganti con il nemico e di favorire un po’ gli interessi economici del proprio paese, magari con vicini di casa ricchi di materie prime. Questo gioco avveniva sempre e comunque sotto la protezione delle nostre alleanze e degli armamenti altrui. Oltre alla realtà dello scontro bipolare, vi era l’ideologia, il discorso retorico che ricopriva tali azioni: politiche del dialogo, visioni ecumeniche delle relazioni internazionali, viaggi della pace, ma, insomma una volta scelta chiaramente la parte con cui stare, si trattava o di apparenze quasi sempre innocue o di azioni svolte riguardo questioni che ricadevano fuori il confronto con il nemico principale, giochi che accadevano in teatri secondari. La sinistra riformista, sorta di Giano bifronte, era chi più soffriva di questo ruolo di cerniera tra istanze ideologiche autonomiste e obblighi internazionali, con il risultato di concessioni al linguaggio della propaganda pericolose perché ambigue e inquinanti, che certo non aiutavano nessuno: né il paese, né la propria opinione pubblica, né i propri militanti né il proprio elettorato a crescere.
 
Ma non solo. Questa ambiguità ha prodotto un fenomeno, una mentalità sia in chi deve decidere che nel paese, subalterna, un abitudine a giocare di rimessa: il confronto reale, duro, l’hard power per intenderci, veniva lasciato e delegato a chi era in grado di farlo, sicuri e tranquilli che questo compito di attuare le scelte strategiche e di adottare le opportune azioni fosse comunque svolto. Nasceva e si sviluppava, allo stesso tempo, un’attitudine critica di risulta per scovare eventuali magagne nella politica dell’alleato maggiore con il fine recondito di ritagliarsi ambiti di manovra propri. In una parola, una certa sinistra che si dice riformista era più concentrata sull’analisi dei difetti e degli errori degli amici, e in primo luogo degli americani, che sulle risposte da dare ai nemici comuni che si doveva affrontare. Difetto che mi sembra ancora di scorgere.
 
Io credo che le due questioni, di come si possa difendere il proprio paese, sconfiggere il terrorismo islamista, e del modo con cui ci si rapporti agli Stati Uniti siano strettamente connesse e che non si riesca a dare una risposta esauriente e realista al primo problema se non si smette di guardare all’alleanza con gli Stati Uniti come qualcosa di dato, con sufficienza e fastidio, modalità tipica non solo della sinistra, ma più in generale degli europei.
 
Scusate ora lo schematismo, i punti in questione sono quindi essenzialmente due: che cosa significhi il terrorismo islamista in un mondo globalizzato e come lo si possa vincere. La questione dell’Iraq, se sia stato giusto e opportuno da parte degli Stati Uniti intervenire ed ora cosa si deve fare, può essere affrontata solo dopo che sia chiara la sfida si sta affrontando: è indubbio che gli americani abbiano commesso degli errori, ma non è banale capire su quale livello essi si collochino, se su un piano politico o militare, tattico o strategico.
 
Se la sinistra estremista non ne ha indovinate mai nemmeno una, e quindi non meravigliano le attuali posizioni, vi è però una parte di noi, di noi riformisti intendo, che non ha capito o non ha tratto le conseguenze dell’11 settembre e che troppo spesso si trova anche inconsapevolmente a civettare con quelle idee. Voglio dire che l’analisi deve partire non dalla risposta americana all’ 11 settembre, ma da che cosa quella strage significhi; se si ha chiaro il significato di rottura epocale che l’attacco all’America ha, il ragionamento politico non può altro che mettere al centro una riflessione sulla guerra. Davanti alla guerra, alla minaccia di chi vuole annientarci per il solo fatto che esistiamo, che siamo parte dell’occidente perché qui siamo nati, non si possono fare più sconti a nessuno, né calcoli tattici elettoralistici. Sofri, nel suo intervento su Repubblica del 29 settembre, è l’esempio classico, da non imitare, di chi giudica più importante l’identità del gruppo, l’appartenenza alla propria parte politica, che la verità.
 
