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Il Covile - N.o 237 (8.12.2004) Arruoliamo Carlo Collodi

Questo numero


Eccoci all’articolo di Veneziani e alla sua constatazione della scomparsa, insieme a Preside e Bidello, della Scuola medesima. I lettori di più lungo corso di questa newsletter sanno che il curatore ormai da tanti anni, vuoi per letture illicciane, vuoi per indole, vuoi soprattutto per esperienza diretta, è arrivato alla conclusione che sulla scuola hanno ragione i libertari, i quali sostengono essere tre le cause della sua rovina: l’obbligatorietà, il valore legale del titolo di studio e la statalizzazione.
 
In quella linea di pensiero a suo tempo (ma vedi anche la NL n° 162) presentai una piccola raccolta di obiezioni all’obbligo scolastico: gli autorevoli oppositori erano Monaldo Leopardi, Karl Marx, Friedrich Nietzsche, Charles Péguy, Giovanni Papini, José Bergamin, Ivan Illich, Pier Paolo Pasolini.
 
Ebbene, il numero dei refrattari è da aumentare. Mi è recentemente capitato di leggere un testo di Carlo Collodi, dell’ottobre 1877, contro la cosiddetta “Legge Coppino”. Michele Coppino era all’epoca Ministro della Pubblica Istruzione; la legge, approvata dalla Camera il 15 luglio 1877, istituiva l'istruzione obbligatoria nel biennio inferiore della scuola elementare.
 
L’ho trovato delizioso: ve lo offro come strenna natalizia anticipata. In fondo una breve postilla.
 
(*) Dimenticavo: sul grandissimo Collodi dovremo tornare.
 

Come studiavano i fiorentini (di Carlo Collodi )


Da: Occhi e nasi in Opere, pag. 315-320, Mondatori, 1995.

Dalle vecchie statistiche delle Scuole fiorentine si rileva un fatto singolare; voglio dire il fatto, che in quei tempi, a Firenze, si studiava meno cose d'oggi e s'imparava di più.
 
Questo controsenso quasi scandaloso ha dato nell'occhio a tutti i nostri Ministri dell'Istruzione pubblica: ma nessuno di loro per ora ha osato spiegarlo. Si vede proprio che nel mondo c'è un pudore anche per i Ministri.
 
La corporazione degli studenti si divideva in vari gruppi, fra i quali, gli alunni degli Scolopi, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti, o Bellartini, e gli Spedalini, ossia i praticanti di Medicina e di Chirurgia: per altro il più numeroso di tutti, anche allora, era quello degli studenti che non studiavano.
 
Un segno particolare: gli scolari d'una volta portavano il berrettino da ragazzo fino a diciassette o diciott'anni compiti. Quanta differenza fra allora ed oggi! Oggi, per un fenomeno patologico, si vede il cappello da uomo che spunta nei ragazzi prestissimo, anche prima della testa!
 
Del resto, gli alunni degli Scolopi o delle scuole Pie si dividevano, a loro volta, in due classi: quelli che avevano ingegno e studiavano bene, finita la Rettorica e la Filosofia anda­vano all'Università', o si davano a qualche professione indipendente e geniale: gli altri poi, che si erano mostrati sbuccioni o un po' bazzotti di cervello, purché avessero i certificati comprovanti questa loro doppia incapacità, acquistavano il diritto a diventare impiegati dello Stato.
 
Quanto ai Bellartini, o studenti dell'Accademia, era­no una nidiata di poveri illusi, che pigliavano per moneta contante la vecchia superstizione, che Firenze fosse la cuccagna delle arti belle.
 
Invece le arti belle, a Firenze, ci campavano appena a dozzina: e se un mese s'ingegnavano di pagare il padrone di casa, il mese dopo bisognava che lasciassero indietro il trattore e la stiratora. E la storia non si stinge!
 
I Bellartini e gli alunni degli Scolopi ci sono anch'oggi, come una volta: ma il vero Spedalino non esiste più: è un tipo sparito.
 
Il vero Spedalino (per il solito un originale un po' ma­nesco, un po' prepotente, un po' accademico nel modo di vestire e di camminare) faceva i suoi primi diciotto anni di pratiche, girellando in su e in giù per la piazza dello Spe­dale, o fumando seduto sugli scalini di San Matteo: il di­ciannovesimo anno lo passava tutto a incidere colla punta del coltello il proprio nome e cognome nelle colonne del loggiato di Santa Maria Nuova: finalmente il ventesim'an­no si risolveva, qualche volta, a chiedere la matricola di Medicina o di Chirurgia: e allora guai a chi gli capitava sotto le mani! Chi ne toccava, eran sue!
 
