Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 252 (22.2.2005) PesceVivo e Claudio Risé

Questo numero


“Per fare il consigliere comunale democristiano in Romagna bisognava esserci nati.” Così Lanfranco Pace, occasione le dichiarazioni di Achille Lollo, ha scritto sul Foglio del 17 febbraio. Ancora la vecchia frottola che allora, ad avere idee e iniziativa tra i giovani, c’erano solo gruppuscoli comunisti e neofascisti (la cui origine era poi la stessa, ma questo l’avremmo capito solo molto tempo dopo). No, c’erano molte altre forze vive che, invece di far danni, tentavano di riparare. Ci pensavo oggi mentre cercavo come rendere omaggio alla figura di Don Luigi Giussani (ho poi trovato il ricordo di PesceVivo che vedete sotto). Comunione e Liberazione era una di quelle, anche se per me e tanti amici è stata forse più preziosa in seguito, nella fase del “non più e non ancora”, quando sul Sabato leggevamo Del Noce, Augusto, che del ’68 aveva capito tutto subito.
 
Ma altri impegni urgono: è in arrivo il referendum per abrogare la Legge sulla procreazione assistita. Dalle mie parti a raccogliere le firme, e a firmare, c’erano “quelli che in tavola niente OGM, ma nella culla solo biotech”. La follia. Ne parla pacatamente Claudio Risé nel secondo contributo. Cosa succederà? Il deserto continuerà ad avanzare? Non lo possiamo sapere, ma non è scritto che perderemo, intanto c’è da impegnarsi: Riccardo Novi ci fornisce l’indirizzo del Comitato.
 

La vittoria di Dio

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Alla sera, quando ci corichiamo, dopo una sempre più rara Compieta – per via della indomabile stanchezza –, ci addormentiamo serene e grate se tutti i nostri cari stanno bene. Ricordiamo ancora i periodi in cui lo squillo del telefono era spaventoso perché c’era qualcuno ricoverato in ospedale di cui preoccuparsi. In questi giorni convivevamo con una attesa parimenti angosciante poiché ci era stato chiesto di pregare per un vecchio prete malato, a cui molti, fra cui noi, gli debbono molto, dovendogli Gesù Cristo, e le cui condizioni di salute si stavano aggravando. Stamattina prestissimo abbiamo saputo che non ce l’aveva fatta, o forse, invece sì, eccome, a modo suo, ma soprattutto Suo, per la vittoria di Dio, come sempre, già avendo questo sacerdote saputo vedere l’Essere, avendo l’urgenza di comunicarLo agli altri, sapendo rendere ragione della speranza in Cristo, del dono inaudito dell’Incarnazione, della felicità per la Resurrezione. Inoltre, di certo non poca cosa, rendendo maggiormente consapevole ed attivo il passaggio del Cristianesimo fra generazioni nella fedeltà alla Chiesa. Ripeteva che lui sapeva sì vedere ed afferrare – ad esempio, una particolare luce lunare sul mare, come segno della bellezza di Dio nel mondo, ed oggi avrebbe colto anche il disegno geometricamente metallico dei rami degli alberi innevati di questa stranita alba invernale- ed avrebbe voluto che si sapesse fare allo stesso suo modo. Uno sguardo per la maggior gloria umana di Cristo. Questo prete si chiamava Don Luigi Giussani.
 
PesceVivo martedì 22 febbraio 2005
 

La provetta non è un padre - Le ragioni di uno psicoanalista per dire no alla fecondazione eterologa (di Claudio Risé)

Il Foglio 3 Febbraio 2005
Cominciamo con un racconto, di quelli che si sentono di frequente nello studio dell’analista. A farlo è una donna il cui marito è spesso assente per lavoro, e ora è rientrato a casa, oppure una moglie reduce da una “pausa di riflessione”, una separazione più o meno lunga, con il marito.
“Quando mio marito era via, di notte, prima uno poi l’altro, i bambini arrivavano regolarmente nel mio letto. Lo so che non va bene, che quest’intimità è eccessiva, che crea dipendenza e morbosità, che devono abituarsi al proprio, di letto. E spesso non dormo neppure bene, quando ci sono loro. Ma scacciarli è difficilissimo. Se ne vanno, poi tornano. E ricacciarli mi fa fatica. Anche perché, anche se non va bene, averli lì accanto è dolce, e caldo, se non scalciano troppo. Beh, quando mio marito è tornato, hanno fatto, prima l’uno poi l’altro, un giro di ricognizione. Poi visto che il papà era lì, lungo, disteso, pesante, e addormentato, se ne sono andati. Senza tornare. E l’indomani non hanno fatto storie per alzarsi, vestirsi, uscire in tempo per la scuola. Senza che lui dicesse nulla. Taceva, li guardava. Ma c’era”.
Questa piccola, ripetuta, narrazione, dà una prima, modesta (ma non troppo) spiegazione di “a cosa serve il padre”, perché la sua esistenza, e presenza, personale sia così importante. Il padre serve, semplicemente a consentire che ogni cosa prenda il suo posto. A partire dal posto del padre si definisce l’ordine simbolico in cui si dispone il resto della famiglia. Si ri/costituisce un mondo familiare, un ritmo, orari, abitudini, regole, che sottraggono tutti gli altri all’angoscia di doverle inventare ogni volta, confermandole, o mutandole, ogni volta che viene voglia di farlo.
 
