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Il Covile - N.o 225 (10.10.2004) Ben scavato Claudio!

Questo numero


Come annunciato, questa non è buona per tutti i gusti. I lettori che si annoierebbero, e a loro tutta la mia simpatia, aspettino pazientemente le prossime; chi, invece, non fosse pago può trovare altro materiale nel mio sito.
 

Ben scavato Claudio!


Tra i temi della nostra Newsletter c’è la riflessione sul ’68 e sui movimenti radicali che lo anticiparono e seguirono: motivo è che il curatore vi ha preso parte, nel bene e nel male, e che sente il dovere di contribuire ad una ricostruzione storico-critica tuttora mancante. L’occasione per tornare sull’argomento mi è data stavolta dall’amico Claudio D'Ettorre, alias Omar Wisyam, che ha messo a frutto le vacanze estive scrivendo un saggio su Giorgio Cesarano e la critica capitale.
 
Qualche lettore ricorderà che di Cesarano questa NL si era già occupata, più di due anni fa, nel n° 52. La NL conteneva anche una breve notizia biografica e denunciava l’oblio nel quale veniva tenuto un autore così importante. L’opera di D'Ettorre comincia a colmare questa lacuna: si tratta, scrive l’autore, di un primo
“tentativo […] di fissare e rendere visibile il punto dal quale provare a comprendere lo scrivere di Cesarano”.
Il pregevole testo, che ho potuto leggere in anteprima, si occupa anche del Cesarano letterato e poeta ed è già disponibile on-line; chissà che non arrivi l’edizione cartacea che meriterebbe. Sotto trovate parte di un capitolo: Il mondo dopo il suo abbandono. Da parte mia, voglio cercare di mettere a fuoco qualche punto.
 

Grandezza di Cesarano


Valutare l’importanza dell’opera di Giorgio Cesarano risulta oggi piuttosto facile, perché il tempo ci aiuta: a distanza di quasi quarant’anni, dell’inflazione di opuscoli, testi, giornali e volantini che gruppi e gruppuscoli di area marxista produssero, non resta quasi niente degno del minimo interesse. Raniero Panzieri era già morto; Mario Tronti qualcosa aveva scritto (nessuno però mi toglie dalla testa che si ispirasse al Der Arbeiter di Junger: si pensi alla sua immagine più celebre, la classe operaia “rude razza pagana”), ma anche lui chi lo legge più?; di qualche capo naturale le cui idee sembrarono puro genio e che si dissolsero insieme alla sbornia, meglio non parlare; restano solo Toni Negri, che ha raggiunto il successo nei salotti newyorkesi, e, giustappunto, quell’area ultraminoritaria di cui facevano parte Cesarano, Camatte, Debord.
Non è quindi privo di significato che di Cesarano si vedano delle ristampe: ha fatto scalpore nel settembre 2000 quella di Bollati Boringhieri del Manuale di sopravvivenza (al riguardo qualcuno ha osservato che non è forse casuale la scelta di ripubblicare, invece di Apocalisse e rivoluzione, testo certamente più importante, proprio il Manuale, dove già si respira quel clima bataillano, quella pseudo sacralità nera i cui esiti nefasti conosciamo), ma voglio qui segnalare la pubblicazione, in corso, delle Opere Complete, curata da un "un gruppo redazionale composto da Nani Cesarano, Joe Fallisi, Francesco Santini, Renato Varani e dagli individui partecipi del Centro di iniziativa Luca Rossi "
 

