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Il Covile - N.o 254 (28.2.2005) Pietro De Marco e Graziano Grazzini

Sartori e la logica (di Pietro De Marco)


Tra le qualità di un magistero cosciente di sé certamente la più desiderata (da chi lo riceve o lo subisce) sarebbe quella del riserbo sulle cose che il Maestro non sa, e sulle quali nessuno chiede che si pronunci.
 
Sartori (Corriere della Sera, lunedì 28 febbraio) entra nel merito della materia referendaria mettendosela sotto i piedi e il suo richiamo alla logica non spaventa nessuno. L'argomento principe prodotto da Sartori è che un embrione umano è (solo) embrione (non un certo embrione, ontogeneticamente determinato), una vita è solo vita (non quella determinata vita). Il sapere di Sartori non sa né passato né futuro.
 
Ma questa sorta di empirismo per protocolli atemporali va saputo praticare con logica; poiché si dovrà ricavarne che il Sartori (posto che sia identificabile) che scrive il suo editoriale è solo quella occorrenza umana lì; per tale riduzione atomistica del sapere individuale e comune, nulla nell'esperienza che egli (anzi essa=occorrenza) ha di sé e altri hanno di lui in quel momento garantisce che egli/essa sia anche il Sartori del giorno prima, né abbia a che fare col Sartori del giorno dopo.
 
Né si vede come quel Sartori possa garantire che sarà veramente lui a tenere la prossima lezione o a scrivere il prossimo editoriale. Ci si chiede, nella logica che Sartori esibisce, come egli possa pensare ora di richiedere una tutela di legge (sulla propria persona fisica, o sui propri diritti d'autore) per il domani visto che colui (anzi ciò) che lo chiede è solo, al massimo, quel Sartori del momento in cui lo chiede.
 
Che ne è poi del Sartori dormiente? Che ha a che fare col Sartori della vivace attività precedente e successiva? Chi potrebbe accusarmi di sostenere che il prof. Sartori è solo quell’uomo, anzi un uomo, che dorme se io prendessi come riferimento il suo corpo addormentato (e mi auguro sinceramente che non soffra d'insonnia)? Eppure in quel momento Sartori è solo un individuo che dorme e non v'è altro.
 
La "logica" del prof. Sartori è solo un caso, usato ad hoc, di una particolarissima filosofia, quella del "X non è altro che", un riduzionismo estremista (che eccede di molto la materia bioetica) con ben pochi sostenitori, i quali almeno sono coscienti delle premesse e delle implicazioni di ciò che affermano.
 
Sartori ignora il problema e il campo delle ricerche sull'identità, prima ancora che sulla persona, pure intensamente sviluppate nelle scuole filosofiche analitiche; ricerca che ha indotto la maggioranza dei filosofi ad includere necessariamente nell’identità (salvo dissolvere il proprio oggetto in ogni ordine di esistenza) la durata, ossia la temporalità, retrospettiva e predittiva. In sé, la tutela dell'embrione umano in quanto umano non è fondata diversamente dalla tutela di Sartori vigile o dormiente, in ogni momento della sua esistenza rispetto ad ogni suo momento precedente e successivo. Di questa sua identità si dà almeno un necessario e sufficiente sapere pratico. Si esprime con: essere portatore di valore e/o titolare di diritti (e si estende anche alle sue cose, con le debite differenze).
 
Non creda Sartori di poter continuare impunemente a schiacciare moscerini e tanto meno girini (né pensi di raccontare ad un naturalista che quel girino è solo un girino). Presto qualcuno riuscirà a tutelarli e glielo impedirà. Non gli resteranno che gli embrioni. Ma per quella strada troverà presto logicamente negate le ragioni della tutela di sé, del proprio corpo non meno che della propria dignità di essere umano.
 
Pietro De Marco
 

Funerale Gius (di Graziano Grazzini)


Eravamo davvero in tanti toscani su a Milano, ai funerali di quel prete brianzolo.
 