Poiché però “il proprio posto”, per esempio il proprio letto, definisce, e non tanto superficialmente, la nostra collocazione nel mondo, il padre, assegnandocelo, ci consente di vivere nel mondo. Non è per banale curiosità che Edipo vuole sapere chi è suo padre: perché da questa informazione deriva, per lui come per noi, la conoscenza di aspetti essenziali della propria identità e del proprio destino. Non essendo informati dei quali si finisce (come Edipo, e come molti bambini attardatisi nel letto materno, perché nessun padre ha ripreso il suo posto) con lo “sposare” la propria madre. Con conseguente sciagura personale, e di tutta la comunità coinvolta, sia che si tratti di Tebe o di Gratosoglio, alle porte di Milano. Sofocle, che ne ha raccontato la storia tanto tempo fa, ha di sicuro più autorità, e competenza, nella conoscenza della natura umana, dei promotori dei referendum che vorrebbero fare del padre un optional. Anche a Sigmund Freud, che faceva del superamento del complesso di Edipo, attraverso l’implicita minaccia di castrazione da parte del padre, il rito di ingresso nella società, e la vicenda strutturante della personalità e del soggetto psicologico, i fautori delle provette-padri dovrebbero dare un’occhiata.
 
Anche perché tutta l’esperienza analitica successiva, che sempre più spesso non ha trovato nei pazienti tracce di Edipo, perché non c’era più nessun padre con cui contendere e il letto della madre era libero, ha trovato, invece, in questi “nuovi” pazienti tardomoderni, gli sterminati e disorientati “terrains vagues” della psicosi. Occorre, infatti, non confondere gli sviluppi delle scienze e delle tecniche con le risorse psichiche dell’essere umano, che resta del tutto simile al bisavolo che si sdraiava sul lettino del dottor Freud, a Vienna. Perché ciò che ci aiuta a non diventare pazzi, la conoscenza del limite umano, è anche un’esperienza di direzione. Quell’esperienza promossa dal padre: vai nel tuo letto. Un no, e un’assegnazione di territorio personale.
 
La madre, invece, per suo programma simbolico, indipendente dall’indole personale, accoglie, nutre, appaga il bisogno. E quindi, per il divieto del messaggio contraddittorio che regge l’ordine naturale (lo stesso che fa che l’acqua tolga la sete, e quindi non la moltiplichi), non lo frustra, quel bisogno; fatica invece a limitarlo, a inibirlo, a dirottarlo. E, in assenza di padre, ciò impedisce nel giovane la formazione dell’autostima, che nasce proprio dalla consapevolezza del limite, e insieme del possesso di un proprio posto nel mondo. Una recente inchiesta del Cnr sugli adolescenti conferma che essi mancano oggi dell’autostima necessaria per affrontare la vita. La psicologa Patrizia Vermigli, coordinatrice della ricerca, sottolinea la relazione tra bassa autostima e sbiadimento della figura paterna. E afferma:
“In quest’ultimo studio abbiamo rilevato che è il padre la figura più importante per gli adolescenti. E’ lui il genitore che dà sostegno quando si tratta di socializzare o di ‘buttarsi’ nelle situazioni nuove, che aiuta il ragazzo a staccarsi dal nido e ad essere più autonomo facendo affidamento solo sulle proprie forze. La madre, invece, lo vuole tenere vicino a sé, ha più difficoltà a lasciarlo allontanare. Questo è un atteggiamento che frena la maturazione dell’adolescente, e che può provocare anche una scarsa autostima e una difficoltà a socializzare con i coetanei”.
La madre fatica insomma – come è del tutto naturale – a dire quel “no”, fondativi della personalità, che infatti sia Lacan che Foucault, (cui anche occorrerebbe dare un’occhiata prima di delirare di altri Brave new world), vedono come parola tipicamente paterna.
 
