Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 247 (2.2.2005) Posamine

Questo numero


Il tema dovrebbe essere le elezioni in Iraq, ma dobbiamo lasciar perdere, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa; però, come dice l’amico De Marco: “davvero non si può dire che avevamo (un pochino almeno) ragione?”. Si può: per questo alla fine riproduco un suo lungimirante intervento di due anni fa (come sempre di impegnativa lettura); prima una notiziola e i contributi di due amici.
 

Posamine

“Potrei fare un paragone con un posamine; passano trenta o quarant’anni e all’improvviso esplode una mina che era stata deposta tanto tempo prima.”
Erns Jünger (in Julien Hervier, Conversazioni con Jünger, Guanda, p.19)

Con piacere ho visto che Il Foglio, sabato 28 gennaio, ha ripubblicato l’intervento di Alex Langer sul Manifesto a difesa della “Dichiarazione di un gruppo di esponenti ecologisti sulla ‘Istruzione Ratzinger’ relativa ai problemi morali connessi alla fecondazione artificiale e sperimentazione su embrioni” che insieme preparammo quasi diciotto anni fa. Il Manifesto, d'altronde quello è sempre stato il suo stile, riuscì a produrre una dozzina di articoli critici senza mai pubblicare il testo, pur breve, della dichiarazione; ovviamente altrettanto fece l'ANSA, ma gli happy few lettori, invece, il testo originale lo conoscono: lo ricevettero come mio Amarcord nella NL n° 179.
 
SB
 

Giorgio Ragazzini, deluso dalla Moratti, ci fa una proposta di lettura


Il Corriere della Sera di sabato scorso 22 gennaio ha ospitato un'illuminante intervista al Ministro Letizia Moratti. Vi si dimostra come in tutto l'arco dello schieramento politico-culturale sia ancora largamente diffusa una filosofia dell'educativa che tra i suoi miti più balordi annovera il conflitto tra educazione e sanzione; e quello, complementare, che tutto possa andare a posto con un supplemento di persuasione e di dialogo.
 
Tema principale: le imprese vandaliche degli studenti del Parini e dei loro ormai numerosi imitatori. Le viene chiesto:
"...Bastano 15 giorni di sospensione?".
"Io mi domando: cosa significa una sospensione? Può avere al massimo un valore simbolico. Ma poi? Il nostro dovere è recuperare a un comportamento corretto i ragazzi che sbagliano... Perché capita a tutti di sbagliare nella vita, non c'è nessuno esente. Non si tratta [e qui avrei bisogno di un doppio grassetto] di insinuare un inutile senso di colpa, ma di far assumere la consapevolezza dello sbaglio..."
Si capisce ora perché della reintroduzione del comportamento nella valutazione degli studenti, che fu al suo annuncio una delle novità positive di questa riforma, non si sia poi più discusso minimamente; e non basterà certo, per rivedere pseudoconcetti e prassi consolidate nei decenni, la semplice enunciazione burocratica.
 
A parziale compensazione di questa disarmante inconsistenza, nel supplemento Io Donna dello stesso giorno, Vittorino Andreoli, parlando della funzione dissuasiva della pena, smentisce recisamente la correttezza psicologica e pedagogica del buonismo educativo.
"E' inutile stabilire regole, in famiglia e a scuola. Inutile dire: 'Non strappare il registro, altrimenti ti punisco', ... e così via. Ciò che si introietta è, in realtà, che non è vero. Perché non si puniscono neppure ladri e stupratori. E i principi basilari dell'educazione muoiono. Muoiono perché qualunque sistema educativo, anche il più liberale, prevede la pena e ritiene che abbia una funzione utile".
La sanzione, quindi, è essa stessa educazione. Fa parte, all'occorrenza, di quella "fermezza educativa" di cui parla il bel libro di uno psicoterapeuta della famiglia, Osvaldo Poli, da poco uscito per le edizioni San Paolo: Non ho paura a dirti di no.
 
