Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 236 (4.12.2004) Al caro George W. Bush, dal Vecchio Continente (di Pietro De Marco)

Questo numero


Sull’articolo di Veneziani che ha fatto arrabbiare tanti professori (mica perché ha colpito nel segno?) ho intenzione di tornare, ma oggi una notizia che ci fa piacere, dal blog di Sandro Magister.
 

De Marco nuova punta di Avvenire


Dal Blog di Sandro Magister ( http://blog.espressonline.it/weblog/stories.php )

Nella pagina degli editoriali di Avvenire del 1° dicembre è comparsa una nuova firma, con tanto di foto sorridente: quella di Pietro De Marco, esperto di geopolitica religiosa, professore all'università statale di Firenze e alla facoltà teologica dell'Italia Centrale.
 
De Marco è autore notissimo ai lettori di www.chiesa. Il suo pre-esordio sul quotidiano della conferenza episcopale è avvenuto l'11 novembre in un'intervista che confutava le posizioni espresse da Pietro Scoppola su la Repubblica del giorno prima. […] Ma ora De Marco è stato promosso editorialista. E ha dedicato la sua prima column alla lettera scritta a Bush dai tre "saggi" europei Giuliano Amato, Ralph Dahrendorf e Valéry Giscard d'Estaing, apparsa sul Corriere della Sera del 28 novembre.
 
De Marco li scortica per bene. Nella proposta dei tre all'America vede "un atteggiamento che confina con una rischiosa strategia di autoinganno", di chi "non sa e non vuole scrutare le responsabilità europee nella frattura con l'America, sui terreni valoriali non meno che geopolitici".
 
E lo spiega. Se vuoi capirne meglio le ragioni, leggi qui il suo paper integrale, lungo più del doppio della nota pubblicata da Avvenire.
 

Al caro George W. Bush, dal Vecchio Continente (di Pietro De Marco)

A proposito della lettera al presidente degli Stati Uniti scritta da Giuliano Amato, Ralph Dahrendorf e Valéry Giscard d'Estaing


 
La "proposta in cinque punti" che dall'orbita dell'Aspen Institute Italia viene indirizzata al presidente Bush, a firma di Giuliano Amato, Ralph Dahrendorf e Valéry Giscard d'Estaing, rappresenta un documento di singolare interesse in se stesso (v. traduzione italiana parziale nel “Corriere della Sera” di domenica 28 novembre). Ordinata a coinvolgere l'amministrazione americana in una bilaterale "rapida revisione delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa", seleziona cinque dimensioni della "costruzione di un nuovo corso".
 
E le cinque dimensioni sono: un multilateralismo per ottenere l'efficacia delle istituzioni internazionali; un'alleanza forte corroborata da reciproche concessioni e prestazioni (non secondariamente il trasferimento di tecnologie militari); un'azione concordata degli Stati Uniti in Medio Oriente (Iraq e Palestina) compensata dall'impegno economico e militare dell'Europa; un nuovo corso delle relazioni economiche tra Europa e Stati Uniti in funzione delle nuove sfide mondiali; un forum strategico Europa-Stati Uniti, che impone in Europa "un miglior meccanismo decisionale di tipo collettivo".
 
Il documento prospetta anche i risultati attesi. Da un lato, "solo una solida struttura euroamericana può rendere le istituzioni internazionali più efficaci". Dall'altro, tale struttura porterà non "solo un decisivo contributo alla nostra [di europei] sicurezza nel sistema globale emergente, ma [sarà] una condizione essenziale per preservare la coesione europea".
 
Quest'ultimo punto ritorna, quasi come la chiave di gran parte della "proposta". Nel finale infatti gli estensori scrivono: "occorre che gli americani non smettano di considerare l'integrazione europea tra i loro principali interessi". E assicurano: come europei e americani “condividiamo ancora principi di civiltà e interessi mondiali che, se agiamo insieme, saranno tutelati in modo più efficace".
 

