Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 238 (18.12.2004) Buon Natale con Tito Casini

A tutti gli amici l’augurio di un sereno Natale

Il regalo natalizio di quest’anno è un raccontino di un autore delle mie parti, se vi piace ne arriveranno altri.
 
Hans Memling, Adorazione dei Magi
 

Una cena troppo cara (di Tito Casini)


Da La bella stagione, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1929

Un’altra volta che Goro Gori (quella volpaccia così famosa, nel popolo e nel contorno, per la sua bella maniera di trappolar la gente) rimase scottato da quel suo vizio di scroccar desinari, fu la sera dei Santi.
 
Della volpe, Goro Gori aveva il naso e l’astuzia: il naso, per sco­prire, passando davanti a una casa, se in quella casa ci fosse al fuoco qualche cosa di buono; e l’astuzia, per inventare lì su due piedi un pretesto qualunque, tanto da entrare; il resto, ossia la cosa principa­le, veniva da sé per legge di ospitalità.
 
Non c’era bisogno di un gran naso per scoprire, la sera dei Santi, una casa dove si cucinasse qualcosa di buono. Trattandosi di un giorno di festa, e festa solenne, qual è quella massaia che non rompa du’ ova per metterle nella pasta e non tiri il collo a una gallina per fare il bordo e aver qualcosa da mangiar, dopo la minestra, col pane?
 
Per essere il giorno dei Santi, anche la donna di Goro aveva am­mazzato una gallina, di quelle che non le facevan l’uovo, n’aveva messa mezza in pentola, e ora l’assisteva rattizzando le brace, affacciandosi ogni tanto sull’uscio per veder se quel gastigo del suo marito — che non passava mai una festa a casa come gli altri cristiani — fosse di ritorno.
 
Dove fosse andato, al solito, non lo sapeva. Non gliel’aveva det­to, come non le diceva mai quando tornasse. Quella sera, però, la don­na lo aspettava di sicuro, non perché fosse la sera dei Santi, o che so io, ma unicamente per via di quella bella gallina che coceva in pen­tola sotto uno stellato di grasso. L’aveva proprio detto lui, la sera avan­ti, di ammazzarla, e... l’avrebbe lasciata mangiar tutta alla donna dav­vero! Goloso per sé quant’uno può essere, avrebbe voluto che la don­na campasse di aria, e dopo essersi, di ogni cosa, tirato nel piatto la parte del leone, anche quel poco che restava alla donna pareva gli passasse dagli occhi, tanto di cuore glielo lasciava!
 
Giunto, finalmente, e gettato a terra un pezzo di cerro, rubato, certamente, tanto per santificar la festa, a qualche catasta, Goro Go­ri andò subito al fuoco, scoperse la pentola, prese con due dita per la punta il coscetto che la gallina gli offerse su a galla, lo staccò e ci mise i denti.
 
“Hai proprio tanta fame”, brontolò la donna, che s’era messa a apparecchiare, “da non poter nemmeno aspettare che abbia messo le scodelle?”
 
“Hai paura che te la finisca?” rispose nella stessa maniera Goro Gori, buttando via l’osso spolpato e leccato. “E invece”, soggiunse dopo aver dato un’occhiata all’ingiro per veder se c’era nient’altro di preparato, “invece, stasera, c’è il caso che la t’abbia a avanzar tut­ta... Io torno fuori, capisci? e... e te non ti metter subito a mangiare (la m’è parsa, giusto, anche un po’ indietro, la gallina), ma se tu vedi che io tardi parecchio (più di una mezz’ora o di un’ora) a tornare, al­lora mangia pure: io ci penso da me. Ma soltanto se tu vedi che ritar­di parecchio, intendi?”
 
“E io, invece, fo proprio il mio comodo, e peggio per te se quan­d’è l’ora non ci sei...!” gli gridò dietro, mentre usciva, la donna, pen­sando che andasse a sciupar quattrini all’osteria.
 
Ma Goro Gori non prese per il verso dell’osteria. Riprese, anzi, la strada per la quale era venuto e sparì nel buio, mentre la donna tornava verso la pentola, risoluta di far davvero e subito il proprio comodo.
 
