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Il Covile - N.o 231 (19.11.2004) Le mie ragioni

Questo numero


Avevo promesso di esprimermi anch’io; lo faccio raccogliendo osservazioni disorganiche unite, spero, solo dal buon senso. Quanto prima l’atteso intervento di Giannozzo Pucci.
 

Le mie ragioni


Perché ho firmato (e lo rifarei)


Riprendiamo il brano di Salinger, col giovane Holden che fugge precipitosamente. Non c’è bisogno di essere Freud per capire che il ragazzo ha paura soprattutto di sé stesso, dei propri confusi desideri, delle sue immaginazioni, della sua fragilità di adolescente.
 
Poniamoci allora questa domanda: il quadro culturale, la mentalità, le leggi di una società, di un popolo, devono o no porsi l’obbiettivo di aiutare questi ragazzi nel loro cammino? Non ho dubbi sulla risposta. È per questo che, diffidando delle nuove leggi toscane, frutto di ambigue ideologie, ho firmato l’appello di Federico Bonuccelli.
 

Critica della critica


Ma allora nessuno si preoccuperà del dramma del professore, del suo tumulto interiore? In realtà qualcuno se n’era occupato, descrivendolo magistralmente. I nomi cambiano, Antolini diventa Aschenbach, il ragazzo Tadzio; il racconto è La morte a Venezia di Thomas Mann, un altro capolavoro. Ecco come ne parla nel suo sito (Home Page con foto e bandiera arcobaleno, ovviamente) un sodale di Grillini:
“Dell'omosessualità di questo scrittore, che pure era filtrata nel romanzo […] s'è iniziato a parlare seriamente solo dopo la pubblicazione (in tedesco) dei suoi diari, pieni di confessioni di turbamenti sessuali per ragazzi (compreso, a un certo punto, il figlio Klaus, anch'egli omosessuale).
Thomas Mann però fu (a differenza del figlio) la quintessenza del "velato", per il quale era inconcepibile vivere al di fuori della famiglia eterosessuale. Per lui l'eterosessualità era vita e l'omosessualità, morte: questa è la tesi centrale di Morte a Venezia […], e questo egli scrisse apertamente nell'infame Lettera sul matrimonio, o nel suo perfido saggio critico sul poeta August von Platen.
Ma in fondo ognuno ha il diritto di rovinare la propria vita come meglio crede... O no?”
Capito? Thomas Mann sarebbe un idiota perché ha teorizzato e praticato il sacrificio di sé, l’autocontrollo, la repressione degli istinti invece di lasciarsi andare al “flusso” dei desideri anche verso il proprio figlio.
 
Il teorico di riferimento, anzi il mito fondatore, dell’arcigay è senz’altro Mario Mieli, del quale Feltrinelli ha recentemente ristampato Elementi di Critica Omosessuale, del 1977; Mario Mieli, trasgressore per eccellenza, rivendicava anche la pedofilia (lasciateci i bambini.. solo noi sappiamo amarli… ecc); si suicidò nell’ 83. Thomas Mann aveva ragione: non solo la civiltà, il nostro stesso essere è tessuto di repressione.
 
Sappiamo che in maggioranza le persone che hanno comportamenti omosessuali, non condividendo idee estreme come quelle di Mieli, si autocontrollano e cercano di gestirli come questioni private. È il movimento gay, interlocutore privilegiato dei nostri amministratori regionali, così fortemente ideologizzato, che rende difficile la ricerca di approcci sensati a questioni così complesse.
 

Oscar Wilde ortodosso


Il controllo di sé, facile a dirsi. Oscar Wilde coniò la celebre frase: “Posso resistere a tutto, eccetto che alle tentazioni”, Chesterton l’avrebbe definita “ortodossa”: solo l’eresia pelagiana afferma che l’uomo può vincere le tentazioni da solo, senza aiuto. Si tratta di un compito impossibile, i pochi mezzi a disposizione sono l’abitudine, l’educazione (Marcello Galeotti direbbe la paideia) e la fuga, come il giovane Holden. Tutti perciò cadiamo spesso e questo ci impone di comprendere anche le cadute degli altri.
 

Quello che sapeva Terenzio


Tra gli intervenuti c’è chi ha riproposto il tema dell’omosessualità “per nascita”. Luca Ferro, per la verità, ha parlato di ermafroditi, ma c’entrano poco: io non ne conosco nessuno, e forse neppure Luca.
 
Nell’ottocento i fisiologi positivisti pensavano a cose come terminazioni nervose che andavano nella direzione sbagliata ecc., in seguito gli studiosi (leggi Freud, ma non solo) avevano cominciato a porre l’attenzione sullo sviluppo psicologico e sulla formazione del carattere; solo in anni recenti la lobby gay ha cercato di riproporre la tesi genetica, ma nonostante l’ormai completa mappatura del genoma umano, il gene dell’omosessualità non si è trovato, semplicemente perché non c’è. Si può nascere down e anche, rarissimamente, ermafroditi, ma non si nasce omosessuali.
 
La tesi genetica era rassicurante per chi non vuole ammettere di essere esposto a quei desideri, ma il fatto è che ognuno di noi è in qualche misura sia Holden sia Antolini: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (“sono uomo e niente di ciò che è umano considero a me estraneo”) così scriveva Terenzio nel II secolo AC.
 
Stefano Borselli
 

Il ritorno dell’ontologia (*)


Se vi è capitato di visitare una qualsiasi delle pagine del mio sito avrete notato, al piede, il simbolo dell’àncora col delfino: è la marca tipografica di Aldo Manuzio (1449 - 1515) che sta lì non soltanto per ornamento, se ci cliccate sopra vedrete aprirsi una nuova pagina la quale normalmente recita “This Page Is Valid HTML 4.0 Transitional!”. Si tratta di un servizio di controllo della correttezza sintattica delle pagine HTML (quelle che compongono il mondo Internet, per intenderci) offerto dal prestigioso W3C (World Wide Web Consortium), il consorzio che ha prodotto, e continua a produrre, gli standard che rendono possibile il Web.
 
Perché questa premessa, che c’entra? C’entra perché W3C sta preparando, anzi concludendo, la definizione del prossimo standard: si chiama “Semantic Web”, e alla base della semantica c’è l’ontologia (vedi Web Ontology (WebONT) Working Group Charter). Insomma anche Internet scopre la realtà: chissà il sorriso del Doctor Communis.
 
L’ontologia per il web è la scoperta che sotto i nomi ci stanno le cose. Ma quando si scoprono le cose ci si accorge anche che queste in qualche modo stanno insieme: è questa la legge naturale.
 
Insieme all’ontologia torna l’interesse per il giusnaturalismo, il senso comune, l’idea di verità, insomma Aristotele e il tomismo: ne parlai già nella n° 161. Va da sé che non tutti i filosofi sono concordi, che molta ricerca va anche in direzione opposta; volevo solo rispondere a quel “Credevo che ormai sul termine ‘naturale’ si fosse disquisito già abbastanza” dell’amico Stefano Miniati: tutti vedono che non posso essere d’accordo.
 
sb
 
(*) Chi fosse interessato al tema può dare uno sguardo al sito di Raul Corazzon: www.formalontology.it/ontologia.htm.