Clima di un’epoca


Claudio D’Ettorre, giustamente, afferma l’impossibilità, per capire, di
“fare a meno di fare i conti con questa furia (l'impazienza - riconosciuta come tale da Cesarano - di superare, in realtà, i limiti dell'umano)”
(l’espressione “superare i limiti dell'umano” non la possiamo ignorare: ci torneremo). Di quella temperie due erano, per quanto ricordo, gli elementi più rilevanti: il senso della comunità, quell’immediatezza dei rapporti che Adelchi Toscano richiamava nella NL n° 152, e quello dell’imminenza di un cambiamento radicale. Riprendo dai brani opportunamente selezionati da D’Ettorre:
“Vedremo vivi la vittoria della vita: la partita ha i tempi segnati. Non si tratta più di lottare per un futuro che non ci appartiene, ma, al contrario, di battersi sul posto per qualcosa che sta accadendo così dentro come fuori di noi, la cui fine e il cui principio sono e saranno campiti nelle vite nostre e dei nostri figli.”
“Un mutamento d'ordine storico sufficientemente radicale, e una generazione di uomini vivi, di esseri intieri, è già in essere.”

 

Jacques Camatte


Una premessa: è noto che quando si parla di fisica newtoniana ci si riferisce ad un edificio costruito non dal solo Newton, ma da un folto gruppo di scienziati, quello che Imre Lakatos definisce un “progetto di ricerca”; così è anche per la teoria camattiana del capitale, quel coerente insieme di idee nato da una intuizione giovanile di Jacques Camatte (come racconta D’Ettorre) e sviluppato poi dallo stesso, ma anche da altri, come Gianni Collu, Giorgio Cesarano ecc. Ed è a volte difficile ricostruire gli apporti individuali alla teoria.
Il contenuto di questa teoria camattiana lo dividerei in due parti: quella critica e quella che chiamerò soteriologica (di teoria della salvezza si tratta, anche se Camatte e Cesarano parlano piuttosto di “uscita universale dalla preistoria”, “rottura”, “abbandono”). Come sempre nel marxismo, la prima parte è chiara e compatta, la seconda sfuggente e mutevole.
Per la teoria critica non ho che rimandarvi alla lettura del saggio e all’analisi che D’Ettorre fa dei concetti chiave di Marx-Camatte: dominio reale, antropomorfosi, capitale fittizio ecc. e del particolare contributo cesaraniano in tema di dominio sulla corporeità. Mi sentirei di aggiungere che la teoria camattiana del capitale è la forma che ha assunto oggi il marxismo: il pensiero di Debord vi si colloca bene e anche le tesi di Negri le sono fortemente debitrici.
 

Mitologie intorno al darwinismo


Riguardo la soteriologia, voglio sottolineare l’ambiguità del termine “rivoluzione biologica”, che compare di frequente negli scritti di Cesarano. A prima vista l’aggettivo “biologica” si riferisce alle istanze fluenti della vita contro la fissità della morte (ricordiamo che per Marx macchinari e capitale erano “lavoro morto”):
“La rivoluzione della vita contro la morte è una rivoluzione totale, una rivoluzione biologica, definitoria delle sorti della specie. La liberazione dalla morte immanente coincide con la liberazione del corpo della specie dalla 'macchina' alienata, che s'è impadronita dei suoi modi d'evolversi e li rovescia in trappola letale.”
Dà da pensare però, nel brano, quel richiamo alla specie e al tema evoluzionistico: “la liberazione del corpo della specie dalla 'macchina' alienata, che s'è impadronita dei suoi modi d'evolversi. Ma vi sono espressioni più esplicitamente darwiniane:
“la specie si prepara a compiere l'ultima evoluzione necessaria per uscire dalla sua preistoria e raggiungere, per la prima volta, da che esiste, uno stato di equilibrio dinamico coerente con l'evoluzione della totalità organica naturante”.
Ecco allora trovata la chiave di lettura per passi più oscuri, come questo; e non è la forza poetica dell’autore a renderlo tale:
“e lo vedranno questi ebefrenici sognatori di popolazioni smemorate, pronte soltanto ad allinearsi lungo catene e corsie, viali del progresso e treni dei lavoratori, liste di attesa e liste di proscrizione, soglie d'accesso e margini di rigetto, lo vedranno a quale fine è destinato ogni piano economico-sociale, lo vedranno dove conduce il principio dell'uomo 'evoluto': al principio dell'uomo, e alla fine dell'evoluzione alienata.”
I brani precedenti sono tutti di Cesarano, ma Camatte si aggirava allora sullo stesso terreno:
"Così ritroviamo in un'altra modalità la dimensione biologica della rivoluzione".
“Per l'umanità si pone la scelta tra l'accettazione del suo proliferare distruttore della vita o il controllo-contrazione della sua inumana moltiplicazione quantitativa”.
Ci si chiede: cos’è quella paura della “inumana” (perché inumana?) “moltiplicazione quantitativa” che bisognerebbe in tutti i modi “controllare”? Non è che Camatte alla fin fine abbia paura della vita stessa, dei suoi eccessi, del suo essere spreco, dono smisurato? Alla faccia della liberazione!
 