Morale della favola: i fiorentini studiavano a modo lo­ro e quando si sentivano in vena di studiare; ma non po­tevano mai figurarsi che il governo avesse il diritto di farli studiare per forza. Prova ne sia che appena intesero baluginare che il Ministro Coppino meditava una legge sull'Istruzione Obbligatoria, si adunarono subito per urgenza, e in cinque minuti di buon'umore scrissero la se­guente lettera, che si conserva ancora nell'archivio della Società degli ultimi Fiorentini.
 

Gli analfabeti. A S.E. il Ministro Coppino


(Copia conforme all'originale).
 
Al signor Michele Coppino
Ministro dell'Istruzione pubblica
A Roma
 
Signor Michele
 
Appena letto sui giornali che l'E. V. aveva fissato il chiodo a voler presentare alla Camera una legge sull' Istru­zione obbligatoria, il nostro primo pensiero fu quello di correre a Roma, per parlarne a voce con lei. Ma poi si credé bene di non farne di nulla; perché venendo costà, bisognava presentarsi a codesto Ministero secondo l'ultima edizione del Galateo, cioè in abito nero e cravatta bianca: e noi fioren­tini, fin da ragazzi, abbiamo sempre avuto per l'abito nero una ripugnanza invincibile. Che vuol che si dica, Eccellenza? Ogni volta che vediamo un uomo in pantaloni neri, cravatta bianca e giubba a coda di rondine, e ripensiamo che quel coso lì è creato a immagine e similitudine di Dio, a cascano subito le braccia e ci si patisce per il Creatore, proprio come se il Creatore fosse una persona della nostra famiglia.
 
Del resto quest'affare della istruzione obbligatoria, ha tutta la fisonomia di un affare serio, ed ecco perché ne ra­gioniamo volentieri con lei, competentissimo per ogni aspetto nella materia.
 
Che lei sia un brav'uomo lo dicono tutti. Si figuri che lo dicono anche gli stessi suoi. amici: e questo ci pare un gran fatto, perché la più atroce violenza che si possa fare al cuore umano, è appunto quella di costringere l'amico a dover dir bene dell'amico.
 
Che lei poi sia un uomo giusto, basta a farne fede, tra le altre cose, il suo nome di battesimo. Quando uno si chiama Michele è segno manifesto che la Provvidenza divina, lo ha voluto mettere sotto le ali di quell'arcangelo. che inventò la bilancia e che viene meritatamente considerato come il capo divisione di tutti i verificatori di pesi e misure.
 
Eccellenza! Se qui non mettiamo un tappo alla rotta dell'argine, con tutto questo straripamento continuo di leggi obbligatorie, finiremo un giorno o l'altro coll'affogare la nostra vantata libertà, quella libertà che ci costa tanti quattrini e che ancora, Dio ci liberi tutti! non è finita di pagare.
 
Guardi che litania prolissa! Obbligatorio il far da Giu­rati, obbligatorio il Servizio militare, obbligatorio il paga­mento delle tasse, obbligatorio il far da membro (frase in­decorosa e quasi avvilitiva) nelle Commissioni di sindacato, e per giunta, obbligatoria anche l'istruzione elementare. Che si celia! In mezzo a tutta questa farragine d'obblighi, è grazia di Dio se al libero cittadino rimangono appena cinque minuti di tempo, tanto per fare una gita alpinistica sul Monte di Pietà in cerca di. un orologio allo stato fossile e di un paio di lenzuoli cristallizzati.
 
Eppoi ci sia lecito domandare: perché usare questa pre­potenza sui poveri analfabeti! Gli analfabeti, tempo fa, si con­tarono, e l'abbaco della statistica governativa ci fece vedere che raggiungeva la rispettabile cifra di diciassette milioni. Tanto valeva aver dimostrato che le persone istruite rappresenta­vano in tutto il Regno, appena appena un terzo della intera popolazione.
 
Com’è dunque che i meno pretendono di tiranneggiare imporre la loro volontà ai più?
 
Rammentiamoci, Eccellenza, che il principio universalmente accettato del rispetto dovuto alle maggioranze è la pietra angolare sulla quale riposa tutto l'ingegnoso meccanismo di quelle istituzioni che, per chiamarle in qualche modo, si chiamano liberali.
 
C’è poi da pensare a un fatto gravissimo. Volendo applicar­e la legge sulla istruzione obbligatoria in tutte le Province Regno, ne viene di santa ragione che bisogna aumentare all’infinto il numero dei maestri elementari.
 
