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Il Covile - N.o 235 (1.12.2004) Docenti sottoaccusa

Docenti sottoaccusa (finalmente!)

In questi giorni circola all'interno della scuola l'articolo pubblicato da Marcello Veneziani su Libero, che parla in termini negativi sulla figura dei docenti. E' innegabile che l'autore dell'articolo ha messo il dito nella piaga, i Professori si sono sentiti, giustamente, chiamati in causa e messi sul banco degli imputati. Che io ricordi questa è forse la prima volta che un intellettuale si schiera apertamente contro la categoria degli insegnanti. La cosa non poteva passare sottotono. Veneziani calca la mano, e generalizza molto il suo pensiero, spingendolo al limite del paradosso, ma la discussione è aperta, buona lettura e buon dibattito a tutti.
Gianluca Braccini

 

La scomparsa del bidello (di Marcello Veneziani)


da Libero del 21 novembre 2004

Tra uno sciopero passato e uno sciopero annunciato, la scuola processa ogni giorno, in aula e in piazza il suo Ministro Letizia Moratti. Posso dire una cosa indecente e indocente agli occhi dei mass madia e delle cattedre? Da bocciare non è il ministro ma i professori. Se la scuola italiana fa un po’ schifo la colpa principale spetta a loro: li pagano poco, è vero, ma molti di loro non meritano neanche quei tre soldi.
 
I professori italiani sono i peggio considerati d’Europa ma anche i peggio preparati, i peggio selezionati e i più ideologizzati. Certo, è più facile cambiare un ministro che una milionata di docenti. E so bene che in quell’esercito di professori c’è una dignitosa minoranza che merita tutto il rispetto. Però, lasciatemi dire che la media è inferiore a quella europea e forse mondiale. Troppi professori sono figli della demagogia degli anni settanta, dell’infornate senza concorso, dei cortei e delle sessantottate, delle occupazioni e della demeritocrazia militante.
 
I due partiti di maggioranza dei docenti sono i faziosi e i paraculi, ovvero quelli che sono infarciti di ideologia, femminismo e menopausa acida, e quelli che scansano la fatica, hanno altre attività o si danno malati per andare in vacanza. I primi si presentano in classe con la Repubblica, l’Unità, Manifesto e Liberazione. I secondi entrano in classe lasciando la loro testa altrove. Come poi cambiare la scuola se più dei due terzi della scuola sono affiliati a questi due partiti? Puoi pensare la migliore delle riforme ma se il materiale umano è scadente va a rotoli. Magari non solo e non tanto per colpa loro ma di chi li ha messi in cattedra, chi li ha protetti e frustrati, chi ha fornito loro sia l’entrata in ruolo, che l’alibi morale e mentale per fare sega a scuola, pur fingendosi presenti. In ciò sono aiutati dalla famiglia allo sbando che sforna ragazzi poco educati e molto travagliati; e poi i libri di testo partigiani, la tv matrigna e il declino della sfera pubblica, con il relativo elogio del privato, che penalizza la scuola di tutti.
 
Numerosi sono poi i problemi di fondo. Per esempio il professore è tenuto a trascurare la classe e soprattutto i migliori per recuperare il disagiato. Magnifico proposito dal punto di vista evangelico e morale, ma terribile esito dal punto di vista educativo e formativo: per inseguire il ventiquattresimo si trascurano gli altri ventitré. La situazione, già critica, è peggiorata da quando è piombato in classe, l’immigrato di fresco sbarco. E’ russo, è cinese, è curdo, fa tenerezza, ma non sa una parola di italiano. Allora il docente deve sforzarsi con i gesti, con mezzo inglese, o con qualche altro arnese fortuito da pagina 777 di televideo, di far capire il teorema di Pitagora e Manzoni al povero allogeno. Per integrare l’immigrato disintegra la classe. Il discorso vale anche se c’è un rom, o un ragazzo che ha problemi psichici, che è violento, o è asociale: il professore deve inseguire la pecorella smarrita e abbandona il gregge. Per carità fa un opera pia, ma a che serve la scuola per la stragrande maggioranza dei ragazzi? Insomma, l’aspetto della scuola odierna è piramidale ma non in senso selettivo bensì al rovescio: per recuperare l’eccezione si manda all’aria l’istruzione-base di tutti gli altri. Che società verrà fuori da questa piramide al rovescio?
 