 
Prestiamo attenzione alla chiusa, perché quel sintomatico “ancora” (che sottintende un "nonostante le divaricazioni consumate o in corso") è preceduto dalla diagnosi di una "spaccatura di valori [in particolare tra le opinioni pubbliche delle due sponde dell'Atlantico] che rende impossibile appellarsi unicamente [ma l’ingl. ha impossible to just appeal , "appunto impossibile appellarsi a"] a valori comuni come base di una forte alleanza". Da ciò la sottolineatura che il documento riserva, quasi brutalmente, al più convincente argomento degli "interessi".
 
Sembra di ritrovare nel documento qualcosa, o molto, delle geometrie del Robert Kagan di “Paradise and Power”, a conferma che l'Europa di Kagan è quella dell'intelligencija europea e delle opinioni pubbliche plasmate dall'intelligencija.
 
Ma si ricava anche l'imbarazzante sensazione di un misto di realismo negoziale e di "presunzione" o carenza autocritica europea, ingredienti diversamente apprezzabili.
 
Già la spaccatura di valori tra le opinioni pubbliche, che sono poi gli elettorati, europei e americani non dovrebbe essere evocata senza riflessione. Quali "valori" propriamente rendono ostili agli Stati Uniti alcune (certo importanti) opinioni pubbliche europee? Quale spessore valoriale ha lo stesso richiamo antiamericano alla pace in culture e opinioni europee preoccupate, nel migliore dei casi, dalla paura di "scivolare all'indietro" (formula con cui Kagan indica il nostro oscuro timore per il ritorno delle politiche di potenza) e, nel caso peggiore e più frequente, dalla paura di dover pagare alcunché per uno sguardo fuori del loro particulare?
 
La risposta realistica, che la spaccatura comunque esiste, non ci autorizza ad esibire tale difformità dall'opinione maggioritaria americana come qualcosa da mettere positivamente sulla bilancia delle trattative. A maggior ragione se, nell'evidenziare la spaccatura di valori, si allude anche alla distanza tra l'Europa "laica" (da Bruxelles alla Spagna) e l'America "religiosa" emersa potentemente con la rielezione di Bush. Si tratterebbe, mi pare, di esibizioni quanto mai inopportune. Anzi, l'impossibilità di appellarsi a valori comuni, se effettiva, sarebbe un'emergenza di cui occuparsi per sanarla, piuttosto che produrla come argomento per ricavarne vantaggi. Che sia effettiva, comunque, è da dubitarne, perché l'Europa è più che quella evocata da Amato, Dahrendorf e Giscard.
 
Ma l'intera "proposta" ha anche lo sgradevole impianto di un gioco di ritorsione, entro le stesse polarità di Kagan: il Paradiso europeo sfida ora il Potere americano (contando su una sua persistente carenza di legittimazione, nodo su cui Kagan è tornato recentemente, “Foreign Affairs”, 2004/2, marzo-aprile); e quindi il Potere stimoli con offerte vantaggiose il Paradiso a porsi finalmente al livello delle grandi sfide mondiali.
 
Così, l'attuale deriva di inefficienza e inefficacia dell'ONU viene giocata per ottenere dagli Stati Uniti, in cambio di un rinnovato e meno ostile protagonismo dell'assemblea mondiale, il riconoscimento dei "meriti di un compiuto [effective] multilateralismo". La potenziale "spaccatura strategica" tra Europa e Stati Uniti sulla vendita di tecnologie militari (e di dual use) alla Cina diviene argomento ritorsivo per strappare agli USA un nostro accesso ai livelli tecnologici (militari) americani e a posti di comando NATO. L'attuale dispendio di tempo ed energie degli USA in Medio Oriente è argomento per trattare le condizioni di un contributo europeo su quel teatro (fino a suggerire agli USA fasi e forme della soluzione della questione palestinese). I presunti costi dell'attuale isolamento americano vengono evocati per proporre/imporre agli USA un Contact Group, un forum di concertazione (invece della "semplice attesa che l'Europa segua la linea tracciata dagli Stati Uniti").
 
Un brano del testo inglese non tradotto dal “Corriere della Sera” profila nitidamente l’orizzonte contrattuale: un nuovo corso transatlantico poggiante su una divisione del lavoro geografica (e non anzitutto di competenza geopolitica e capacità operative), con l’UE prima garante, in Europa e nell’area perieuropea, della sicurezza e stabilità del continente. Anche se, in un altro breve passo non tradotto (nel punto cinque), si ammette una persistenza di capacità/facoltà e ruoli asimmetrici.
 