Il padre è, dunque, figura del limite, “di qui non si può andare”, e di direzione, di senso – nel significato, appunto di orientamento, “cerca la tua strada, che io comincio a proporti”. Limite e spinta direzionale che derivano anche dal fatto che ci ha messo nel mondo lui, con quel primo getto ben centrato; la nostra storia è cominciata lì. E’ quindi lui la prima figura che ci garantisce un’appartenenza: ha messo in moto il processo da cui ha preso forma la nostra vita.
 
Ma quest’appartenenza originaria, di certo poco democratica (non siamo stati interpellati), e quindi di nuovo conferma di limite, di non onnipotenza, è anche nucleo fondante della nostra identità. E dunque del nostro possibile destino: se so da dove vengo, mi viene più facile intravedere dove posso andare.
 
Mentre se questo padre creatore, con la sua spinta dinamica, non è presente, faccio molta più fatica a elaborare un progetto, a muovermi, ad andare da qualsiasi parte. La “società senza padri”, come da tempo viene chiamata la società occidentale, con padri poco presenti, o cacciati dai divorzi, è caratterizzata da figli che rimangono nella casa genitoriale, spesso con la madre, fino a maturità avanzata. La legge di questa società è fatta, spesso, da Corti giudiziarie, come la nostra Cassazione, che impone ai padri assenti, o cacciati, di mantenere questi figli impigriti ed esigenti, finché trovino un lavoro a loro gradito. Il padre, figura del limite, ci spinge invece a darci una mossa, come del resto fece lui a suo tempo. Mentre la sua assenza ci consente di stagnare in una simil-onnipotenza, con gli assegni che lui passa alla mamma dietro ingiunzione giudiziaria. Un’organizzazione poco stancante, ma di sicuro disagio psichico.
 
A questa caduta di vitalità e di spinta dinamica appartengono anche lo smarrimento di relazione coi sentimenti e le passioni (sostituite da “modelli” mediatici fabbricati), la moltiplicazione di fobie di ogni genere, lo stesso aumento della sterilità, che è poi la somatizzazione della paura, o il disinteresse, a riprodursi: ormai quasi il quaranta per cento dei maschi bianchi, in occidente, non è in grado di fecondare. Tutti questi fenomeni illustrano la progressiva “passività” dello stile di vita dominante, gradualmente trasferito sotto la guida del principio femminile-materno della soddisfazione del bisogno, marginalizzando nella zona “politicamente scorretta”, quindi ormai trasgressiva, quello maschile, e paterno, della consapevolezza del limite, e dell’azione personale. Il padre è figura del limite anche quando taglia, se fa il suo mestiere, la simbiosi in cui si prolunga il rapporto con la madre, se un terzo, che è poi lui, non prende l’iniziativa di interromperla. E poiché la simbiosi materna è un’immagine di totalità, anche se dopo la nascita questa totalità è diventata più immaginaria, e/o delirante che reale, questo padre che la taglia da una parte ci libera, e ci fa soggetti umani, autonomi, consegnati alla – faticosa – avventura della ricerca quotidiana. Di cui fa parte anche l’autentica esperienza della relazione, impossibile fino a quando siamo chiusi nella fusione con la madre. Possiamo dire Tu, incontrare l’altro, e il mondo, soltanto quando il padre, il terzo, ha rotto il contenitore simbiotico, promuovendo la formazione dell’Io. Dall’altra parte però, ancora una volta, questa nascita/liberazione simbolica ci limita: l’appagamento non è più dichiarato come garantito, il nutrimento neppure. Ma soprattutto c’è una norma, l’indicazione del proprio posto nel mondo, con cui confrontarsi. Il girotondo simbiotico (l’Uroboro come lo chiamavano Jung e Neumann), madre-figlio è per sempre interrotto; occorre trovare una strada, non necessariamente rettilinea, ma insomma una strada, una direzione. E il padre, se fa il suo mestiere, è lì per indicarcela. Una strada, non una galera su cui imbarcarci. Ma in questa indicazione di direzione, che interrompe il rispecchiamento narcisistico nella madre, il padre fonda anche la nostra libertà. Quella di accettare la direzione paterna, o di mandarlo a quel paese, come il figlio della parabola, che se ne va, e torna, più tardi, malconcio. E il padre fa tagliare i tessuti migliori per i suoi nuovi vestiti. Tutte cose difficili da fare per la provetta, o il donatore sconosciuto. Eppure la “modernità liquida”, come l’ha chiamata Zygmunt Baumann, non tollera forme fisse proprio perché costituiscono anche dei limiti, indicatori di direzioni che fatalmente sostituirebbero lo stagnare in una rumorosa ed esibita confusione, fintamente onnipotente. Qualcuno, come Gèrard Mendel, di scuola freudiana, ha già detto, almeno dal ’68, che questa intolleranza è dovuta al carattere psicotico della nostra coscienza collettiva, dei nostri valori dominanti. Psicotici proprio perché hanno cominciato a far fuori il padre già da molto tempo, ben prima del referendum su cui l’Italia andrà a votare (che rappresenta tuttavia una tappa significativa del processo).
 