Giorgio Ragazzini
 

Anche Grazia Collini propone un libro


Ho letto in questi giorni un bellissimo libro che voglio consigliarvi. Se poi l'avete già letto, bene.
 
Il Vangelo secondo Pilato di E. E. Schmitt
Il libro è diviso in due parti, nella prima chi parla è Jeshua, poco più che un ragazzo; parla della sua vita in Palestina e piano piano affiora in lui la consapevolezza di non essere proprio uno qualunque. Con timore, sorpresa e i tanti sentimenti che lo svelarsi a se stesso provocano in lui arriva anche la progressiva accettazione del proprio destino e la decisione di andargli incontro senza incertezze.
 
Nella seconda parte è Pilato che parla attraverso le lettere che scrive al fratello a Roma; Pilato, coinvolto in un processo che non approva, preoccupato degli strascichi che potrà portare la scomparsa del corpo dal sepolcro.
 
Come un investigatore dei tempi andati, Pilato cerca di razionalizzare, di capire i trucchi che possono stare dietro ad una scomparsa del genere rifiutandosi di accettare il mistero che però riesce a contaminarlo.
 
Le sue opinioni sono in parte influenzate dall'amore che prova per la moglie Claudia, che crede nella resurrezione.
 
Il libro ci racconta la vita in Palestina rendendola molto concreta, ci parla di personaggi biblici e quindi molto lontani, facendoli a noi vicini con le loro debolezze, le trame, le congiure ma soprattutto è il ritratto di due uomini molto "umano", anche di colui che umano lo è stato per poco.
 
Il libro finisce con un post scriptum all'ultima lettera al fratello Tito, a Roma:
“Questa mattina dicevo a Claudia, che si definisce - sappilo - cristiana, che sopravvivrà una sola generazione di cristiani: quella di coloro che hanno visto Jeshua resuscitato. Questa fede si estinguerà con loro, alla prima generazione, nel momento in cui si chiuderanno le palpebre dell'ultimo vecchio che nella memoria avrà conservato il volto e la voce di Jeshua vivo.
- Io dunque non sarò mai cristiano, Claudia. Perché non ho visto niente, tutto mi è sfuggito, sono arrivato troppo tardi. Se volessi credere, dovrei in primo luogo credere alla testimonianza degli altri.
- Allora sei forse tu, Pilato, il primo cristiano?”.
Dello stesso autore, in veste editoriale accattivante è uscito recentemente Oscar e la dama in rosa. E' un piccolo libro che si legge in un'ora. E' uno di quei libri che ha un destino malvagio che lo aspetta: in un prossimo futuro sarà di moda snobbarlo perché è toccante, struggente, triste ma pieno di speranza. Un bellissimo libro. Annuncio subito che lo difenderò a spada tratta contro tutti i denigratori futuri!
 
Spero che le mie recensioni vi siano utili.
 
Grazia Collini
 

Pietro De Marco sull’Iraq. Due anni fa, a Pisa


Testo base dell’intervento al dibattito con Sergio Romano e Danilo Zolo su Nuove legittimazioni della Guerra? (Pisa, Arcivescovado, 28 aprile 2003) alla presenza di S.E. Mons. Alessandro Plotti.
 
A. Per rintracciare le eventuali nuove legittimazioni della Guerra può essere utile partire dal dibattito sulla seconda guerra irachena per tentare poi di ricondurlo a linee di tendenza generali.
 
Decisivo è il crinale tra due scelte fondamentalmente divaricanti nella diagnosi dello stato del mondo, diagnosi più importante dell'assiologia 'materiale' di fondo (comunque operante) di avversione/adesione al Modello americano, maturate spesso per consolidare la presa di posizione. Il discrimen è tra l'assunto dell'origine esogena (rispetto al sistema occidente) ovvero endogena del rischio di destabilizzazione nelle diverse aree mondiali, ovvero (con Huntington) dei fenomeni conflittuali di faglia. Chi attiva, accende, favorisce (quanto meno) i conflitti di faglia?
 