La strage di più di 3000 vittime innocenti nel cuore del funzionamento reale e immaginario del mondo segna uno spartiacque di non ritorno. Da quel momento in poi il terrorismo fondamentalista di matrice islamista si pone al centro di ogni politica di sicurezza: quell’Islam sceglie di colpire New York come obiettivo e simbolo della globalizzazione debosciata e secolarizzata, frutto, anche nel suo consumismo imbelle, della tradizione cristiano giudaica. L’islamismo estremo ci dichiara suoi nemici in modo assoluto, totalizzante senza distinzione tra civili e soldati e non capisce più che la dicotomia non è tra noi europei e americani e il mondo islamico: Al Qaida chiama “occidente” qualche cosa che ormai è “sistema mondo” che comprende l’Europa, le Americhe, la Russia, l’India, che sta inglobando la Cina e lentamente anche alcuni paesi mussulmani, basti pensare all’Indonesia. Bin Laden vuole distruggerci perché il capitalismo, il libero mercato, la circolazione libera di persone, merci e idee, è apparsa in modo imperioso anche nei paesi mussulmani. Il sogno di un nuovo califfato è la risposta folle, disperata ma lucida, di chi sente minacciata la propria identità e vede ancora possibile inserirsi nelle debolezze strutturali delle proprie società per cercar di impedire l’unione di quei paesi al processo, al flusso inarrestabile della globalizzazione. E’ la risposta politica, omicida nihilista, che il fondamentalismo offre ai propri popoli da contrapporre alla debolezza delle proprie classi dirigenti, autoritarie e corrotte; l’islamismo radicale reagisce alle prime aperture della propria società alla libertà di espressione, al desiderio di libertà, con la paura, cercando di rigettare quei popoli, e noi di conseguenza, nel terrore. Bin Laden spera di fare breccia nella contraddizione tra bisogno di libertà, rottura dei legami tradizionali e l’ incapacità di governo dei nuovi fenomeni da parte delle elite di quei paesi.
 
Il terrorismo fondamentalista di Al Qaida si presenta quindi con la caratteristica della spietatezza e determinazione, sperando che l’ “occidente” non regga la spirale di morte. Nella ricerca sempre della conquista di nuovi basi, esso è anche uno degli strumenti che alcuni stati, si pensi alla Siria, all’ Iran o alla Libia di Gheddafi fino a due anni fa e all’Iraq di Saddam (vi ricordate del terrorista Carlos?) che utilizzano il terrorismo come normale metodo politico.
 
Il fondamentalismo islamista è convinto della debolezza dell’occidente, scambia la nostra volontà di pace frutto di due guerre mondiali, di cinquanta milioni di morti – solo per dire in una cifra l’immane tragedia della nostra storia – per disponibilità al suicidio. Vi è una parte dell’ Islam che pensa, inoltre, che sia possibile, per usare un’espressione di uno stratega, disconnettere una parte del mondo, per giunta seduto sulle riserve del pianeta, dal processo della globalizzazione; che vuole, con una violenza cieca e bestiale, impedire la rottura dei vincoli tradizionali che legano l’individuo a quella comunità; che cerca di impedire la liberazione della donna, togliendole ogni diritto.
 
La crisi di identità attuale in cui versa il mondo arabo mussulmano è qualcosa di profondo; rappresenta il risultato di conti non fatti con la propria storia, non solo recente, e conduce alla manifestazione evidente di mancanza, questa sì assoluta, del principio di realtà. (Che cosa sarebbe della storia del nostro paese se ancora si pensasse che l’Impero romano è la nostra patria, se si pensasse all’ Impero cristiano d’occidente, o anche più semplicemente all’Istria, a Nizza, alla Corsica come a territori da riconquistare con la forza?).
 
Queste caratteristiche quali l’uso dello strumento militare del terrorismo, guidato da una volontà cieca e assoluta, il sogno politico astorico della possibilità di un nuovo Califfato, sia nella declinazione sunnita di Al Qaida che in altri fondamentalismi, la volontà di separare il mondo arabo mussulmano dall’occidente, la disponibilità democraticamente data dell’uso delle armi di distruzione di massa, la ricerca di stati falliti da conquistare e l’appoggio di quelli criminal mafiosi, tutto questo fa sì che ai paesi sfidati, anche all’Italia, non si presenti nessuna alternativa che non contenga anche l’opzione militare.
 
Un’ulteriore osservazione da fare è riguardo al rapporto tra uso del terrorismo e movimento politico religioso. Il terrorismo è il mezzo, la tecnica militare scelta da quel movimento perché più gli corrisponde, ma è un mezzo: quello che voglio dire è che è necessario sconfiggere la mentalità, l’ideologia, il movimento politico e gli stati che lo utilizzano e lo appoggiano. E’ una guerra di nuovo tipo, per cui il sistema di sicurezza internazionale non è attrezzato, che va combattuta su tutti i fronti: non si può sperare di vincerla se tralasciamo una dimensione. Se non siamo convinti di stare difendendo la libertà di tutti, non la nostra libertà occidentale, ma la libertà del mondo che vuole la modernità, la pace, che pensa che le persone siano più importanti delle ideologie e che la vita possa appartenere a Dio ma non certo a chi parla per Lui, non si può sperare di ottenere nessun successo.
 
