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Il Covile - N.o 233 (22.11.2004) Le ragioni di Riccardo De Benedetti

Questo numero


Oggi è arrivato un nuovo contributo e direi proprio un altro passo in avanti. Ne approfitto per ringraziare gli altri amici che si sono fatti vivi a proposito di questa discussione: Mariano Nemec, Albertino Vardiero, Gabriella Antonimi, Graziano Grazzini, Stefano Serafini.
 

E anche le mie... (di Riccardo De Benedetti)


Non ho firmato... non risiedo in Toscana. L'avrei fatto. Condivido molte delle argomentazioni di Pucci... non tutte, anche se per motivi, diciamo così, «profondi», nel senso che sprofondano in quel viluppo di pensieri che forma la cultura di un cinquantenne e che è difficile da sciogliere... forse neppure interessante. Stefano dice non trattarsi di un dibattito politico o religioso bensì argomentato su ragione e senso comune. Eppure è della ragione e del senso comune che quella legge fa strame divenendo corriva a un presunto comune sentire (i numeri di Zapatero? ma domani i numeri saranno diversi da quelli di oggi). Le diverse comunità di parlanti si caratterizzano ormai proprio per la mancanza di una definizione condivisa della prima... E come non registrare che è proprio quello del senso comune il terreno sul quale il confronto è quasi impossibile? Il politico che ha scritto quel testo ha pensato a un certo senso comune: ci autodeterminiamo in tutto perché non farlo nel sesso? Perché non approfittare di questa interessante opportunità che ci offre il mondo contemporaneo? Che importa poi se il mio antiliberalismo assoluto obbliga a smentirmi quanto ai fenomeni economici che invece vorrei governare nelle conseguenze più estreme? Il vizio rappresentato da quell'insincerità di fondo, da una disonestà intellettuale che non trova più ostacoli è, a mio parere, l'aspetto più disgustoso della faccenda.
 
Luca Ferro fa bene a portare il discorso sul maschile e sul femminile. Se letti in chiave ontologica, come fa l'appello contro la legge nonostante usi, purtroppo dico io, il termine «naturale», le argomentazioni che vi sono contenute non possono essere confutate da altri dati naturalistici. Lo vieta una trita, ma metodologicamente efficace, tradizione di pensiero: l'ontologia tratta di ciò che rende tale una cosa e non altra. Dal che maschile e femminile non sono attribuzioni accidentali dell'uomo, osservate insieme con gli altri fenomeni della natura in cui si possono trovare animali dello stesso sesso che si accoppiano, ma sue caratteristiche essenziali, e quindi in grado di marcare una differenza ontologica. Si può non essere d'accordo e rifiutare l'impostazione ma la confutazione deve avvenire sul piano dell'ontologia o, direbbe Derrida, decostruendo l'ontologia stessa che attribuisce all'uomo unicamente il maschile e il femminile. [Derrida si è esercitato per tutta la sua opera a miscelare le due ontologie con il risultato di rivelare il maschile nel femminile e viceversa il femminile occultato nel maschile, ma senza mai riuscire a smontare definitivamente e del tutto il meccanismo di produzione... alla fine, forse, confermandolo in tutta la sua forza ed efficacia... ma questi sono i risultati paradossali di coloro che vogliono decostruire tutto tranne il discorso che decostruisce evitando, non si sa perché non si sa come, il regresso all'infinito che comporta].
 
La critica di Stefano Miniati al giusnaturalismo, invece, chiede un'interruzione: ne abbiamo discusso così tanto che forse val la pena smetterla. Che si disquisisca non significa che se ne venga a capo, dico io. Di qui la ricapitolazione perpetua degli stessi temi a vantaggio delle diverse generazioni. Da quello che ho capito dell'appello non mi pare che ci sia solo la convocazione di un pensiero di natura, quanto, piuttosto, un'ontologia del naturale, vale a dire di ciò che è ordinato in un cosmo, di un certo ordine presente nelle cose. Capisco il rifiuto di una costruzione di questo tipo, rifiuto che è luogo comune del post-moderno, della post-metafisica e di pressoché tutti gli ismi del Novecento.
 
Sto dalla parte di coloro che tentano di sfuggire a questo luogo comune anche se ritengo che alla «natura», che deriva da nasci, nascere, prodursi, sia meglio sostituire creazione se si vuole sostenere la persistenza di un ordine delle cose che non sia semplice idea di un'indipendenza e sviluppo assoluti della realtà. Il relativismo, icona falsamente libertaria e tollerante, nasconde nel proprio seno un assoluto invalicabile e contrastarlo coi suoi stessi termini mi pare arduo. Il «naturale» è da sempre il luogo da cui promanano processualità infinite, casuali, il luogo in cui il cosmo ordinato lascia il posto al probabile e al caos, calcolabile sì e in certi casi pure governabile, ma in ogni caso considerato privo di significati diversi dall'imporsi progressivo della sua stessa processualità. Quello delle vescichette non mi pare un grande argomento: la natura si presenta come un catalogo infinito di orrori che solo il romanticismo ha ricoperto di estetiche prelibatezze. In realtà pullula di comportamenti puramente funzionali alla sopravvivenza biologica, vi si esercita il massacro specifico e intra-specifico, la lotta darwiniana per la vita e per la morte vi domina sovrana e i comportamenti animali non sono più significativi dei movimenti tettonici per la determinazione del nostro.
 