Super/Sub


Riprendiamo ora quel “superare i limiti dell’umano”. D’Ettorre ha segnalato un altra espressione semanticamente vicina, “sotto-umano”:
“Nel paragrafo tredicesimo di Cronaca di un ballo mascherato, Cesarano-Coppo-Fallisi scrivevano che
‘il dominio del capitale su una collettività sotto-umana e su un pianeta avvelenato, sempre più si rivela come l'ultimo ostacolo che separa l'auto-genesi creativa della comunità specie dal suo mondo latente’.
E poche righe sopra, nello stesso paragrafo, gli autori avevano parlato di un'umanità di automi. […] una ‘collettività sotto-umana’ (nella scelta del prefisso ‘sotto’, va detto, è implicito prima il dubbio e poi il rifiuto del prefisso ‘sub’, ma poi che cosa cambia?)”

Riassumendo


Alla luce delle mitologie darwiniane che abbiamo individuato, si profilano visioni davvero inquietanti. Una specie, nuova e superiore, che sta per sorgere come la farfalla dal bozzolo, da quella subumana attuale, la quale ha prodotto il capitale come un piccolo celenterato secerne il corallo? Un Marx ibridato con quel biologismo positivista che è all’origine sia della Teosofia della Blavatsky, sia del darwinismo sociale e del razzismo? Forse leggiamo male: il lavoro di scavo sugli scritti di Cesarano è agli inizi; su quelli di Camatte, che D’Ettorre auspica, non è neppure cominciato.
Tiriamo le somme: Hegel, Marx, Darwin, Nietzsche. Una appassionata ricapitolazione di tutte le idee-virus che hanno reso il novecento così micidiale: sembra essere questo il pensiero di Cesarano. Nella sua opera, nondimeno, si raccolgono anche tutte le domande, le sfide, alle quali il pensiero del secondo novecento e del presente secolo, quello del reincanto del mondo, del ritorno alla realtà e alla metafisica, dovrà provare a rispondere. Buona lettura.
 
Stefano Borselli
 

Il mondo dopo il suo abbandono


Da: Claudio D’Ettorre, Giorgio Cesarano e la critica capitale , www.geocities.com/omar_wisyam/ein.html.

