Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 239 (3.1.2005) Bufale di fine anno

Questo numero


Tempestivo e preciso come sempre Pietro De Marco su una bufala di fine anno.
 

Le “istruzioni” di Pio XII a Roncalli. Una chicca antipacelliana.


Alberto Melloni ci assicura che giunsero «al nunzio [a Parigi, cioè ad Angelo Roncalli] nel 1946 istruzioni elaborate dal Sant'Uffizio e approvate da Pio XII» (Corriere della Sera, 28.12.2004, p.37). Le «istruzioni» corrisponderebbero all'agghiacciante (come è stato subito definito) testo «del Sant'Uffizio», fino ad oggi inedito, che Melloni ha offerto al Corriere; in esso si confermerebbero le condizioni canoniche per la restituzione dei minori ebrei accolti nei conventi francesi ed eventualmente battezzati.
«Prima di servirci di una fonte documentaria […] è chiaro che noi dobbiamo essere ben sicuri della sua autenticità formale: vale a dire, che quel documento sia stato effettivamente emanato, sotto quella data, dall'autorità, ufficio, persona da cui appare emanato»
Questa elementare raccomandazione metodologica accessibile a tutti è nelle Lezioni di metodo storico (in origine Questioni metodologiche, o anche Sommario metodologico per gli studenti, più volte stampati e molto diffusi) di Federico Chabod. Ora, poiché egregi studiosi si avvicendano da giorni, senza perplessità alcuna (salvo eccezione), in un dibattito delicatissimo che si legittima nei propri toni a partire dalla fonte Melloni (e Fouilloux), è pur necessario dire qualcosa di "metodologico".
 
Chi si accosta al testo italiano proposto nella stessa pagina del Corriere, in «traduzione dall'originale francese», datato (il testo, è da credere, non le presunte istruzioni) 20 ottobre 1946, non trattiene un moto di sorpresa. Le «istruzioni» della Congregazione suonano insolite: «la Congregazione del Sant'Uffizio ha preso una decisione che si può riassumere così: ecc.» dice l'incipit. Ed evidentemente per rafforzare la propria autorità, il testo delle «istruzioni» (che nell'originale è in francese, non esattamente la lingua curiale!) suona nel finale: «Si noti [davvero stile cancelleresco!] che questa decisione ecc. è stata approvata dal Santo Padre». Termini accostanti, verrebbe da dire, quelli delle «istruzioni», senza tecnicismi; pensavano a Roma che Roncalli non fosse forte in diritto canonico? Se si trattasse davvero di un documento di curia meriterebbe di passare nella trattatistica di metodologia storica (nel senso antico) come prezioso esempio di un testo formale, prodotto di prassi rigidamente disciplinate, che per brevità (forse anche per risparmio di carta e inchiostro? siamo nel 1946) "riassume" se stesso, anzi afferma di "potersi" riassumere, e rende questo "riassunto" in un francese colloquiale.
 
Ironie a parte, per procedere a fare di questa trouvaille di «uno dei massimi storici francesi» (così Melloni canonizza Étienne Fouilloux, che spero ne abbia provato qualche imbarazzo; la trouvaille è poi sua?) un exemplum da manuale dovremmo sapere anche dove e come il testo sia scritto materialmente: su carta intestata? con quale numero di protocollo? da chi firmata? a mano o a macchina (in questo caso, in originale o in copia carbone)? su che supporto cartaceo? in quale posizione archivistica attuale (tra carte sicuramente roncalliane? almeno in una busta a lui indirizzata?).
 
Solo per esercizio: se dalla filigrana risultasse carta non italiana, questo creerebbe qualche problema (o no?); così pure se la carta non risultasse quella usata dagli uffici delle Congregazioni in quell'anno; ed anche, persino, se i caratteri della macchina da scrivere - posto che di questo si tratti - non fossero quelli dei documenti usciti dalla Congregazione in quel periodo. Se poi il testo fosse manoscritto (lo storico "massimo", o il suo collega italiano non inferiore, dovevano dircelo) se ne potrebbe cercare la mano, a Roma o in Francia. Di una firma (nessun documento formale di un ufficio è senza firma, anzi firme) si potrebbe vagliare l’autografia.
 