I risultati del modello di cultura del father disposable, del padre usa e getta, come è stato chiamato in America, sono, ormai, lì da vedere (e hanno fortemente contribuito alla riconferma di George Bush alla presidenza degli Stati Uniti). Gli uffici del Censimento americani informano che: il 90 per cento di tutti gli homeless, persone senza dimora, e dei figli fuggiti da casa, non avevano un padre in famiglia. Il 70 per cento dei giovani delinquenti ospitati in istituzioni statali venivano da famiglie dove non c’era il padre. L’85 per cento dei giovani che si trovano in carcere sono cresciuti senza padri. Il 63 per cento dei giovani che si tolgono la vita hanno padri assenti. Questi dati non vanno interpretati certo secondo un rigido rapporto di causa-effetto, ma come manifestazione di un forte fattore di rischio, quello sì.
 
Se il padre infatti è figura del limite, e il “segno del padre” indica la capacità di reggere le ferite, e le perdite che la vita infligge, la “società senza padri”, (dove già oggi la fabbrica dei divorzi riduce spesso il genitore maschio a individuo senza casa, homeless, emarginato, deviante), è un’aggregazione di persone, incapaci di reggere le ferite della vita. I figli senza padre vedono la perdita come un affronto personale, più che come una prova dell’esistenza, legata anche al destino spirituale dell’individuo. Di queste “perdite”, incomprensibili e inaccettabili, fa anche parte il sacrificio di dover riconoscere il principio d’autorità, scalzato assieme alla figura paterna. Se non bisogna più obbedire al padre, che, secondo i proponenti di alcuni quesiti referendari, non è più previsto e riconoscibile, perché allora assecondare il vigile, il bigliettaio, chiunque chieda di obbedire a una norma? Perché non allagare il liceo Parini, e altri successivamente? Perché non uccidersi “per protesta” contro il brutto voto o il mancato acquisto di un motorino? Il “sacrificio”, inteso non tanto come sacralizzazione, sacrum facere, ma semplicemente come rinuncia necessaria per ottenere qualcosa, attraverso un investimento sul proprio futuro, sembra sempre più impossibile da reggere. Oltretutto, l’ideologia della vita come spettacolo, dove il successo premierà l’esibizione narcisistica e non il sacrificio, toglie ogni prestigio sociale all’esperienza della privazione, finalizzata a una crescita futura. I concetti base dell’etica, indispensabile per sviluppare la volontà, vengono completamente disattivati dall’ideologia del “padre eliminabile”. Così, il “dovere” è ormai considerato quasi una parolaccia, come tutto ciò che è vagamente collegato al paterno. Il “diritto”, dal canto suo, perde il suo lato scomodo, di ciò che dobbiamo agli altri, per diventare esclusivamente acquisitivo: ciò che gli altri devono a noi. Non c’è da stupirsene. Secondo la psicanalisi, nello psichismo collettivo infatti, il diritto, così come la “vera razionalità, che mostra una fermezza sempre uguale e temperata dall’amore” (Mendel), sono attributi legati all’immagine simbolica, ma anche fisica, del padre. Quando il padre viene invece “rimosso”, come già avviene, fisicamente e simbolicamente, nella società occidentale tardomoderna, il livello del pieno sviluppo della personalità viene solo faticosamente ed episodicamente raggiunto, e l’individuo non riesce mai a staccarsi dai livelli psicologici precedenti, sperimentati durante l’infanzia. Si prenda la celebrata banca dello sperma online, www.mannotincluded.com, cioè “uomo-non-compreso”, dedicata in modo specifico alle lesbiche che desiderano avere un figlio. Ai clienti è permesso indicare le proprie preferenze su gruppo etnico, colore degli occhi, altezza e peso del donatore (che comunque rimane anonimo). Inseminazione artificiale, controllo sulle caratteristiche del nascituro attraverso quelle del padre “online”, controllo artificiale su un processo naturale come quello della nascita, appropriazione finale del nascituro da parte di una coppia che lo priva della figura paterna: sono tutte manifestazioni caratteristiche del mondo onnipotente, ipercontrollante, e affettivamente sadico della nevrosi ossessiva. Una forma patologica oppressa da un sentimento della natura di cui non ci si fida, perché è mancata l’esperienza dell’affidamento al padre, buon custode, e creatore amoroso. Questa mancanza, è stata d’altronde spesso accompagnata, nel processo di dissoluzione della famiglia, dall’assenza della calda affettività della madre “buona”.
 