Proposte ragionate e sagge, si direbbe. Il testo è percorso, tuttavia, da una vena di paternalismo che fa sorridere: "non Le basterà questo, Signor Presidente. Esprima piuttosto agli Europei l’intenzione di…", "operi con fatti e non parole", esortano i tre saggi. Pare, a tratti, di leggere un testo in cui un quasi vincitore detta le condizioni armistiziali a un quasi sconfitto.
 
Insomma, nella "proposta" di Amato, Dahrendorf e Giscard, in questo "riaffacciarsi" alla storia (a parole) di un'Europa ancora oggi totalmente garantita nella sua sicurezza dagli Stati Uniti, si manifesta, esemplare, un atteggiamento che confina con una rischiosa strategia di autoinganno.
 

 
Mi limito ai rischi, per l'intelletto europeo, sul terreno intellettuale ed eticopolitico. La "proposta" non sa – o tatticamente non vuole – scrutare le responsabilità europee nella frattura con l'America, sui terreni valoriali non meno che geopolitici. Un "Atlantico più largo", per parafrasare una nota formula, non è conseguenza della mancata coesione dell'Europa comunitaria, né un Atlantico più stretto ne favorirebbe una coesione migliore. Il continuo invocare in Europa un ministro degli esteri (Monsieur PESC), contiene anche un'illusione o un'astuzia: o suppone che stati sovrani e culture nazionali delegheranno con facilità interessi e attrazioni di valore sulla sfera mondiale a un attore comunitario; o pensa che quest'ultimo possa imporre loro un tale trasferimento.
 
Al contrario, l'attuale disunione europea, segnalata dalle linee di frattura che dividono posizioni anti e filoamericane, è endogena e ci fornisce delle chances di autotrasparenza. Una parte dell'Europa comunitaria, nei suoi vecchi stati membri non meno che nei nuovi, dissente dal resto proprio su quei principi etico-pubblici e quei comportamenti di politica internazionale che sono da anni fattori di incomprensione o collisione dell'Europa con gli Stati Uniti. Nella nostra ostilità o solidarietà in ordine sparso verso la leadership statunitense si esplicita, paradossalmente ma realmente, la forma europea nuova e già "funziona l'Europa". Nazioni e culture europee cercano legittimamente nel rapporto elettivo con gli Stati Uniti un risarcimento dalla pressione culturale franco-tedesca: un risarcimento diretto, peculiare e nelle questioni internazionali divergente dalla neutralità o conflittualità antiamericana adottata pour cause dai paesi dominanti.
 
In questo, e non sorprende, vi è una profonda percezione delle cose. Nazioni e culture che in Europa guardano agli Stati Uniti hanno una percezione di realtà che l'Europa comunitaria storica e i suoi funzionari ed intellettuali 'dedicati' nella loro maggioranza non hanno. Le culture proamericane in Europa colgono, in particolare, che gli Stati Uniti sono l'Europa e la rappresentano in maniera eminente, non come replicazione ma come inveramento peculiare quanto inseparabile dall'origine.
 
Il progetto dei "tre saggi" è preoccupato dal ragionevole obiettivo di una maggiore coesione comunitaria nel Vecchio Continente. Si propone di vincolare gli Stati Uniti per ottenerla e, circolarmente, di ottenerla per vincolare gli Stati Uniti (ad esempio sulla soluzione del conflitto israelo-palestinese). Suggerisce all'amministrazione americana una quantità di tavoli di concertazione di enorme rilevanza strategica senza indicare (né anzitutto chiedersi) come l'Europa potrà dare garanzie di volontà e lealtà collaborativa (che implicano responsabilità onerose). Prevale, insomma, nel documento la tentazione di smorzare o disciplinare il nuovo corso americano in prospettiva veteroeuropea, e questo non aiuta granché a pensare l'Europa – dell'al di qua e dell'al di là dell'Atlantico – per il XXI secolo.
 
Pietro De Marco