E’ uno scontro militare con caratteristiche precise e nuove: innanzitutto il terrorismo ha una specificità religiosa e non più politica, proviene da attori non statali, ma è spesso utilizzato da stati canaglia o trova base in stati deboli o falliti. Vuole la distruzione dell’occidente, ma soprattutto vuole la reintroduzione del califfato: è insomma una guerra civile all’interno dell’ Islam esportata su scala planetaria. Noi europei avvezzi a confrontarci con le ideologie non dovremmo fare grande fatica a comprendere nel suo significato profondo che cosa sia questa nuova ideologia totalitaria. Se il secolo breve è stato letto come una lunga guerra civile combattuta tra tre modalità alternative – liberalismo, nazismo e comunismo - per governare la modernità, il fondamentalismo islamista è la sfida attuale di una parte del mondo alla modernità. Esso è la punta dell’iceberg di un area politico culturale collocata in una zona precisa del mondo che nel suo complesso non ha accettato la modernità, che non avendo fatto i conti con la propria storia, sta cercando di imporre una propria strada nella contemporaneità.
 
Bisogna essere estremamente chiari: questo progetto è folle sia per i mezzi impiegati, sia per l’obiettivo perseguito, finalità voluta anche da quelle forze che non ricorrono al terrorismo. Non esiste alternativa alla globalizzazione. Questa è la verità: il fondamentalismo islamico vuole dividere il mondo in occidente e Islam, vuole disconnettersi organicamente dalla modernità, vuole cioè offrire un progetto politico, il ritorno alla tradizione, a tutto il mondo mussulmano. Una volta falliti i vari progetti di diversità, di strade panarabe che già si erano rivolte, per trovarne ispirazione, alle ideologie europee, totalitarie e antimoderne, non rimane che il ritorno ad un passato inesistente da raggiungere con la tecnologia messa a disposizione dall’occidente corrotto. Il fondamentalismo islamico si muove quindi in un brodo di coltura estremamente favorevole, in un mondo disastrato dalle proprie élites politiche che hanno cercato sempre e comunque di separare i propri popoli dalla modernità.
 
Lo scopo principale di quel fondamentalismo è l’introduzione della legge islamica nei loro paesi, la distruzione di Israele, il ritiro dal Medio Oriente del suo più fedele alleato, l’indebolimento di tutto l’occidente e, perché escluderlo?, la sua riconquista.
 
Ci troviamo davanti ad un nemico con un progetto politico preciso, che si muove in un contesto culturale e sociale ad esso favorevole, che mostra nella sua spietatezza tutta la sua determinazione. Il fatto che si giudichi questa strategia come una follia irrazionale non significa certo che essa non sia micidiale o che non possa vincere. Se noi, se, non l’occidente, ma le forze del mondo libero, stiamo fermi sperando che l’irrazionale sia anche irreale, andremo davanti a una catastrofe senza pari.
 
La chiave di volta per riuscire a costruire una strategia che riesca a sconfiggere il terrorismo sta proprio in una precisa caratteristica di esso, tipica di ogni reazione alla modernità anche nella fase della globalizzazione. Il fondamentalismo islamista è un frutto della stessa modernità, è una reazione moderna tipica di società in una fase di passaggio. La modernità infatti è un processo in divenire e che coinvolge sempre più realtà; il fatto che una società reagisca significa che si deve confrontare con nuove sfide e opportunità e che una parte si senta minacciata, ma appunto significa che tale società sta entrando in questo flusso; significa che ci sono forze della società civile che aspirano ad appartenere anche a questa comunità mondiale, che vedono in essa la strada della propria emancipazione. Inoltre, le opposizioni alla globalizzazione con il loro tentativo di fuoriuscirne, aumentano paradossalmente le interconnessione e velocizzano il processo che vorrebbero combattere.
 
E allora non bisogna far altro che favorire questo processo sistemico in tutti i suoi aspetti: la globalizzazione va governata, garantita nel suo svolgimento e difesa.
 
A quei popoli in cammino sulla strada del mondo dobbiamo offrire la possibilità di partecipare a questo processo, adesione che richiede la possibilità di poter disporre di diritti civili e umani. Non si da sviluppo economico senza libertà di informazione e di movimento.
 