La maggior parte non lo aveva conosciuto personalmente. Eppure lo sente padre. Lo sente, non “lo sentiva”. Anzi il bello è che nella compagnia di amici a cui lui ha dato inizio si impara perfino a voler bene in un modo più profondo e consapevole ai propri genitori naturali. Incontrai quasi per caso, o meglio per grazia, nella Firenze di oltre vent’anni fa, il cristianesimo nelle facce di coetanei che si incontravano spesso per parlare di argomenti che il Gius proponeva. E non erano questioni di morale o di teologia, ma Mozart, Leopardi, Caravaggio etc. Ragazze, calcio e politica assorbivano i miei interessi per intero, eppure sentii subito una curiosità prima, e corrispondenza poi, di quegli accenti alle esigenze primarie del mio cuore. Al primo Meeting a cui partecipai gli sentii dire “ ragazzi, vi auguro di non stare mai tranquilli”. La breccia che aprì nella mia borghese tranquillità si faceva subito strada. Anche perché nulla delle mie passioni veniva censurato, ma riaccolto e valorizzato in un respiro più grande, consapevole, adeguato. Ci veniva detto, riprendendo le parole del Gius quasi alla lettera, che il cuore di ogni uomo è sempre alla ricerca del proprio compimento e felicità, e le mille attività nelle quali si cimenta altro non sono che tentativi, più o meno consci, di tendere a questa meta. Certi poeti, musicisti ed artisti ce lo fanno percepire con chiarezza. L’ indicazione di Cristo come compimento di questa sete di significato, nascosta in ogni umana aspirazione non era più dogmatica o data per scontata. Me lo ero sentito dire anche da mia madre e in parrocchia, ma le avvertivo più come l’eco della tradizione cattolica del nostro paese piuttosto che come esperienza viva, incontrabile. Finalmente il cristianesimo non mi si presentava più come una serie di regole morali, peraltro fastidiose, ma come un’esperienza a portata di mano e di persone alle quali l’incontro cristiano aveva allargato il cuore e la testa. Un esempio per tutti: ad una delle prime “scuole di comunità” a cui partecipai, un certo Lele che guidava la conversazione sulla traccia un testo di Giussani, commenta più o meno così “ Questo sguardo così carico di stupore sulla realtà a cui il Gius ci educa, dovremo averlo sulle nostre persone stesse, visto che non abbiamo deciso nulla di quello che siamo, non abbiamo deciso noi di esistere, in quale secolo, in quale parte di mondo, da quali genitori, i nostri tratti somatici, il nostro stato di salute ed infine, non decideremo noi come e quando la nostra precarietà si interromperà. La nostra vita è tutta dentro una gratuità totale ”. Nulla di più banale che un’evidente constatazione si potrebbe dire, ma il sottoscritto, quasi trentenne, mai aveva trovato un ambito che lo educasse così alla consapevolezza dei propri connotati esistenziali. Vi risparmio la moltitudine di incontri di sollecitazioni culturali, di conoscenze personali, la vastità e molteplicità di testimonianze che la trama di questa amicizia mi ha offerto negli anni a seguire fino ad oggi. Gratitudine che comprende l’incontro con mia moglie e i figli arrivati. Ovviamente il tutto dentro i limiti e le contraddizioni che ognuno porta con sé. Resta però il tesoro che non si finisce mai di conoscere ed apprezzare : una fede capace di render ragione della speranza che porta, che non confligge con la ragione ma anzi la usa fino al suo limite massimo che è l’apertura al mistero, un’obbedienza che diventa sostegno invece che freno alla propria libertà, un approfondimento della propria identità personale e di popolo che diventa apertura ad altri mondi e culture. In quegli anni settanta i pregiudizi e i luoghi comuni bollavano CL come integralista e mai come in questo caso il tempo è stato galantuomo: di integrale c’è solo la gratitudine delle migliaia di uomini e donne verso chi gli ha permesso di provare il “centuplo quaggiù” di cui parla il Vangelo. Una vita vera, non discorsi su come la vita dovrebbe essere secondo i buonismi di turno. Sgorgata da uno che non ha inteso fondare nulla ma semplicemente riproporre i tratti elementari del cristianesimo : l’Avvenimento di Dio fatto uomo e sobbalzato nell’utero di una donna. Altro che discorsi che si arrampicano sulle nuvole alla ricerca di chissà cosa. Altro che macerate introspezioni alla ricerca di un rapporto personale con Dio. La Chiesa e i suoi pastori come guida al cammino, la tenerezza di Maria “di speranza fontana vivace”. In migliaia abbiamo riconquistato da adulti il catechismo imparato da bimbi. Noi generazione cresciuta di fronte al più grande processo di scristianizzazione mai conosciuto, che ha spezzato la trasmissione di una tradizione popolare cristiana, se non sempre vissuta quantomeno apprezzata dai padri. Concludo proprio con la gratitudine di padre per la cosa a cui si tiene di più al mondo: l’educazione dei propri figli. Assistere allo spettacolo di una compagnia che, più e meglio della nostra pur necessaria dedizione e testimonianza, li accompagna nella loro crescita è un augurio per chiunque. Nel salutare dramma, che è loro come nostro, dell’uso della propria libertà. La stessa che nella nostra terra toscana ha visto crescere opere, scuole, cooperative ed altre attività come straripamento di questa sovrabbondanza di passione per l’uomo e i suoi bisogni e desideri. La preghiera, atto più umano non esiste, per uomini come Don Luigi Giussani, non è “l’eterno riposo” ma il “Gloria al Padre” per avercelo donato.
 
Graziano Grazzini