Una sintomatica vignetta (Corriere della Sera, 25 aprile 2003) con il cowboy Bush che sfida ("A noi due!") la propria ombra, naturalmente minacciosa in quanto ombra di un uomo in atto di estrarre le pistole, sintetizza perfettamente la convinzione (antiamericana o almeno antiguerra) che a. non vi sia un nemico, b. che il nemico sia la proiezione/ombra dell'America-potenza (ovvero dell'Occidente), c. che tale proiezione sia minacciosa perché autonomamente/deliberatamente minaccioso è l'atteggiamento degli USA verso il mondo.
 
In effetti, vi sono tre diverse configurazioni dell'attribuzione di responsabilità agli USA: a. non vi è nemico (come, naturalmente, non vi sono armi di sterminio in Iraq), al di là della paura americana; b. gli USA generano effettivamente nemici (a se stessi e all'Occidente) con le loro scelte aggressive; c. gli USA inventano/costruiscono il nemico che in sé non esiste: teoria del complotto 'imperiale';
 
Queste implicazioni ovvero 'derive' di un unico assunto (niente su scala mondiale ha dimensioni di pericolo per l'ordine internazionale superiori a quelle di un terrorismo -quando sia veramente tale- da combattere con strumenti di intelligence) convergono nel negare 'legittimità' alla guerra irachena (ormai conclusa). Sia a.) perché non essendovi nemico neppure il regime iracheno lo può essere, e la guerra è senza oggetto; sia b.) perché la guerra come il terrorismo indotto o simulato è pretesto per altro; sia c.) perché la guerra è, comunque, strumento sproporzionato e/o (in questo caso, tecnicamente) improprio.
 
Ề interessante, per lo storico e per l'analista dei sistemi di idee, osservare che si riproducono qui, in qualche misura, le posizioni negazionistiche sviluppate in Europa dalla vicenda terroristica interna degli anni Settanta.
 
Simmetricamente, le posizioni legittimanti (che hanno la caratteristica di precedere cronologicamente e di articolarsi maggiormente, rispetto a quelle de-legittimanti) assumono: che a. su scala mondiale esistano nemici dell'ordine internazionale; che b. il terrorismo, e particolarmente l'evento dell'11 settembre, sia un sintomo della direzione e dell'entità del bersaglio primo ed ultimo che si intende colpire (del tutto logicamente, peraltro); che c. il disegno destabilizzante a più dimensioni, e il sostegno alle azioni terroristiche passi per reti di stati, per le quali (reti, collusioni) lo strumento idoneo è, coerentemente, la repressione militare.
 
Rispetto a questo discrimen tra rappresentazioni antagoniste dell'ordine internazionale, discrimen decisamente rilevante per la questione della legittimità, restano relativamente in subordine le diverse imputazioni/spiegazioni dei motivi della guerra, se essi siano piuttosto economici (interni/internazionali, geo-strategici o speculativi, petrolio o armamenti ecc.) ovvero politici o politico-religiosi, dovuti ad una amministrazione e ai suoi ideologi (tesi difficilmente coniugabile con spiegazioni sistemiche ).
 
Più rilevante risulta, invece, l'orizzonte del humanitarian interventionism e della problematica politico-giuridica internazionalistica della just war/just peace. Esso può collocarsi sul crinale tra diverse posizioni, in quanto capace di accomunare (in versione rispettivamente debole o forte) posizioni divaricanti: infatti, l'intervento o l’ingerenza umanitari hanno fondamento in iure ed anzitutto in etica pubblica (internazionale) a partire dal terreno dei diritti umani.
 