Non è più pensabile, d’altronde, per nessun stato che i beni della libertà, della salute, delle risorse naturali e della sicurezza siano divisibili, che sia possibile per qualsiasi stato una qualche forma di isolazionismo sia esso splendido o terribile. La fine della guerra fredda ha segnato il tramonto dell’ultimo sogno di una parte della terra di poter funzionare con altre regole, economiche, civili, politiche e ideologiche: oggi si riaffaccia davanti a noi una nuova sfida al nostro modo imperfetto di governare l’esistenza.
 
L’obiettivo strategico allora è rappresentato dallo sviluppo della globalizzazione, dal favorire la sua estensione in tutte le sue dimensioni economiche, sociali e culturali, sicuri che essa porti con sé un altro modo di intessere i rapporti tra i popoli, differente dai rapporti di forza. La globalizzazione infatti rappresenta l’avvento di sempre più estese relazioni tra l’individuo e il mondo.
 
Una politica per il Medio Oriente non può prescindere dalla precedente constatazione: una soluzione ai problemi di quell’area si può trovare solo entro questa cornice. L’ esempio da seguire ce lo suggerisce la nostra stessa storia di europei, la nostra esperienza con il fascismo. Ogni tentativo di fuoriuscire dalla modernità è destinato a fallire, ogni tentativo diverso dalla democrazia di condurre i processi complessi della sempre crescente interconnessione del mondo conduce al disastro. Le macerie del fascismo e del comunismo sono ancora fresche a ricordarci le nostre responsabilità in sogni senza speranza. La fuoriuscita dai nostri incubi fu drammatica e catartica: guerra, sconfitta militare assoluta, ricostruzione economica, istituzionale e sociale; nuove istituzioni di governo mondiale.
 
Il mondo arabo musulmano nel Medio Oriente si trova oggi, pagando per sua fortuna ben minori costi di quanto ne abbiamo pagati noi europei, a fare i conti con le proprie velleità e debolezze, compresa l’illusione di scancellare Israele.
 
Una soluzione per il Medio Oriente deve articolarsi su più piani, deve contenere più dimensioni, da quella economica a quella culturale, e deve dirigersi ai diversi attori sociali e politici. Lo scopo ultimo è rafforzare ogni legame con il mondo esterno: accordi internazionali, bilaterali, possibilità di accedere alle organizzazioni sovranazionali, alleanze militari, ogni azione tesa al rafforzamento della società civile vanno in questa direzione. I passi per far entrare la Turchia nella Comunità europea, la proposta di allargare questa istituzione anche ai paesi Medio Orientali più vicini e in primo luogo a Israele, l’idea di un G8 con la partecipazione dei paesi di quell’area, le varie conferenze sui diritti umani e civili intraprese dai radicali a partire da quella di Sana, l’idea di lanciare un nuovo piano Marshall, sono azioni importanti che ancora però non disegnano un processo condiviso dall’ intera comunità internazionale.
 
Non solo. Non si può sperare di aggirare il problema del terrorismo fondamentalista. Se solo si ritenesse che l’azione politica e diplomatica da sola bastasse a svolgere il compito di riagganciare quei paesi o che l’azione giudiziario sostituisse la necessità di una risposta militare altrettanto ferma e determinata a quell’odio bestiale, non solo si farebbe un torto ai tremila morti dell’ 11 marzo, ai bambini uccisi a Beslan, ma anche a quei 10000 iracheni uccisi dal terrorismo, a quei bambini a Bagdad massacrati perché festeggiavano il ritorno dell’acqua potabile! Il ritiro dall’ Iraq, vorrebbe dire lasciare quel paese alla guerra civile, abbandonare chi lotta per la libertà da solo contro i macellai, vorrebbe dire indebolire tutti quegli stati dalla Giordania, alla Libia, alla Tunisia, all’Algeria che faticosamente stanno uscendo dal pantano del fondamentalismo. Il ritiro dall’Iraq sarebbe visto come una sconfitta dell’occidente e una vittoria di Bin Laden. Significherebbe rafforzare Hamas e gli Hezbollah contro Israele.
 
Se il multilateralismo, tante volte invocato a sproposito, ha un significato, sta proprio nella condivisione delle responsabilità con la comunità internazionale nel solco delle decisioni difficili prese dal socialismo democratico, da Saragat e Craxi.
Leonardo Tirabassi
 

Sulla Riforma della Costituzione (di Andrea Borselli)


Cari amici di LibertàEguale
Ho partecipato all’assemblea di LibertàEguale e ascoltando degli l’interessante e condivisibile intervento di Ceccanti sulle riforme costituzionali, devo dire che sono molto preoccupato sulla piega che ha preso, non da ora, il dibattito sulla riforma della nostra Costituzione.
 
