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Il Covile - N.o 251 (17.2.2005) Sul manifesto dei cattolici e laici per il sì (di Pietro De Marco)

Sul manifesto dei cattolici e laici per il sì (di Pietro De Marco)


1. Un documento/manifesto di laici e cattolici nel centrosinistra «per un confronto leale» sulla materia referendaria, e «contro il bipolarismo etico» nella società civile, merita rispetto - ed è con questo sentimento (cui si aggiunge la stima per amici presenti tra i firmatari) che pubblico le osservazioni che seguono. Osservazioni severe, però, perché il documento esibisce troppe affermazioni affrettate, e un tono liquidatorio davvero mal riposto su questioni d’importanza, per passare senza vaglio.
Già le “premesse” (i primi tre capoversi) suonano incoerenti con l'assunto etico-politico dei suoi estensori. Mi pare errato (oltre che grossolanamente formulato) condannare come "dottrinario e astorico", "semplicistico di tipo ideologico", "sconnesso da una lettura della realtà sociale" l’atteggiamento di chi assume la propria impostazione etica come "bene massimo" su cui valutare i margini possibili di scostamento (delle subordinate, delle ‘ipotesi’) quanto le soglie di non negoziabilità. Anzitutto una prospettiva etica non pone se stessa come bene massimo ma coglie un bene massimo come proprio fondamento e riferimento. Così non è per proteggere se stessa che definisce non negoziabili dei beni assiologici, ma per affermare coerentemente quei beni.
La coerenza, in questo, non è dottrinarismo. Appare, inoltre, ingenuo parlare di “astoricità” riguardo agli enunciati (dai minimi ai massimi) del dover-essere. Nessun dover-essere che impegni assenso e decisione conforme si presenta alla coscienza morale con correttivi relativistici, o nella forma di una "storia". Né “non uccidere” né “vietato calpestare le aiuole” mi riguardano eticamente finché sono poste in una forma non prescrittiva come: “in un antico testo si legge: Non uccidere”, o “in qualche cartello è scritto: Vietato ecc.”. Né la "concreta realtà sociale" ha (né potrebbe avere) per se stessa funzione e valore di norma; quando ciò avviene è perché il “concreto” si trasforma in Modello e attrae a sé (o contro di sé), come assoluto. Anzi è proprio la concreta e contingente realtà sociale che rende necessaria la "presa di posizione" non contingente; e quanto più la “realtà” concretamente emerge come rilevante tanto più su di essa urge l’appello al principio.
Non per questo un (necessariamente) “assoluto” dover-essere considera il pluralismo delle tesi o delle tavole di valori come un vincolo, anche se non è tenuto a riconoscerlo sempre e comunque come "ricchezza". Ma, al tempo stesso, il dover-essere non assegna al "pluralismo" alcuna decisione sovrana sulla propria validità e cogenza; è semplice osservare che se un ordine pluralistico riducesse gli assoluti morali a materia essenzialmente negoziabile, non avremmo alcun pluralismo (nella categoria vi sedimentano secoli di conflitti e di prassi della loro regolazione: ignorare la semantica storica del termine equivale a farne un uso di mera correctness) ma solo un pulviscolo di opinioni individuali mediato da formule consensuali contingenti.
Un pluralismo che ci imponga, poi, di "evitare" di promuovere norme "pur moralmente fondate" diventa (e ciò avviene frequentemente) un apparato di neutralizzazione di ogni dover-essere che acceda alla dimensione pubblica. Lo spazio pubblico plurale sussiste come spazio di confronto e di regolato conflitto; e non vi è motivo di pensare che questo "laceri la società". Il “bipolarismo etico” paventato dal documento (evidentemente per analogia con un giudizio negativo, non così indiscutibile, sul bipolarismo del nostro sistema politico), per cui ogni diversa maggioranza politica rischierebbe di favorire ogni volta una opposta norma, non produce per sé effetti relativistici; al contrario, eventualmente definisce più veracemente l'immagine di sé e dell'altro, proprio se (e in quanto) avversario.
 
2. Nel documento risultano (su questa falsariga) molte altre manierate osservazioni di metodo, come quando esso oppone al confronto tra «appartenenze separate» una specie di ideale destinazione del civis al “bilanciamento”. O quando rifiuta «gli unilateralismi ideologici e confessionali», o sottolinea che «libertà della coscienza significa che è in definitiva la persona a scegliere, ascoltate tutte le posizioni emergenti nello spazio della discussione». Gli estensori sollecitano un facile consenso su questi ovvi enunciati, chiedendo surrettiziamente di connotare in negativo le “appartenenze” (le quali come potrebbero esistere se non “separate”?); e sembrano pensare che la persona che in definitiva “sceglie” sia moralmente superiore a quella che “appartiene”, poiché chi “appartiene” non può scegliere. Sfugge agli estensori che chi “appartiene” spesso (forse sempre, perché cosciente appartenenza vuole liberi atti di assenso) appartiene in virtù di una scelta, ha già scelto. E ciò che si è scelto ha tanto più forza e irrevocabilità (nei limiti della nostra finitezza) quanto più seria è la materia della scelta.
Quante volte il dibattito filosofico ha, nella sua storia, sancito che la scelta di scegliere di scegliere è vuota? Perché essere costretti a ricordare a dei cattolici questo; forse perché tra loro vi sono dei laici?
La tematica (la realtà) disciplinata dalla Legge 40/2004 non è in sé materia su cui fare esercitazioni di pluralismo, quasi in corpore vili. Scelgano gli amici altri terreni. Sono in gioco nella vicenda referendaria, come molte intelligenze scientifiche riconoscono, il significato e la dignità dell’uomo. Chi lo avverte non può collocarsi in medio per tutelare il metodo democratico a scapito del merito antropologico (e antropologico-cristiano); a scapito della tutela del nascituro, ad esempio, che resta, nella mia ferma convinzione, conquista civile e giuridica non negoziabile, con ciò che ne consegue.
 
