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Il Covile - N.o 260 (11.4.2005) Giovanni Paolo il Grande (di Raffaele Iannuzzi)

Questo numero


Tra poco riprenderemo il tema del prossimo referendum, c’è già pronto un utile contributo di Grazia Collini, ma intanto è il caso di proseguire a parlare del Papa polacco, di Giovanni Paolo il Grande, e del significato che ha avuto per moltissimi, credenti e non credenti.
A mio avviso questi ultimi hanno in maggioranza visto con benevolenza gli avvenimenti di questi giorni registrandoli come segnali di una possibile ripresa morale delle giovani generazioni, ma una piccola parte di loro, quelli che più fondano la loro identità su una pretesa intellettuale che gli ultimi decenni hanno dissolta, hanno reagito negativamente, si sono un po’ incarogniti. Daniela Mugelli segnala un articolo sull’Espresso:
«In quest'articolo mi spaventa la rabbia che sento. E che non capisco. “Folle di pellegrini. Scene di disperazione. Candele. Rosari e santini. Un'adunata oceanica che evoca uomini forti e Stati totalitari.” Non sono né una pellegrina né una telespettatrice. Eppure questa frase me la ricorderò alla prossima manifestazione no-global. E voglio vedere in quanti avranno il coraggio di usarla di nuovo.»
L’articolo, a firma di Enrico Arosio, contiene una livida intervista a “uno dei maggiori filosofi italiani, Umberto Galimberti”. È tutta lì la questione: solo finché l’Espresso sarà in grado di stabilire chi sono “i maggiori filosofi”, Galimberti sarà sopravvalutato.
 

La Croce che sorride all’alba della Resurrezione.
La mistica crocifissa di Giovanni Paolo II (di Raffaele Iannuzzi )


“Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”
- con queste parole, Mounier, il 3 gennaio del 1933, esprimeva poeticamente la condizione personale di una sofferenza non affogata nel puro dolore, ma innalzata a ricettacolo di nuove visioni del reale.
 
È la croce vissuta come obbedienza al disegno del Padre che trasvaluta come d’incanto le pene dell’esistenza, le lacrime e l’angoscia della vita. Giovanni Paolo II ha abbracciato la croce con la baldanza gloriosa del combattente e, insieme, con l’umiltà del servo obbediente che sa di non poter vincere il mondo senza il suo Signore. E con ciò ha, in realtà, condotto a sintesi suprema il lungo itinerario della sua vita, costantemente attraversato dallo strazio della persecuzione e del pericolo, una condizione da figlio del Novecento, il secolo del male. Secolo tragico e, ad un tempo, splendido, incastonato in un disegno mistico che Giovanni Paolo II ha descritto magistralmente nel suo ultimo libro, Memoria e identità:
“Mi è stato dato di fare esperienza personale delle ‘ideologie del male’. E’ qualcosa che resta incancellabile nella mia memoria. Prima ci fu il nazismo. Quello che in quegli anni si poté vedere era già cosa terribile. Ma molti aspetti del nazismo, in quella fase, di fatto rimasero nascosti. La reale dimensione del male che imperversava in Europa non fu percepita da tutti, neppure da quelli tra noi che stavano al centro stesso di quel vortice. Vivevamo sprofondati in una grande eruzione di male e soltanto gradualmente cominciammo a renderci conto della sua reale entità. [...] Più tardi, ormai a guerra finita, pensavo tra me: il Signore Dio ha concesso al nazismo dodici anni di esistenza e dopo dodici anni quel sistema è crollato. Si vede che quello era il limite imposto dalla Divina Provvidenza ad una simile follia. [...] Se il comunismo è sopravvissuto più a lungo e se ha ancora dinanzi a sé, pensavo allora tra me, una prospettiva di ulteriore sviluppo, deve esserci un senso in tutto questo”.
Così si apre Memoria e identità. Questo è lo sguardo mistico del Papa che ha fatto crollare il comunismo sui totalitarismi del Novecento.
 
La mistica oggettiva, quello che il suo fascinoso e insieme rigoroso linguaggio amava definire “realismo soprannaturale”, tutto questo impasto di coscienza e grazia campeggiava nel suo cuore, mentre scrutava i disastri imperiosi e granitici del secolo passato. Il secolo del male. Una “grande eruzione di male”. La mistica, quando è pienamente cattolica, cioè aperta all’interezza dei fattori della realtà, non teme il male, sa abbracciarlo, cogliendone le pieghe in cui, in maniera paradossale, balugina un seppur minimo riflesso del Dio della vita. Così, ogni dolore si tramuta in un dolore che ride.
 