[…] Si può riconoscere senz'altro in questo passaggio, grazie alla discreta occorrenza del termine credito, un tratto della contiguità del percorso di Cesarano (e di altri individui che ne hanno condiviso delle esperienze) col cammino di Jacques Camatte. Non potendo, e non intendendo, qui esaminare nel proseguo il cammino di Camatte (un cammino che si snoda da più di quarant'anni, e di cui si mostra urgente un compendio o un'esegesi, a chi saprà tesserne la trama, per illustrarne alle giovani generazioni il percorso e la direzione, se non l'approdo), vorrei accennare a qualche argomento presente in Ce monde qu'il faut quitter […].
Il testo di Camatte è datato agosto 1974, ed apparve su Invariance n. 5, II serie, nell'ottobre dello stesso anno. Jacques Camatte, in apertura, dichiara che, per definire il mondo che bisogna abbandonare, occorre precisare come si presenta "il divenire del modo di produzione capitalistico", ed inoltre, accennando alla questione del "superamento" di Marx (interlocutore "sempre essenziale" nella vita dell'autore), dice:
"insomma si deve abbandonare la pratica di uccidere un padre anche mitico".
In effetti il dialogo con i testi di Marx è continuo e serrato in tutto lo scritto. Camatte scrive che è stato indotto a
“introdurre il concetto di antropomorfosi in seguito alla lettura della Kritik des Hegelschen Staatsrechts (Critica della filosofia dello Stato di Hegel).”
Aggiunge che nel 1962-1963 aveva preparato dei commentari in vista di uno studio sulla democrazia che inviò a Bordiga nel 1964, in cui segnalava che
"il capitale si è antropomorfizzato"
e prima:
"tutta la sostanza umana è capitale",
ma, interrogando i Grundrisse, Camatte fornisce anche un'altra determinazione dell'antropomorfosi del capitale, secondo la quale Marx lo
"considera come un enorme lavoratore"
d'altronde, se il capitale in processo si era potuto sviluppare, dunque,
"sia a partire dal suo polo valore sia a partire dal suo polo lavoro - proletariato -, Lukács, in Storia e coscienza di classe, aveva attribuito, dialetticamente, al proletariato la necessità di 'diventare soggetto e oggetto della storia' ".

Nel Libro III del Capitale, Camatte rinviene che il capitale par excellence
"esiste anche, particolarmente, per la rappresentazione (für die Vorstellung)".
D'altra parte nei commentari sulla Kritik des Hegelschen Staatsrechts, Camatte faceva notare un processo di astrazione dell'umanità:
"il capitale astrae l'uomo"
ed anche:
"l'uomo della società borghese è puro spirito".
Quanto al tema della rappresentazione, nel paragrafo finale di Questo mondo che bisogna abbandonare, il cui il titolo viene raddoppiato dall'ordine che appare in testa: Bisogna abbandonare questo mondo, Camatte scrive così:
"Bisogna abbandonare questo mondo in cui domina il capitale divenuto spettacolo degli esseri e delle cose. Spettacolo nel senso in cui l'intendeva Pico della Mirandola quando diceva che l'uomo era spettacolo del mondo oppure, anche, specchio. (...) In seguito al processo d'antropomorfosi il capitale diventa, a sua volta, spettacolo; si assimila, s'incorpora tutte le qualità degli uomini, tutte le loro attività senza mai essere una tra esse, altrimenti si negherebbe per sostanzializzazione, inibizione del suo processo di vita. Accettando le rappresentazioni del capitale gli uomini vedono uno spettacolo che è la loro ridondanza mutilata perché in generale essi non ne percepiscono che una parte soltanto, da tempo essi hanno perduto il senso della totalità".
Camatte in precedenza aveva spiegato però che
"questa rappresentazione non è, di fatto, operante che a partire dal momento in cui gli uomini interiorizzano il capitale e fanno del capitale la loro rappresentazione"
e quindi, da quel momento
"la mediazione tra esseri umani e qualsiasi realtà è il capitale".
Per cui:
"L'irrazionale di ieri è il razionale d'oggi. Tutto quello che fu umano diventa irrazionale. Rivendicare una vita fondata sugli uomini e sulle donne, sulla rigenerazione della natura, la riconciliazione con essa, ha del pazzesco. Il dibattito sull'inquinamento e i limiti dello sviluppo lo mostra ampiamente"
(rileggendo queste frasi, come si notano immediatamente i riverberi, gli echi di una consonanza e di un'affinità teoretiche tra Camatte e Cesarano - che peraltro non fu mai identità -, come si riconoscono, a prima vista, gli argomenti dibattuti dall'uno e dall'altro!).
Nell'ottava tesi di Ciò che non si può tacere (documento redatto assieme a Paolo Faccioli), che si può considerare l'ultimo suo scritto (pubblicato da Puzz n. 20 nel giugno-agosto 1975), Cesarano scrive cosi:
"Oggi noi, pressati dal carattere di aut-aut raggiunto dal Dominio (sulla natura, esterna e interna all'uomo), riconosciamo non tanto il massimo della disgregazione, dell'impoverimento giunto alla sua forma più completa (...), quanto l'insorgere di ciò che sempre rimase irriducibile, il suo presentarsi nello stato d'emergenza come una certezza, il suo profilarsi, nel carattere ultimativo della lotta, come forza che si afferma e si mostra proprio al limite in cui la negazione assoluta e l'omologazione assoluta ci restituiscono rovesciato il senso di secoli di errance de l'humanité, come la soglia che fa scattare la differenza quale motore della discontinuità, del Nuovo".
Inoltre, accennano gli autori, nella tesi conclusiva, all'emergere di una
"totalità reale, vivente, già di fatto in pressione contro la superficie blindata della totalizzazione operata dai modi di produzione capitalistici".