Il sadico-ossessivo non si fida della natura perché teme metta a rischio il proprio potere, che vorrebbe assoluto. “La natura è cattiva”, diceva il marchese de Sade nell’immaginare le sue torture, “per questo dobbiamo essere più cattivi di lei”. La società senza padri riesce facilmente a essere più “cattiva” della natura. E’ stata più cattiva della natura anche in quell’altro recente caso, sempre inglese, delle due donne, anch’esse lesbiche, non udenti che hanno preteso di scegliere un figlio (attraverso la selezione di embrioni) che come loro fosse privo dell’udito. La perversione sadica, caratteristica dell’attuale società occidentale priva del padre, non si accontenta di esercitarsi tra chi già la condivide, ma vuole permeare aggressivamente l’intera società, trascinando crudelmente altri individui nel proprio dramma. E la relativa passività, a livello di commento e di iniziativa, nei confronti di episodi come quello appena ricordato, e di tutto il discorso, e la pratica, di fecondazione artificiale, è in realtà sintomo di sottomissione conformista al modello dominante.
 
Viviamo in una società perversa che moltiplica il malessere? Ebbene accettiamolo senza far storie: questa sembra essere, per ora, la reazione della maggioranza, nella sua componente passivo-conformista. I dati forniti dalle ricerche e dai censimenti sui disturbi psicologici dei figli cresciuti in assenza di padri confermano con precisione queste analisi. Dal lato delle manifestazioni sadico-aggressive, i figli cresciuti senza padre hanno più del doppio di possibilità di essere coinvolti in episodi di aggressività criminale. Secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia americano il 72 per cento degli adolescenti omicidi, il 60 per cento degli stupratori, e il 70 per cento dei prigionieri condannati a lunghe condanne è cresciuto in case senza padre. Fra i giovani che esprimono comportamenti violenti a scuola la situazione familiare è 11 volte su 1 quella dell’assenza del padre. Anche dal lato della passività masochistica, i figli senza padre sono coinvolti come vittime in episodi di abuso, 40 volte di più dei figli che vivono col proprio padre. Ciò è anche, naturalmente, conseguenza dell’assenza di quella funzione di “custode”, che è propria del padre. Ma rispecchia profondamente anche la tendenza a scivolare nella passività nelle relazioni con gli altri, conseguenza di una bassa autostima, e del non essere stati “collocati al proprio posto nel mondo” dalla figura del padre iniziatore. Il 69 per cento dei bimbi sessualmente abusati viene da case in cui il padre biologico era assente.
 
Figura istitutiva dell’ordine simbolico familiare, figura del limite, dal confronto col quale si struttura una personalità non inflazionata, figura dell’origine, e del destino, operatore della rottura della simbiosi con la madre: questo, e altro, è la figura paterna nella vita della persona. Il suo sguardo d’amore e di approvazione fonda nella figlia la stima in sé come persona, dopo che nella relazione con la madre ha trovato la conferma alla propria femminilità. Il corpo del padre, e il suo stile nel trattare col corpo degli altri, e col mondo, diventano la misura sulla quale il figlio maschio scopre, e costruisce, la propria identità maschile. E’ amaro accettare che tutta questa ricchezza affettiva, culturale, simbolica, spirituale, comunque indispensabile alla crescita dell’umano, rischi di venir liquidata in cambio di vaghe promesse di una scienza incerta, erronea per definizione, e della confusione tra libertà e delirio di onnipotenza.
 
Claudio Risé
 

Appello


Carissimi,
da oggi è possibile aderire al 'Manifesto' redatto dal 'Comitato Scienza e Vita' che promuove la scelta di non votare al referendum sulla l. 40/2004. Di massima importanza una Ns. adesione all'iniziativa.
COME ADERIRE: È sufficiente inviare una e-mail all'indirizzo forum@forumfamiglie.org specificando:
OGGETTO: adesione-sottoscrizione manifesto del 'comitato scienza e vita' in vista del referendum sulla l. 40/2004.
Io sottoscritto NOME e COGNOME, residente a INDIRIZZO, aderisco e sottoscrivo il manifesto redatto dal 'comitato scienza e vita' in vista del referendum sulla l. 40/2004. SPECIFICARE ANCHE EVENTUALE QUALIFICA (sia professionale, associativa, carica politica, amministrativa etc.).
Nome e Cognome

Riccardo Novi