Arrivato, dopo un po’ di passi, in vicinanza di una casa, Goro Gori fece come fanno i cani quando s’imbattono in qualcuno che non conoscono: girò largo, ossia lasciò la strada e seguitò a camminar di fuori, costeggiandola a distanza, finché non ebbe sorpassato di un tiro di schioppo la casa medesima. Allora, rientrò nella strada, ma invece di seguitare per lo stesso verso, rivoltò addietro e s’indirizzò, franco e senza cautele né di passo né di voce (facendo, anzi, rumore con le scarpe e con un forte raschiar di gola, come uno — si sarebbe detto — che cercasse di farsi sentire), verso la casa.
 
Se mi domandate che misteri sian questi, io vi posso rispondere che per Goro Gori eran misteri gaudiosi; e ve li spiego. Passando, pochi momenti prima, davanti a quella stessa casa, nel tornare a casa sua, Goro Gori avevo visto per terra, vicino all’uscio, un mucchietto di penne minute e cenerine come se ne vede assai facilmente presso le case, in montagna, il giorno dei Santi. Goro Gori, che conosceva le usanze e conobbe le penne, non ebbe bisogno di fiutar l’aria con quel suo naso volpino per capire che in quella casa ci doveva essere, al fuoco, una bella schidionata di tordi. Avvedersene, sentirne la voglia, invitarsi secondo il suo sistema a mangiarli, e inventare un pretesto per entrare in casa, furono, nel suo spirito, operazioni simulta­nee... Se, invece di entrare, aveva tirato avanti, arrivando fino a casa sua, l’aveva fatto, non per usare un riguardo alla sua donna, dandole l’avviso e la licenza che s’è udito, ma unicamente per indugiare un po’ il tempo e giungere così in casa dell’amico giusto nell’ora di ce­na, come a dire nel momento più propizio per la riuscita del suo piano.
 
“Si pole?” disse Goro Gori aprendo l’uscio con quella bella con­fidenza che usa in campagna tra conoscenti.
 
Sentir la voce di Goro Gori, vedere in pericolo una buona parte dell’arrosto, del lesso e della minestra, pensar subito al modo di scan­sarlo, furono anch’esse operazioni simultanee nello spirito dell’amico.
 
“Toh, c’è il Gori! Venite, Gori, venite!... Mettetevi a sedere... Dì dove mai arrivate, che oggi alle funzioni non vi s’è visto?”
 
“Non mi ci avete visto, perché oggi le funzioni io l’ho avute in Mu­gello, a Sant’Agata. Arrivo giusto in questo momento di laggiù (sa­pete che ci vo spesso), e vi dirò anche il perché sono entrato... Essendo, giusto, a Sant’Agata alle funzioni, sapete chi ho visto, stamani, e mi ha incombenzato di farvi tanti saluti?... Quel vostro parente... che stava prima a Marcoiano... Come si chiama pure?... Cecco, già, Cecco! Ecco: e che parentela ci sarebbe propriamente tra voi e lui? La vostra povera mamma e la sua sarebbero state...? Ecco: cugine bone, sarebbe­ro state. Già, perché la vostra povera mamma era figliola del povero...”
 
Quante volte i tordi, infilzati nello spiedo, tornarono a mostrare il petto o la schiena prima che Goro Gori avesse bene in chiaro il grado di parentela esistente tra il padrone di casa e il suo parente di Mugello? I tordi, esaurita la carica, si fermaron più volte, con la loro fragrante scorta di patate, di salvia e di ramerino; e il padrone a ri­caricare, come anche Goro Gori, rinnovando di tanto in tanto la cari­ca: “Già l’ho visto stamattina alle funzioni”, ripeteva, “e mi s’è proprio raccomandato che vi facessi tanti saluti”. “Mi s’è raccomandato tan­to”, aggiunse poi una volta, vedendo come anche il suo tordo fosse duro a cocere, “che, passando giust’appunto di qui: — Facciamoglie­li ora, ho detto fra me, che così non me ne scordo —. Scusatemi se v’ho disturbato. Vedo che siete per andare a tavola...”
 
“Anzi! io vi ringrazio, Gori, vi ringrazio. Disturbato davvero! Mi rincresce, piuttosto, che la cena sia ancora così indietro, ché, diver­samente, vi direi di restar con noi... S’era giusto qui per dire quel po’ di rosario, tanto che il mangiare venisse all’ordine...”
 