Poiché l'accertamento dei diritti violati ha altra casistica, altre evidenze, altre coordinate rispetto a quelle che definiscono gli attori internazionali come tali, la legittimazione di un intervento militare humanitarian non richiede un giudizio sull'ordine internazionale nel suo insieme; gli sviluppi dottrinali avvengono piuttosto nell'ambito della revisione della categoria di sovranità, peculiarmente mono-statuale. Tuttavia esso rappresenta il terreno in cui si è potuto riaprire il dibattito sulla just war, e ogni istanza di legittimazione di guerra per l'ordine internazionale si incontra con questo nodo di dottrina e di precedenti. E, simmetricamente, proprio per tale possibile rilevanza le culture anti-guerra (americana in Iraq) tendono a delegittimare, o almeno a proiettare ombre sulla dottrina e specialmente sulle sue applicazioni (v. il Kosovo e la campagna iugoslava).
 
B. Dovendo, ora, caratterizzare le strategie dirette o indirette di rivendicazione di legittimità (e legalità) per la campagna irachena, le vediamo ripartite in strategie
 

 
a. entro l'istituzione Nazioni Unite: loro organi, loro giurisdizione, loro produzione normativa; sia che si tratti di interpretarne (ed applicarne) le risoluzioni, sia di ricorrere in particolare alle fattispecie della humanitarian intervention;
 
b. nell'orizzonte precedente a (e indipendente dal) l'ONU, quello del diritto internazionale classico, ovvero dello ius gentium, certo non caduti in desuetudine;
 
c. nell'ordine e prospettiva di uno ius condendum. L’azione in corso in Iraq è un'azione in sé legittima sotto il profilo sostanziale, che imporrà da ora in poi di predisporre dottrina e istituti idonei a inquadrare in una legalità certa ogni altra azione dello stesso genere.
 

Le coordinate della nuova (o rinnovata) legittimità della (di una) guerra, sembrano dunque essere:
 
-quelle irreversibilmente entrate in dottrina e giurisprudenza (nonostante le critiche), e implicate dal nuovo international humanitarian law, con le sue legittime iniziative di peacekeeping e peace enforcing (nell'accezione, anzitutto tecnica, del mettere in vigore, dar esecuzione, alla pace),
 
-quelle che chiamerei di order-keeping (e, non meno, order-enforcing), che trovano fondamento oltre l'orizzonte dei 'diritti umani' localmente e puntualmente 'fatti valere' (enforced) in termini ancora sostanzialmente di 'diritti di cittadinanza' di singoli o gruppi-comunità. Queste coordinate di una legittimità di condurre guerra per proteggere l'ordine legittimo (mondiale) possono connettere, rigorosamente a mio parere, la tutela dei diritti umani e un (international) orderkeeping tramite la figura stessa del peacekeeping inteso come intervention per la just peace (in quella articolazione di del order and justice, problematica quanto si voglia, ma a portata della dottrina giuridica, v. ad es. R.Foot, J.Gaddis, A.Hurrel eds., Order and Justice in International Relations, Oxford UP, 2003).
 

 
Gli importanti elementi già contenuti nelle (e le rilevanti condotte conseguenti le) risoluzioni ONU concorrono alla sanzione 'legalizzante' di ciò che è già legittimo ed efficace in termini internazionalistici. Non solo i risultati della prima guerra irachena (giuridicamente cogenti e atti a creare dottrina e consolidare giurisprudenza, ad es. in termini di limitazione di sovranità, di sanzioni, di controlli, almeno fino alla mancata esplicita sanzione ONU del secondo intervento americano), ma l'assetto dei Balcani (post-1998) conseguente ad un (preteso illegale) intervento della NATO, gli effetti della campagna afgana, e - con tutta evidenza già da ora - le conseguenze della seconda guerra irachena.
 
Legittima, su questa base, l'azione di nation-building in corso, legittimi gli arresti dei gerarchi di Saddam Hussein, legittima l'azione di tutti i soggetti (individui e organizzazioni) che vi operano con l'autorizzazione del governo provvisorio (che sta favorendo una fase costituente del nuovo ordinamento e governo, e i cui risultati saranno pienamente legittimi, anche sotto il profilo della stretta legalità dello stato legislatore schmittiano). Insomma, tutto quanto è emerso in termini di autodeterminazione e sovranità dopo le 'guerre' di just peace enforcing degli ultimi dodici anni ha corso legittimo.
 