La fede di Giovanni Paolo II ha saputo ridisegnare i contorni del sapere e della scienza teologica, così come della poesia e della vita umana, degli avvenimenti storici, tutto è stato ricompreso e tradotto in forme nuove. E tutto sembrava già inscritto nella missione profetica di questo straordinario pontificato, fin dalla prima enciclica di Giovanni Paolo II, la Redemptor hominis. L’incipit dell’enciclica è un poema teologico che sembra trascrivere letteralmente i pensieri profondi dei Padri Greci:
“Il Redentore dell’uomo, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia”.
Da questo centro di gravità nasce tutto, tutto viene ricondotto alla sorgente prima della vita e della fede, del pensiero e dell’azione. Se Blondel, quasi spogliando le sovrastrutture della metafisica, aveva dichiarato solennemente, suscitando gli interessi persistenti del padre De Lubac:
“Io non pretenderò di conoscermi e di mettermi alla prova, di acquisire la certezza o di valutare il destino dell’uomo, senza gettare nel crogiolo l’uomo intero che porto in me”,
Papa Wojtyla radicalizza questo principio antropologico dell’azione lasciando aperto il cuore alla mendicanza di Cristo e, con ciò, infine sussumendo la grandezza di ogni azione alla potenza della grazia di Dio. Emerge così qualcosa di tradizionale e, nel contempo, nuovo, una nuova teodrammatica totalmente incentrata sulla Gloria di Cristo, Sovrano e Centro del cosmo e della storia. Un Cristo Pantokrator che verrà poi contemplato come Infinita Misericordia nella successiva enciclica Dives in misericordia.
 
Il gigante della fede venuto dalla Polonia ora sembra strappare il velo di Maya che rende la tanto decantata modernità una divinità neopagana priva di fascino autenticamente drammatico e di ricchezza antropologica. La modernità, il grande polacco che diventerà Papa per braccare il Novecento dei totalitarismi, non la blandirà mai; perché, in realtà, questa stessa modernità, ai suoi occhi mistici e squisitamente teologici, gli “occhi della fede” (Rousselot), era già morta, non più capace di aggredire la verità dell’umano neppure con la disgregazione delle antiche certezze. Papa Wojtyla coglieva già, ben stagionato e patinato, il tardo nichilismo, questo sì disgregatore, dei salotti neoilluministici, del turbocapitalismo non a favore del lavoro e della libertà dell’uomo – di tutto ciò ragionerà con rigore nella Centesimus annus, edificando le strutture principali di una società libera e virtuosa, criticando, nel medesimo contesto, l’antropologia errata del comunismo e del socialismo. Gli errori del comunismo e del socialismo, dirà il Papa, sono prima di tutto antropologici e ciò non è uguale a zero, perché significa che il fondamento originario da ricostituire è l’uomo in tutto il suo valore ontologico e creaturale. Scrive Giovanni Paolo II nella Centesimus annus:
“L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene o al male. L’uomo così è ridotto ad una serie di relazioni sociali, e scompare il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale, il quale costituisce mediante tale decisione l’ordine sociale. Da questa errata concezione della persona discendono la distorsione del diritto che definisce la sfera di esercizio della libertà, nonché l’opposizione alla proprietà privata” (n.13).
Questa luminosa concezione antropologica, che sarà ampiamente disegnata sul piano biblico nelle catechesi sull’amore umano, è ora trascritta sul piano della dottrina sociale e giuridica, ma assorbe per così dire una sostanzialità originaria che ha una scaturigine mistica. Come ben sapeva Péguy, tutto è mistica e tutto è ultimamente derivante da un problema mistico, perfino le grandi questioni della politica e della società. Se tutto, così, deriva dall’Amore del Padre che ha voluto che il Figlio si facesse uomo per condurre ogni creatura alla salvezza ed al compimento della sua umanità, è evidente che questo avvenimento produrrà effetti antropologici totalizzanti anche sui piani sociale, politico e giuridico.
 
Dalla mistica all’ontologia personalista: ecco l’itinerario del filosofo e teologo Karol Wojtyla, che corrobora il percorso crocifisso e mistico del Papa più graniticamente novecentesco della storia, Giovanni Paolo II. In questo tragitto dal Golgota della storia alla Luce della Rivelazione del Mistero Pasquale, che ora avvolge le sue spoglie mortali, Giovanni Paolo II ha come assicurato alla sua anima una sorta di “interiorità oggettiva”, una spoliazione che ha infine rianimato i sensori più ricettivi del cuore e dello spirito. G.Ph Widmer scriveva:
“L’interiorité est le lieu de la verité [...]. Ainsi la verité est inséparable de son appropriation”.
E l’appropriazione della verità da parte dell’interiorità avviene sempre ad opera della grazia di Dio. Grazia che sgorga dalla Croce di Cristo destinata al compimento escatologico nella suprema salvezza del Mistero Pasquale della Resurrezione. Ecco allora che la Croce diventa una scienza capace di abbracciare ogni angolo dell’esistenza del cristiano, un’accademia alla quale ogni singolo amante di Cristo non può non essere iscritto. “Il cristiano, attraverso la scienza della croce, può comparare la terra con il cielo” – annotava Gratry, un grande educatore, nel pieno del XIX° secolo. “La croce”, concludeva Gratry, “è dunque [...] l’unico e vero strumento di scienza”. Scientia crucis. Come Edith Stein aveva intuito, e sempre misticamente. Ora, il passo è ancor più radicale e segna l’ultimo respiro della vita: dalla croce all’alba nuova dell’incontro con Dio Padre. E’ l’ultimo sorriso del nostro stupendo Padre nella fede, Giovanni Paolo II, il suo lascito umano e spirituale a noi tutti, figli di un tempo che l’ha visto entusiasta ed umile servo di Gesù Misericordioso.
 
Raffaele Iannuzzi – 3 aprile 2005