Goro Gori, da quell’animalaccio ch’egli era, il rosario non lo di­ceva mai, ma poiché la gola passava in lui anche l’empietà, come vi­de che dalla mortificazione dell’una dipendeva ormai la soddisfazione dell’altra:
 
“Per quanto a restare a cena, no”, disse, deciso di mortificar l’em­pietà; “vi ringrazio, sarebbe vergogna accettare; ma per dire il rosa­rio, ecco, se non vi do noia, resterei. Sapete perché? Perché ho paura che la mi’ donna la l’abbia bell’e detto. Non gliel’ho fatto sicuro, capite? stamani, che sarei tornato. E di lasciare il rosario mi rincre­sce troppo...
 
“Già! e specialmente stasera, ch’è la vigilia dei Morti, eh? In que­sta circostanza, e domani sera, noi, anzi, siam soliti di dirlo intero il rosario: di quindici poste, invece che di cinque...”
 
“Meglio!” disse Goro Gori, con quel poco di fiato che gli avanzò nel sentir quel rincaro, quella triplicazione del prezzo dell’arrosto. S’inginocchiò sopra una seggiola e fece da bravo il suo segno di cro­ce, mentre il capo di casa principiava col Deus, in adiutorium la bella, la santa, la tradizionale preghiera, non senza prima aver fatto cenno alla massaia di tirare indietro l’arrosto e alzare il paiolo.
 
Com’eran lunghe, per Goro Gori, a passare, quelle benedette poste del rosario! Dopo aver fatto il conto delle avemmarie e trovato che bisognava dirne (quindici via dieci) centocinquanta prima di avere la grazia, s’era messo, da prima, a contar quelle che passava­no, dicendo volta per volta dentro di sé: — Ancora centoquarantanove... ancora centoquarantotto... ancora... — ma poi, per non crepar dalla rabbia che gli metteva in corpo quella flemma con cui il capoc­cia diceva la sua parte, cercò d’ingannare il tempo portandosi con la mente ad altre cose. Si portò, fra l’altro, anche a casa sua, e, ve­dendo la sua donna lavorare a due ganasce intorno a quella bella gal­lina, della quale il suo palato conservava ancora il gusto, gli venne quasi quasi la tentazione di correr là... Ma quell’aroma di ginepro che si spandeva dallo spiedo per tutta la cucina lo riconduceva e lo tratteneva lì, a dire il rosario. Allora, per distrarsi... Ma è bello, è edi­ficante ch’io vi dica tutte le profane cose nelle quali Goro Gori occu­pò la sua mente, invece di occuparla nella contemplazione dei vari misteri? E non è neppur necessario.
 
Tutto ha fine in questo mondo, e anche la quindicesima posta di quel rosario ebbe fine. Un po’ più che avesse durato, e sarebbe pri­ma finita la pazienza di Goro Gori. Ma, che cosa resta ancora da di­re? Passa il Salve, Regina passano le litanie, e il capoccia par che non trovi ancora la via di segnarsi, di rimettersi a sedere. Un pater­nostro a quel santo, uno a quell’altro, uno a quell’altro ancora... — Non vorrà mica, per essere il giorno dei Santi, — pensò Goro Gori spaventato — dirne un per uno a tutti quelli dell’epistola? — Ma il colmo dello spavento e la fine, improvvisa, della pazienza fu quando il capoccia, arrivato di santo in santo a sant’Antonio: “Reciteremo devotamente”, disse, spiccando chiaro le parole, “cento Pater, Ave e Gloria in onor di sant’Antonio...”
 
Coi ginocchi indolenziti dal troppo stare in ginocchio senz’esserci avvezzo, Goro Gori si alzò dalla seggiola e, accostandosi al capoccia, che aveva già finito la sua parte del primo Pater: “Mi scuserete”, gli disse, piano, nell’orecchio, “se non rimango sino alla fine, ma biso­gna che vada via: ho a casa la donna che m’aspetta...” Un’ultima oc­chiata traversa ai tordi che seguitavano placidamente a girare, e passò l’uscio.
 
Purtroppo non era vero che la donna lo aspettasse! Arrivato di corsa a casa, per vedere se faceva ancora in tempo a salvar qualche cosa, e trovato che la donna — già andata a letto — non soltanto aveva fatto repulisti della gallina, ma aveva perfin rimpiattato il cacio e ogni altro companatico, Goro Gori dovette contentarsi di cenare con un pezzo di pane e una cipolla. Con la fame che aveva in corpo, an­che quel companatico non gli parve cattivo. Ma era tutt’altra cosa che un paio di tordi arrosto o anche soltanto una mezza gallina lessa!
 
Tito Casini