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Il Covile - N.o 261 (12.4.2005) Ciò che Gli dobbiamo (di Pietro De Marco)

Questo numero
“[…] le osservazioni di Veneziani [vedi NL n° 259] sono, come sempre, acute. Ma la militia Christi più che vittoria è "freno", è contrappunto radicale (il katechon di san Paolo, e di Carl Schmitt); la vittoria è nella presenza/promemoria della Legge divina e della Verità. In questo Wojtyla lascia una vitale e potente traccia nelle anime e nelle culture.”
L’amico De Marco, che ha così commentato l’articolo di Marcello Veneziani, ci ha anche inviato un suo ricordo. Il pezzo è stato pubblicato in parte su Avvenire, ma per noi è in versione integrale.
 

Ciò che Gli dobbiamo (di Pietro De Marco)


I cristiani, e non solo, debbono a Giovanni Paolo II la piena ripresa del coraggio e della capacità di parlare nell’arena pubblica con il linguaggio che appartiene loro più profondamente, quello del genio del cristianesimo. L’uomo è Uomo in oboedientia Veritatis.
 
Questa riconquista, la ripresa di questa forza in noi, sotto l’impulso di Pietro, fu lenta perché dové essere anzitutto interna. Fu necessario riprendere a parlare con se stessi (e, certamente, entro il “noi” ecclesiale e cattolico, ma anzitutto con sé) un linguaggio non legittimato al di fuori o dal di fuori. La discussione, la ruminazione delle convinzioni e della rappresentazione decisiva delle cose, sono anzitutto e conclusivamente atti interni. Nel processo interno si giocano i linguaggi e la loro plausibilità. Come dire questo? Anzi: è intellettualmente plausibile (per me, oggi) dirlo?
 
Wojtyła è stato anzitutto maestro di plausibilità cattolica. Dall’inizio.
“Quest’oggi e in questo luogo bisogna che di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole [di Simon Pietro, Mt 16, 16]: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’.” (22 ottobre 1978).
Aveva appena detto, il nuovo Papa:
“Da tale confessione di Fede, la storia sacra (…) doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella dimensione storica della Chiesa”.
Chi non ha vissuto quegli anni di disorientamento non può sapere quanto “implausibili” suonassero allora queste parole.
 
Maestro di plausibilità cattolica, su due frontiere, immediatamente. Una, quella dell’affrontement di civiltà: il nuovo Papa, indossate le armi spirituali del proprio ufficio universale e della propria appartenenza nazionale, va al cuore del "dio che ha fallito". È il primo viaggio in Polonia. La sfida evangelizzante, alta e pubblica, mistica e politica, è dunque plausibile! L’altra, interna, per dire così, fu anch’essa varcata subito: l’ordinamento fondamentale dei saperi e delle virtù cristiane e degli uffici ecclesiali è bene irrinunciabile; nei contenuti espliciti come nell’essenziale architettura gerarchica, nel loro senso salvifico, nella loro santità ultima. “Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!”.
 
Negli anni Settanta la cultura cattolica è nel pieno della sua deriva invisibilista, per quella immersione laica e secolarizzante nelle “realtà terrene” e nel “mondo adulto” maturata, sia pure con le migliori intenzioni, sul terreno di una inedita separatezza dal mondo; la “scelta religiosa” e la “scelta rivoluzionaria” sono infatti simmetriche e insidiosamente cumulabili. Divenuto come incapace di soggettività e di azione se non imitative (mobilitazione, utopia, reformatio per revolutionem), l’intelletto cattolico appare dimentico, quasi improvvisamente (non era stato così nel magistero ancora recente dei grandi teologi del Novecento) di essere matrice di civiltà, sistema di saperi, Weltaschauung con capacità affermative ed antagonistiche, necessarie all’equilibrio della storia del mondo. Il katechon paolino (2Tess 2, 6).
 
Certo; molto di questa capacità affermativa, ricostruita laboriosamente nell’arco di un secolo, era stato speso in una conflittualità (antimoderna) che la “nuova libertà” dei cristiani degli anni conciliari e postconciliari giudicava severamente. Ma la diagnosi di quel collasso della soggettività cattolica (ovvero della rinuncia volontaria ad essa, anche in generazioni non più giovani) resta da fare. I suoi critici di allora – che prov­viden­zial­mente vi furono – non poterono, comunque, esserne sempre all’altezza.
 
Quando Karol Wojtyła accede al pontificato tutto questo era ai livelli di gravità massima, nonostante la capacità di resistenza di Roma, che segna di vera grandezza l’ultimo decennio del pontificato di Paolo VI. Difficile, d’altronde, era allora sottrarsi al miraggio di una rigenerazione cristiana, in corso fuori della chiesa-istituzione, poiché troppi cristiani militanti parlavano con linguaggi altrui, con riferimenti e valori legittimati per loro dal di fuori e al di fuori di ciò che è la nostra ricchezza, l’analogia fidei cattolica.
 
Di fronte e contro questa deriva, dunque, l’affermazione della “plausibilità” del sapere cattolico dell’uomo e della storia: incredibile coraggio di Karol Wojtyła in quegli anni, quale poteva possedere solo chi avesse sperimentato l’invisibilizzazione coatta dei credenti nella sfera pubblica dei paesi comunisti. E chi, in contrapposizione a questo, avesse come riscoperto il valore decisivo della fedeltà e della decisione, e del loro fondamento sulla Roccia. Solo quando un’egemonia che persegue la tua distruzione o il tuo addomestica­mento (e umiliazione) ti si palesa, hai gli strumenti per scoprire le egemonie altrove striscianti e sorridenti, gli interessati elogi della tua indecisione e inerzia cristiana, celebrate come problematicità, e della tua emarginazione dalle architetture dei valori comuni, favorita come opzione per lo spirituale. Il Papa polacco sapeva tutto questo.
 
Così, quello che i critici gli rimproverano di aver impedito o frenato, andava impedito; di non aver perseguito, andava non perseguito; di aver combattuto, andava combattuto.
 
Karol Wojtyła, con la sapienza di un pastore educato al confronto con la storia e la forza di un ‘classico’ (i suoi stessi maestri teologici, tra i quali il grande Garrigou-Lagrange), ha rovesciato in nobis e pro nobis l’attra­zione per la “verità” dell’indeterminato e la “virtù” del non-apparire; ha insegnato e praticato sacra doctrina e, assieme, milizia sacra; ha riaffermato che la Chiesa è anche, inseparabilmente, forma storica e pubblica, civitas Dei responsabile degli uomini storici che (e perché) sono anche i suoi propri cittadini.
 
Papa Wojtyła in virtù del ruolo petrino, evidentemente tutt’altro che “angusto” (come qualcuno, invece, ha voluto definirlo in questi giorni), ha esercitato ovunque nel mondo militia rievangelizzatrice ossia ricivilizzatrice. Ci aveva trovati in molti, in Occidente, cristiani del disorientamento, persi in una lettura dei “segni dei tempi” di cui altri ci dettavano le regole. Ci ha lasciati (almeno un po’, secondo le nostre forze) dotati della sua forza, moltissimo della sua speranza, totalmente dello statuto di roccia di cui ha restituito coscienza alla Santa Chiesa.
 
Pietro De Marco