Dice ancora Miniati: «Ma la natura provvede ed ha inventato la promiscuità sessuale, senza l'idea di peccato. Anche molte società lo hanno fatto e lo stanno facendo e Giove non ha tuonato». Riscontrare una promiscuità sessuale naturale sta nell'ordine dei valori puramente funzionali, evolutivi, orientati al raggiungimento di un vantaggio competitivo, una morale che vi si ispirasse non potrebbe che accogliere di tutto, compreso il selezionarsi della razza ariana se questa garantisse la sparizione di dementi, malformati e sottouomini. Se invece ci si riferisce alla promiscuità greca, promiscuità culturale, o al rango elevato che in essa vi ha assunto l'omosessualità, beh in questo caso un'osservazione politicamente scorretta la farei: la predominanza omosessuale nell'educazione greca è la diretta conseguenza dell'esclusione del femminile dalla società. Procreare significa essere nella dimensione del produttivo, si garantisce la continuità del genos così come occupandosi dell'oikos la donna garantisce la persistenza della famiglia... ma lo spirito, ciò che garantisce la continuità dell'eccellenza sociale e politica, lo si acquisisce in rapporti che essendo sterili e collocati al di fuori della produttività naturale non vi si mescolano favorendo così la trasmissione dei saperi. Una promiscuità regolatissima, per altro ossessionata, come ha descritto Foucault, dalla dicotomia del dominato e del dominante con una regolamentazione delle concessioni carnali dell'allievo al maestro e dei comportamenti ammessi o, viceversa, sconvenienti, che non trasformava certo il maestro greco pedofilo in uno stupratore ma indicava una gerarchia spirituale per nulla libera e inclusiva... tant’è che schiavi, artigiani e donne sono fuori, nella sozzura naturalistica del ciclo riproduttivo. Che Giove non abbia tuonato va da sé... come avrebbe fatto con i suoi trascorsi... che sia andata come sia andata alla fine però è cosa nota: il cristianesimo non ha solo ingabbiato la bella libertà greca e la libera fruizione delle pulsioni erotiche che per altro non esiste che nell'immaginario post romantico ma ha attenuato la ferinità degli usi antichi pagani, che qui tutti si ostinano, erroneamente, a considerare tolleranti e temperati al contrario dell'imperativo monoteistico.
 
Ancora Miniati: «Questa terribile deriva pseudo-ecologista-catto-reazionaria è bruttissima sotto tutti i profili e potrebbe portare a conseguenze pericolose, se uscisse da questi circoletti e trovasse degli epigoni di un certo tipo. Non ci dimentichiamo che il nazismo nacque e si sviluppò portando a quelle conseguenze il tributo di filosofi e giuristi che facevano della conservazione dell'ambiente (inteso in senso generale, non solo fisico) il loro credo. È chiaro che Treichke non avrebbe ammazzato nessuno, ma i suoi epigoni, tradendo il suo spirito, lo hanno fatto». Questo delle filiazioni è un problema ma vale per tutti e dovrebbe essere esteso con certosina pazienza a tutti gli ismi del secolo passato... se ne troverebbero delle belle.
 
Ancora: «"promozione di una cultura perversamente disumana, contraria alla dignità della persona, alla ragione ed alla legge naturale universale ancora prima che - evidentemente - alla dottrina sociale della Chiesa". Questa frase si commenta da sola, anche per la violenza che sottende». Se quella è una frase violenta un gay pride cos'è? L'invito esplicito e pubblico a occupare gli orifizi altrui o a predisporre il proprio alla bisogna è proprio solo una lecita manifestazione del proprio pensiero?
 
E per finire: «Ma forse Giannozzo Pucci confonde le preferenze sessuali e le identità di genere con le religioni. Che c'entra?». Le religioni si occupano proprio di questo, non c'è antropologo che non lo sostenga. Solo il nostro Occidente crede utile relegare la professione religiosa, per la nota questione dei conflitti, nell'interiorità della coscienza negando proprio e paradossalmente il contributo che le religioni, in questo caso ebraico-cristiana, hanno dato al costituirsi di quello stesso forum entro il quale dovrebbero rintanarsi.
 
Riccardo De Benedetti