Nel paragrafo tredicesimo della Cronaca di un ballo mascherato (1974) Cesarano, Coppo e Fallisi avevano scritto che
"a mano a mano che l'antropomorfosi del capitale mette in scena un'umanità di automi, insorge a combatterla ciò che le è irriducibilmente alieno",
e nella conclusione avevano detto che
"L'umanizzazione del pianeta e dell'universo naturale, e l'umanizzazione dell'uomo stesso, è il possibile, che traspare al di là dei diagrammi del collasso capitalista, al di là della mostruosità imposta al mondo e agli uomini da un modo di produzione necrotizzante, fondato sulla valorizzazione del falso storpiando il vero sin dal seme e sin dalla culla".

Camatte, in Ce monde, prova tuttavia a porsi delle altre domande sullo stesso aut-aut. Può il capitale liberarsi del
"residuo di un modo d'essere umano"?
E, in definitiva:
"Infine se esso si emancipa totalmente, cosa può finalmente essere se non l'accettazione-rappresentazione che noi ne abbiamo nel nostro cervello?"

Questa rappresentazione, egli avverte, è sia "la sua forza più grande", sia il luogo a partire dal quale può avvenire la sua dissoluzione. Ciò richiede la necessità di
"considerare in particolare tutto ciò che il capitale può essere in realtà, tutto quello che gli uomini investono coscientemente o no nella realtà capitale"
(e questa nota ci fa sovvenire, sia tutta la diffidenza che Cesarano avvertiva nei riguardi della personalità, della coscienza e dell'Ego, e verso la
"forma ancora idealisticamente coscienziale"
delle teorie rivoluzionarie del passato, sia l'eco che trascina un'aggettivazione, per via dell'impiego dell'espressione realtà capitale da cogliere, secondo Cesarano, al contrario, come utopia capitale). Dunque (siamo arrivati di nuovo alla questione della "fine del capitale, ma anche della specie e attraverso essa della natura"),
"essendosi spogliato di ogni materialità e avendo assoggettato gli uomini al suo essere, il capitale potrà ancora sopravvivere?"

Il divenire del capitale è un divenire di emancipazione, spiega Camatte, sempre sulla scorta di Marx:
"Il capitale si libera degli uomini e della natura. Per dirla altrimenti, gli uomini si separano, si liberano della natura attraverso il capitale",
e di conseguenza
"gli uomini diventano astratti".
"Viene un momento - come si è sempre verificato nel corso di tutte le rivoluzioni - in cui si ha una rottura e tutto si sgretola. Perché questa rottura si effettui, qualsiasi avvenimento può essere determinante. Ma questo non può essere il punto di partenza di un altro modo di vivere se non in quanto gli uomini e le donne abbiano acquisito un'altra rappresentazione, si mettano al di fuori della vecchia società".