Se paragoniamo la fase costituente della nostra Costituzione e l’attuale dobbiamo riconoscere che la pancia piena non favorisce sicuramente pensieri alti, non favorisce il portare a sintesi scelte di modifica nell’interesse del Paese e di tutti noi. Se facciamo un paragone con il primo dopoguerra, dove fu varata la Carta, possiamo dire di assistere oggi ad un teatrino che vede prevalere gli interessi di parte.
 
Quale è l’aspetto più negativo di questa situazione: stiamo trasformando la nostra Costituzione in una legge ordinaria che può essere modificata a colpi di maggioranza. Pensate che prima della modifica del titolo 5° credevo effettivamente che fosse necessaria la maggioranza dei 2/3 del parlamento, solo allora scoprii che bastava la maggioranza semplice più referendum.
 
Se il Centrosinistra che ha avviato per primo questa pratica riconoscendo, tra l’altro a distanza di soli quattro anni, la necessità di verificare alcune competenze (energia, comunicazioni, infrastrutture) contenute nel nuovo titolo 5°, la vecchia Costituzione resisteva dal 1948, non può limitarsi a dire ‘ il fatto che abbiamo sbagliato noi 4 anni fa non giustifica un nuovo errore’ annunciando, come unica arma politica, il ricorso al referendum: il secondo in pochi anni.
 
Normalmente quattro anni sono il tempo necessario alla Corte Costituzionale per pronunciare il suo giudizio di legittimità delle leggi e noi ogni quattro anni prevediamo di sottoporre la nostra Costituzione a modifiche con relativi referendum.
 
Se pensiamo alla storia del nostro Paese dobbiamo ricordare che per anni abbiamo avuto in Italia grande instabilità , frequenti crisi di governo, governi ballerini e balneari che creavano vuoti di potere e incapacità a prendere le decisioni ed a tutto questo poi rispondeva il paese reale: sindacati, associazioni di categoria, grandi gruppi economici, ecc. che assumevano un potere che travalicava le loro competenze e rispondeva ai loro interessi più che a quelli del Paese. La volontà di dare stabilità e maggioranze di governo che durassero è stata la molla che ha portato al maggioritario facendoci rinunciare al proporzionale che avevamo voluto mantenere puro.
 
Risolto, si fa per dire, il problema della stabilità dei governi si è intervenuti sulla Costituzione per riportare lì quel clima di scontro. Per qualcuno la morale è questa: l’Italia che è andata avanti con grande instabilità di governo per tanti anni è sicuramente capace di sopportare che anche la Costituzione diventi un terreno di scontro quotidiano.
 
Bossi che è stato di fatto sconfitto, perché come ci faceva notare Ceccanti le attuali modifiche Costituzionali, proposte da centrodestra, sono più accentratrici di quelle fatte dal centrosinistra, diventa il vincitore quando determina un clima di scontro che impedisce ogni dialogo o convergenza sulla carta fondamentale dello Stato Italiano la Costituzione, forse è qui il grande capolavoro di Bossi, che nemmeno i centralisti di AN colgono. Svuotare nei fatti la nostra carta Costituzionale è la vera vittoria che può aprire ad una vera devolution.
 
Quando i partiti della Federazione dell’Ulivo si astennero sulla votazione sul Senato Federale indicarono una prospettiva di coinvolgimento sulla riforma, questa scelta fu pesantemente attaccata dalla sinistra, come del resto vengono attaccate tutte le posizioni di dialogo. Oggi dopo che le contraddizioni presenti nel centrodestra hanno svuotato dai contenuti leghisti la riforma sarebbe necessario che i riformisti del centrosinistra chiedessero e indicassero una alternativa che non portasse al referendum. Dobbiamo impedire che ancora una volta i massimalismi ci impediscano di fare gli interesse del nostro Paese che sono quelli della ricerca di stabilità e di un terreno che deve rispondere agli interessi generali e non a quelli di parte.
 
Dobbiamo contrastare chi ha interesse a mantenere il Paese diviso, non su questa o quella scelta ma, sulla carta costituente la nostra democrazia, un passo avanti verso la ricerca di proposte e dialogo faranno gridare allo scandalo i soliti ma avremo impedito il proseguo di un giuoco al massacro sulla nostra Carta Costituzionale.
Andrea Borselli