Ora, l'Eccellenza vostra, sa che il maestro elementare, in Italia è una specie di conte Ugolino del secolo decimonono: un conte, se vogliamo, senza contea, senza Gaddi, senza Anselm­ucci e senza arcivescovi Ruggeri, che gli mangino il capo di retro guasto; ma in compenso la natura, sempre burlona, ha regalato loro uno stomaco così digiuno, da divorare, magaraddi­o, anche le panche di quella scuola,
“La qual per lui, ha il titol della fame,”
come canta a questo proposito, il divino Alighieri.
 
Mettiamoci dunque una mano da quella parte del panciotto ­dove i comici suppongono che stia di casa la coscienza, e ragioniamola tra noi.
 
In tempi di carità universale come i nostri e in mezzo a generazione così sensibile, filantropica e pietosa, che almanacca giorno e notte comitati e società protettrici a favore delle bestie; che difende a viso aperto il povero ladro perseguitato dalle angherie del galantuomo, e che manda i defunti piccioni a farsi cucinare negli ospedali, per poterli così consolare della fucilata toccata loro sul greto del Tiro a Segno, è cosa giusta e umana, domandiamo noi, accrescere il numero di quegli infelici maestri diafani e impalpabili come l'aria, condannati da un anno all'altro a mangiare tutti i giorni una colazione in miniatura, un pranzo dipinto all'acquerello e una modestissima cena in fotografia?
 
E se finisse qui, pazienza: ma c'è da sciogliere un quesito tremendo, cioè, se quest'obbligo in tutti di sapere almeno leggere e scrivere sia veramente un bene o un male.
 
Non ci facciamo illusioni: il saper leggere è una vanità che ha, purtroppo, i suoi pericoli, e la storia è là per provarlo. Basti, fra tanti esempi, quello di Francesca da Rimini e del suo cognato, i quali, come racconta il Poeta, si innamorarono perdutamente, mentre stavano leggendo insieme:
“Noi leggevamo un giorno per diletto...”
Se Francesca e Paolo fossero stati due analfabeti, chi sa che l'adulterio non avesse fatto un corso più benigno, e che quel povero diavolo di Lancillotto non fosse riuscito a risparmiarsi, in faccia alla posterità, il titolo di marito, nel significato afflittivo e patologico della parola.
 
E lo scrivere? Anche l'Arte dello scrivere, Eccellenza, è un'arte insidiosa, la quale, volere o no, ha riempito il mondo di eresie, di spropositi e di libri noiosi. L'uomo che sa scrivere è già incamminato su quel lubrico sentiero che mena alle alterazioni in documenti pubblici, alle cambiali false, e alle commedie in cinque atti in versi martelliani. È appunto per questi e per molti altri motivi, che sarebbe bene gridare fin d'ora: rispettiamo gli analfabeti!
 
L'analfabeta, con una splendida similitudine, venne paragonato a un candido foglio, vergine e puro da ogni macchia d'inchiostro e da ogni lettera dell'alfabeto: sicché dunque, a conti fatti, l'Italia può vantarsi presentemente di possedere diciassette milioni di fogli candidi come la neve. Signor Mi­nistro! Un po' di carità per tutte queste risme di carta bianca!
 
Devotissimi
 
Gli ultimi fiorentini
 

Postilla: Collodi accomodato


Nel 1884, sette anni dopo, Collodi scrisse un’altra “lettera al Ministro della P.I.” (non era più Coppino, ma Berti). È nota come Pane e libri: Collodi protestava
“contro una riforma che non era contornata da iniziative sociali più ampie e tese a migliorare le condizioni delle plebi”,
come scrive Daniela Marcheschi, la curatrice del bel Meridiano Mondadori con le Opere di Collodi.
 
Non è un caso che la prima lettera sia poco conosciuta, a differenza della seconda: il Collodi caposcarico, libertario e politicamente scorretto ha sempre dato noia. La stessa Marcheschi, nella sua accuratissima presentazione, non si sottrae a quest’opera di “accomodamento”, vista evidentemente come doverosa:
“Appunto tenendo conto della data di uscita dell’articolo, quasi sette anni dopo la promulgazione della Legge Coppino sull’istruzione obbligatoria, si possono meglio comprendere le critiche che Collodi indirizzava al governo dicendo ‘Non mi date del codino’ e reclamando prima di tutto mezzi adeguati a saziare la fame delle plebi.” Cronologia, CXVIII.

Come si fa a non vedere l’excusatio in quel “Non mi date del codino”? Nella seconda lettera, ad obbligo ormai instaurato, Collodi si occupava “del pane”, ma nella prima, basta leggerla, difendeva la libertà, e anche l’analfabetismo, come Bergamin, Illich e gli altri resistenti.
 
sb