Ed ancora:
"Non si tratta di liberare il comunismo, perché esso implica per realizzarsi un immenso atto di creazione",
e il movimento comunista
"non può dare l'avvio a una dinamica di vita nuova".

Il movimento di fuga dal capitale sarà realizzabile soltanto se
"gli esseri umani ritrovano nel loro passato (dunque ricordandosene) le molteplici potenzialità di cui sono stati spogliati".

Questa tensione estrema a cui può essere soggetto l'essere umano, pone in rilievo, tra l'altro, la questione della schizofrenia e dei paladini dell'io diviso, che ritorna in Cesarano (e Faccioli) fino all'ultima tesi di Ciò che non si può tacere, dopo essere stata affrontata nel Manuale di sopravvivenza:
"L'apologetica dell'io diviso adorna di poesia i movimenti autonomizzati in cui l'individuo spezzato (schizo-frenia, cuore spezzato) realizza il valore di sé quale agente del capitale".

Ciò si integra al tema del costante recupero di ciò che apparentemente si oppone al capitale, e di cui parla anche Camatte.
Camatte afferma che il movimento di realizzazione della comunità umana dovrà collocarsi al di fuori delle dinamiche di autonomizzazione, di emancipazione-liberazione-dissociazione. Sarà necessario invece ripensare tutto il movimento passato, individuando come primi esempi di ciò il
"rapporto tra le diverse specie umane prima del trionfo dell'Homo sapiens"
o il
"rapporto tra le diverse comunità umane, loro dissoluzione".
"Che cosa abbiamo perduto? E anche, che cosa avrebbe potuto manifestarsi, qualcosa che fu latente e che fu sempre inibito?"

Domande del genere, Cesarano se le era poste sicuramente, come è ampiamente provato dalle note di lettura (von Bertalanffy, Clegg, Pfeiffer, Róheim, Ruyer, ecc.) pubblicate nel volume III delle Opere complete.
Quali sono le possibili scelte, si domanda Camatte? Le scelte sono, in realtà, soltanto apparenti, poiché rispetto a un dominio assoluto, "le scelte non sono che apparenti", e c'è un
"determinismo rigoroso che conduce a una certa realizzazione".

Per offrirne un esempio:
"Per l'umanità si pone la scelta tra l'accettazione del suo proliferare distruttore della vita o il controllo-contrazione della sua inumana moltiplicazione quantitativa".
In riferimento alle prospettive del momento, Camatte scriveva (ripeto che il testo è del 1974) che
"possiamo aggiungere che viviamo un periodo simile a quello degli anni '20, periodo in cui molti credettero che la rivoluzione fosse in corso, che fosse possibile, ovvero inevitabile, mentre di fatto permisero, con la loro azione, la realizzazione della comunità materiale del capitale, operando nell'ambito del suo divenire al dominio reale".

E quindi precisava che
"attualmente, si tratta di un periodo in cui è in gioco la possibilità di accesso del capitale a un dominio più totale: il modo di produzione capitalistico tende realmente a superare gli ostacoli legati alle vecchie istituzioni e alle vecchie rappresentazioni".

Solo a partire dalla distruzione delle vecchie rappresentazioni
"può sbocciare una nuova comunicazione tra gli esseri".

È indispensabile che si manifesti una "rappresentazione diversa". Queste nuove rappresentazioni riguarderanno il nutrimento, la sessualità, la morte. Infine:
"Occorre concepire una dinamica nuova, perché il modo di produzione capitalistico non sparirà in seguito ad una lotta frontale degli uomini contro il loro attuale oppressore, ma attraverso un immenso abbandono che implica il rifiuto di una via percorsa ormai da millenni".

Tuttavia non si può non notare come questa direzione della ricerca di Camatte sia rivendicata con parole che sembrano appartenere agli autori di Apocalisse e rivoluzione:
"Così ritroviamo in un'altra modalità la dimensione biologica della rivoluzione".
[…]
 
Claudio D’Ettorre