Allargando lo sguardo in alto e in basso del personale scolastico, l’impressione è che la scuola non abbia più ne capo ne coda: ovvero ha perso il preside e il bidello che erano le colonne d’Ercole della scuola, le sue estremità basilari. Il preside fu di fatto abolito. Al suo posto c’è il dirigente d’istituto un centauro mezzo manager e mezzo psicoterapeuta, una specie di supersegretario con compito di imprecisata stregoneria e di ordine pubblico. Un burocrate travestito da animatore. Ma dire al suo posto è un eufemismo, perché l’ex preside non è quasi mai presente. Presiede infatti più istituti, ha un vice effimero o in via di nomina, sta facendo strani concorsi, è distaccato chissà dove. Insomma il preside non esiste più né di nome né di corpo, è evaporato così la scuola è acefala, ha perso il capo.
 
Ma alla scomparsa del preside corrisponde, per simmetria, la scomparsa del bidello. Così la scuola, oltre che acefala, è pure focomelica. Il bidello scompare come qualifica alcuni anni or sono, rientrando nell’ineffabile personale non docente, che potrebbe includere tutti, anche i domatori di circo e le ballerine. Osservando la loro vita nell’arco di un’ora, come nei documentari di Piero Angela o nel Grande Fratello, si scopre che il bidello è un’entità vaga e vagabonda, priva di compiti effettivi. Una presenza assente. Infatti per pulire le scuole arrivano le imprese esterne, per ridipingere a nuovo le aule ci pensano i ragazzi, che fanno pure la colletta; per fare fotocopie, aprire la posta e così via, languono allo scopo gli applicati di segreteria. Un tempo i bidelli erano come Caron demonio, traghettatori d’anime dannate; avevano anche una funzione simbolica e catartica importante: suonavano la campanella. Ora è quasi sempre automatica: lo so per triste esperienza, perché avevo un liceo di fronte alle mie finestre e sentivo suonare ogni ora domenica incluse, a prescindere dalle lezioni. Allora mi chiedo: a che serve quella comitiva di individui ribattezzati personale non docente? E quell’ex bidello che riposa in una campana di vetro, come i santi e le madonne, che ci sta a fare lì all’ingresso? A raccogliere gli ex voto? Viene usato come il martello o l’estintore, in caso di emergenza rompete il vetro? Mi sembra tutto surreale. Eppure ricordo il ruolo paterno, matrigno e fraterno dei bidelli, complice ora del professore e ora dell’alunno: stavano lì col secchio e la scopa, facevano un po’ di tutto, gli idraulici e i falegnami, le spie e i precettori degli alunni prima dell’esecuzione (le interrogazioni). Erano importanti, eccome, erano una scuola di vita, una specie di avviamento professionale clandestino, una struttura parallela all’insegnamento. I servizi deviati. Ma tenevano puliti i servizi sanitari.
 
E mi ricordo il Signor Preside che era un po’ il simbolo della scuola, il monarca buono, in certi casi, l’Istituzione inflessibile in certi altri.
 
Era un Super-professore, più docente degli altri, ora difensore dei docenti ora vendicatore dei discenti. Adesso vedo due fantasmi al posto del preside e del bidello. E ne soffro anche per fatto personale perché provengo da una famiglia in cui tutti erano nella scuola a cominciare da mio padre preside. Ed io, ultimogenito, ero potenziale bidello perché tutti gli altri ruoli erano già coperti in casa. Adesso, senza il preside e senza il bidello, mi sento moralmente orfano e disoccupato. Insomma a scuola non mancano solo i soldi ai docenti ma anche educatori, aule, presidi e bidelli agli alunni. Perciò vi dico: non gettate la croce sulla Moratti, magari per togliere entrambe dalle aule.
 
Marcello Veneziani