3. La sequenza delle indicazioni che il manifesto del sì ci propone (e le sue ragioni) è sintomatica di questa “perdita del centro”. Non a caso l’indicazione di voto procede dal quesito sulla fecondazione eterologa. Certo, la portata (la rischiosità, l’indesiderabilità) socio-antropologica della generalizzazione di quella tecnica è enorme, e anch’io, in altro orizzonte di dibattito, ho preso posizione negativa. Ma non è per questioni di antropologia familiare che l’eterologa è in gioco nel referendum. Il perno di tutto è altrove, ed è proprio là dove il documento esibisce invece scetticismo. Polemico («la mera equiparazione ecc. rispecchia solo una parte limitata ecc.») sulla protezione giuridica dell’embrione, esso mostra disponibilità ad accogliere un suo surrogato nella generica tutela della “dignità umana di tutti i soggetti” (gli estensori, che negherebbero polemicamente di sapere cos’è “persona”, sanno invece cos’è “soggetto”!), retorica perché applicabile o non applicabile ad libitum. Sfugge agli estensori l’affermazione che l’inizio della vita è “progetto (!) di vita” (da quando un inizio è solo un progetto, se non in linguaggi omiletici?), illogicità che la più consapevole cultura bioetica laica non lascerebbe passare. Tutto converge, contro le premesse e le ambizioni, in un sottrarsi, nell’oggi, alla responsabilità intellettuale e civile-religiosa della cultura cattolica. E non consola che si rinvii alla benevolente “garanzia” di qualcuno (ancora la dipendenza cattolica dagli altri, come nel recente passato!).
Sugli altri quesiti, da un lato, il “metodo pluralistico” degli estensori sottovaluta e neutralizza, naturalmente, quello che è pure detto l’ «astrattamente (!) condivisibile obiettivo di evitare selezioni eugenetiche»; dall’altro teorizza come scelta «doverosa» il sì all’utilizzo degli embrioni sovrannumerari (tutti, a quanto pare, passati e futuri, quelli prodotti e quelli che produrremo), motivato con la necessità di non apparire «rigidi», di «non concepire in modo statico la vita» (!); e ricorrendo ad una analogia, quella tra uso scientifico dell’embrione (oggi o domani) disponibile e espianto di organi dal cadavere - analogia che pare ad alcuni scienziati praticabile con enorme cautela solo per una parte degli embrioni congelati esistenti, e solo con l’obbligo (sancito per legge) di non produrne ulteriori.
 
4. I costi di questa esibita “liquidità” non solo metodologica, ma di ragioni e convinzioni, sono obiettivi: si chiede al partito del sì dato per vincente (ma con quale realismo quel vincitore appare capace di “generosità”?) che il concepito resti sì “protetto” ma non lo si protegge dai «buoni motivi» invocati per manipolarlo entro limiti «certi e definiti». L’amico Ceccanti non troverà chi affermerà di non avere buoni motivi, né chi definirà dei limiti, poiché non si fissano limiti senza disporre di veri criteri. Che è l’aspetto teorico, e non meramente prammatico, del cosiddetto argomento del “piano inclinato”. Gli estensori (e Giuliano Amato, al cui progetto si rinvia) conoscono il momento maturativo in cui inizia la “dignità umana” o affideranno l’onere di stabilirlo di volta in volta alla “coppia”, ai medici, ai comitati etici?
Ma vi sono anche costi culturali, e proprio per l’intelletto cattolico. Ancora all’inizio del Terzo millennio cristiano, dopo che il Signore «ha scaraventato in mare cavallo e cavaliere» (Es 15.1,19), una cultura cattolica si propone informe su un terreno in cui solo la Weltanschauung cristiana ha strumenti, criteri e forma; e si dispone a farsi formare (“la forma dell’acqua”) e dignificare proprio dall’approvazione di chi criteri e strumenti non ha. Mi si dice che il “mondo cattolico” rappresentato dai firmatari sia ormai piccolo e ininfluente. Non lo credo; ovvero, è forse così ma le alleanze naturali sono molte. Troppo solo abbiamo lasciato l’alto magistero di Roma; troppo grande è stata la nostra inazione rivestita di piccole (e, certo, sante) buone opere e di non santa enfasi sulla Modernità. Per questo anche l’astensione cattolica e non cattolica sarà una scelta non conformistica, difficile da ottenere. E un banco di prova della nostra dignità.
 
Pietro De Marco