 
Le 'guerre' poi, sono state e sono azioni belliche sui generis, mai condotte nei termini classici di conflitto tra potenze, ma solo o anzitutto 'comminate', in termini di 'applicazione' di sanzioni internazionali (approvate o meno dall’ONU). Come sa la letteratura specialistica (v. ad es. R.Provost, International Human Rights and Humanitarian Law, Cambridge UP, 2002) le 'aree di indeterminatezza giuridica' sono ampie; ma quello che è certo è che la eventuale carente 'legalità' non colpisce la 'legittimità' delle conseguenze. Questo semmai sembra mettere in gioco le procedure e gli equilibri nel gioco assembleare (ONU) delle parti, parti (cioè nazioni) che a livello internazionale sono sempre anch'esse giudici e parti in causa, nel mentre sono anche istanze e organi di ogni possibile livello, senza alcuna separazione dei poteri. Per questo ho azzardato, alcuni mesi fa, l’ipotesi di una magistratura d’eccezione mondiale (v. il mio intervento dell’11-12 febbraio, e altri successivi [Diario(*)]) per la 'gestione' delle emergenze riconoscibili in severi 'attentati' o in nella preparazione di 'attentati' (nel senso tecnico della fattispecie delittuosa) al plesso human rights-peace-order.
 
Conclusioni
 
Nel caso dell'Iraq ci troviamo in queste settimane di fronte probabilmente alla fase di costruzione di quello che si chiama uno stato di nuova formazione. Le assemblee 'informali' di oggi potranno dare origine ad assemblee costituenti (sempre che si voglia seguire questa strada). Comunque gli atti amministrativi e di governo dei soggetti nominati od eletti hanno già e avranno con certezza effetti giuridici. Una de facto recognition avviene giorno dopo giorno, e obbligatamente, ai livelli internazionali. L'Iraq sta effettivamente costruendo la sua nuova personalità internazionale, la cui legittimità de facto anticipa (come sempre avviene) la recognition de iure (che potrà farsi attendere) non perdendo per questo niente della sua validità (politica e giuridica) costituente. Ricordo che il riconoscimento non è mai, in diritto internazionale, propriamente ‘legittimativo’ (come invece avviene per certe persone giuridiche, nel diritto interno), nonostante le tendenze di dottrina e prassi in questa direzione. La legittimità è anzitutto nel fatto ‘originario’ che una ‘nuova formazione’ politica sussiste. Il riconoscimento non è, dunque, un accertamento costitutivo o un atto dispositivo qual si sia.
 
Con o senza ONU. La storia del riconoscimento internazionale degli stati precede l'esistenza dell'ONU; per esso, a rigore, l'ONU non è istanza competente. Per di più, la personalità giuridica internazionale non acquista la sua perfezione dall'esserlo erga omnes. Ci dicono fonti classiche che il riconoscimento non è che la fase attiva delle relazioni sociali e giuridiche tra stati; in Iraq la presenza di forze non (o non più) belligeranti con funzioni di nation building è in qualche modo 'riconoscimento' in atto. La presenza di italiani e polacchi non ha alcun bisogno di 'riconoscimento' internazionale in sede ONU; è essa stessa attore del processo di riconoscimento.
 
Mi pare che attendersi qualche risultato da un braccio di ferro anti-americano o anti-governativo (in Italia) su questo fronte sia estraniarsi, in quella specie di onirismo che ho spesso menzionato, dai dati elementari e costanti del diritto internazionale.
 
Pietro De Marco
 

(*) Mi riferisco all’intervento critico sul pacifismo, e sul pacifismo cattolico in particolar modo, apparso, con titoli diversi, l’11 febbraio 2003 su www.chiesa.espressonline.it e il giorno successivo sul Foglio di Giuliano Ferrara. Il Diario di guerra era stato pubblicato su www.chiesa.espressonline.it nella prima metà di aprile.