Allora, e sempre per giocare: un testo quale quello «tradotto dall'originale francese» (fa sorridere che non si sia dato peso alla “stranezza”) che ci è stato offerto in meditazione tra Natale e Capodanno non è un certo un documento ufficiale di curia ma, nel caso più favorevole a Fouilloux e Melloni, appare come una nota informativa, eventualmente ufficiosa (da quale fonte?), tradotta o redatta in francese (perché? e per chi?) non certo per Roncalli, fuori degli (e forse ben lontano dagli) uffici romani. Nel caso più favorevole; poiché di fatto resta un appunto, di natura e posizione incerta, di cui non abbiamo notizia nelle Agende del nunzio e non ci viene neppur detto come gli sia pervenuto e abbia ritenuto di conservarlo - «se, come pare, (…) è stato ritrovato in un archivio ecclesiastico francese» (Miccoli) e non tra le diverse carte del futuro pontefice. Per quanto ci è dato sapere, può esser tutto: da un testo che circolava in Francia, con lo scopo o la pretesa di trasmettere la posizione di Roma sul problema delle restituzioni, ad un falso; tutto, fino a prova contraria. Il suo valore potrà essere deciso dal riscontro con la prova documentaria di eventuali vota della Congregazione, della eventuale annuenza del Papa, della conseguente "trasmissione" al nunzio di una nota (per via gerarchica, tramite la Segreteria di Stato, mi avverte un amico competente) di ben altro tenore dal nostro foglietto.
 
Dubitando, come facciamo, che sulle pagine del Corriere sia avvenuto qualcosa come «la pubblicazione delle istruzioni del 1946 del Sant'Uffizio sul problema della restituzione dei bambini ebrei battezzati» (nel meno deludente dei casi disporremmo della traduzione italiana di una nota che riporta i termini essenziali dei vota della Congregazione il cui originale resta indisponibile), non si toglie serietà al problema (cui il Corriere ha dato spazio) dei minori ebrei salvati e battezzati durante la guerra, né drammaticità al retroterra canonico e politico-religioso dei rapporti tra Chiesa e famiglie (e comunità) israelitiche. Ma era da attendersi più acribia e meno omelia: per dire con Melloni che «la Chiesa non vive immacolata negli orrori della storia», e che il futuro [della Chiesa, suppongo] dovrebbe vivere «di una memoria umile e sincera […], anima della speranza nel tempo», bastavano dei predicabili domenicali, senza affaticarsi con così scarsa chiarezza o vigilanza critica (almeno ad oggi), e con così sicura efficacia destabilizzante dei rapporti tra Chiesa ed Ebrei, negli «archivi della chiesa di Francia» (che non esistono come tali, esistono numerosissimi archivi ecclesiastici; ma è vero che siamo in clima di Codice da Vinci). Ed anche gli specialisti intervenuti sui quotidiani, prima di animarsi tanto, avrebbero dovuto preoccuparsi di non farlo in qualche misura a vuoto.
 
Che la eco antipacelliana di questo incerto quanto esibito dono di Natale abbia invece un suo corso disastrosamente incontrollabile nel pubblico, e per il pubblico, lo mostra la stessa titolazione delle pagine del Corriere nella loro sequenza (il giornalista è il primo e più sintomatico pubblico della notizia che costruisce). Cito fior da fiore: (28.12.2004) «Pio XII al nunzio Roncalli: non restituite i bimbi ebrei»; (29.12. 2004) «Il Vaticano non può beatificare Pio XII», e si parla di «ordine del Sant'Uffizio»; (31.12.2004) «Battesimi forzati, il male oscuro della chiesa», mentre una nota non firmata suppone che l'opinione del Presidente della comunità ebraica romana su Pio XII non potrebbe essere, oggi (dopo la rivelazione di Melloni), dello stesso tenore dialogico di mesi fa; (2.1.2005) nei catenacci: «Persecuzioni. I costretti a convertirsi, se tornavano alla loro fede, erano apostati», ove il miscuglio di inesatto e di ovvio produce il sensazionale; «un documento inedito […] in cui Pio XII chiedeva ad Angelo Roncalli […] di non restituire alle famiglie i piccoli battezzati, ma di dare loro un'educazione cristiana». Mi è impossibile non osservare che qui l'enunciato (come quello simile del 28 dicembre) relativo a Pio XII è semplicemente falso. Poiché sono questi i contenuti che il lettore comune apprende, non le ragionate considerazioni di Messori, di Miccoli, di Emma Fattorini o di Anna Foa, né il lettore ha interesse alla distinzione sostanziale tra attività di una Congregazione e magistero ordinario del Papa, suppongo che Melloni sia soddisfatto dell'operazione.
 
Pietro De Marco