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Il Covile - N.o 262 (17.4.2005) La conversione del papa (di Giovanni Papini)

Questo numero


Mentre infuria il totoPapa e, segnala l’amico Luigi Puddu, tanti intelligentoni scrivono sui giornali a loro dire già informati del risultato, viene a proposito questo gustoso apocrifo di Giovanni Papini.
 

La conversione del papa
(di Roberto Browning)


Dakar, 6 Aprile.
Nessun autografo inedito - tra quelli della collezione Everett ora di mia proprietà - m'invita più spesso a rileggere quanto il poemetto di Roberto Browning. Il Browning è meno celebre di un Cervantes e di un Goe­the - e anche di loro ho manoscritti nella mia cassaforte portatile - ma sento d'esser più vicino a lui che a loro.
 
Si tratta di uno di quei soliloqui imma­ginari che furono una delle più felici inven­zioni del poeta e mi stupisco che non l’abbia mai pubblicato. Strano è il titolo: La con­versione del papa. Originale, credo, la trovata.
 
Parla il figlio unico di un ignoto eresiarca boemo del Medioevo, che il Browning chiama Jan Krepuzio. Costui, per aver professato pubblicamente certe sue blasfeme teorie sui moventi della Redenzione; fu preso dall'In­quisizione, torturato e finalmente bruciato vivo in mezzo a una piazza di Praga.
 
Suo figlio, il giovanissimo Aureliano, fu nascosto da certi lontani parenti, in Germania, ma non poté mai dimenticare il fuoco che aveva consumato le carni del padre. E appena fu adulto e libero decise di vendi­carsi della Chiesa di Roma, con un modo nuovo di vendetta, da nessuno immaginato.
 
Si recò, sotto finto nome, in un convento di Milano e chiese d'essere accettato come frate laico. La sua obbedienza e la sua bontà gli valsero il premio desiderato: fu accolto fra i novizi. Il suo zelo per la vita monastica e la sacra teologia parve così ardente e sin­cero che in capo a soli tre anni fu ordinato sacerdote. Ottenne allora d'esser mandato a predicare la cattolica verità nei paesi degli infedeli e degli scismatici e con la sua pa­rola e il suo esempio riuscì a convertire in­tere città. Fu imprigionato dai nemici della vera fede ma poté fuggire dalle loro mani e, si disse, con l'aiuto di un angelo.
 
Il suo nome giunse agli orecchi del Pon­tefice regnante che lo richiamò in Italia e gli conferì un vescovado. Anche come ve­scovo divenne, in breve tempo, famoso tra i popoli. L'austerità dei suoi costumi in mezzo a un clero corrotto, l'eloquenza vittoriosa della sua parola, la perfetta ortodossia del suo insegnamento teologico, fecero di lui uno dei prelati più esemplari e illustri del suo secolo.
 
Ma ciò non gli bastava; altri uffici e onori gli occorrevano per la prefissa vendetta. Non dimenticava mai, nelle sue veglie, il rogo sul quale avevan fatto ardere, secondo lui in-giustamente, il corpo di suo padre. Esso do­veva esser vendicato - e in forma diabolica e clamorosa - proprio nella capitale della Cristianità, a Roma, In San Pietro. Il pal­lore del suo volto emaciato era attribuito alla sua vita ascetica, mentre non era che il ri­flesso del suo lungo rancore, l'effetto di una faticosa e perpetua simulazione.
 
Il vecchio Papa morì - ne fu eletto un altro, che aveva conosciuto e ammirato Aureliano, e che, nel suo primo concistoro, lo fece cardinale. Aureliano si sentiva ormai vi­cino alla meta e il suo ardore apostolico a pro della chiesa parve crescere ogni giorno. Come Legato pontificio, come dottore in un Concilio, come Cardinale di curia, si mostrò infaticabile difensore dei dogmi e dei diritti della Chiesa Romana. Era ormai quasi vec­chio ma il pensiero allucinante della finale vendetta, non lo abbandonava né giorno né notte.
 
Anche il Papa suo protettore venne a morte. Nel conclave che ne seguì Aureliano, con l'unanimità dei suffragi, fu eletto vicario di Cristo. Seppe nascondere la sua immensa gioia sotto il manto di una mesta umiltà. Il gran giorno da lui aspettato e desiderata in segreto in tanti dolorosi anni di forzata commedia era ormai prossimo. Era stato eletto al principio dei dicembre; annunziò al Sacro Collegio e alla corte dei Vaticano che la cerimonia della sua incoronazione doveva aver luogo la notte stessa della Natività. Da gran tempo aveva disegnato e sognato l'inau­dita scena. Dopo il pontificale, dopo aver compiuto tutti i riti dell’incoronazione, inve­stito ormai dei privilegi e delle prerogative del supremo magistero di capo infallibile della chiesa docente, egli si sarebbe alzato per parlare al clero e al popolo, e nel silenzio solenne della massima basilica avrebbe pro­nunciato, finalmente, le tremende parole che dovevano vendicare per sempre il padre in­nocente. Avrebbe detto che Cristo non era. Dio, ch'era stato un povero bastardo, un po­vero poeta illuso, vittima della sua ingenuità e infine - e qui avrebbe fatto risuonare alta la sua voce come una sfida luciferiana, -avrebbe proclamato, sotto il suggello della sua autorità, che Dio non era mai morto perché non era mai esistito.
 
Quale sarebbe stato l'effetto di tali spa­ventose bestemmie uscite dalle labbra di un Pontefice Romano? Forse, dopo il primo mo­mento di stupore, l'avrebbero legato gridando al pazzo, forse l'avrebbero fatto a brani sopra la tomba di San Pietro? A ciò non pensava troppo. La voluttà di una così stupenda vendetta non avrebbe mai avuto un prezzo abbastanza alto.
 
Giunse la vigilia di Natale, giunse la sera. Tutte le campane di Roma squillavano a festa; fiumane di nobili e di plebei si rove­sciavano in piazza San Pietro, si addensa­vano nel gran tempio simile a un'immensa caverna di luci, per assistere alla fastosa cerimonia, che avrebbe celebrato allo stesso tempo la nascita di un Dio e l' incoronazione del suo vicario terrestre.
 
Aureliano, da una stanza del suo palazzo, mirava e ascoltava. Vedeva quelle moltitu­dini di gioiosi e fiduciosi fedeli, ascoltava i loro canti pastorali, le loro laudi, i loro inni e in tutti risonava una semplice ma infinita speranza nel Fanciullo divino, nel Salvatore del mondo, nel Consolatore dei poveri, dei perseguitati e dei piangenti.
 
E in quell'istante - in quella stanza dove il nuovo Papa s'era chiuso, solo, per racco­gliere i pensieri e le forze - accadde, a tutti per sempre ignoto, l'inaspettato provviden­ziale miracolo. Il pensiero di tutta quella povera gente che accorreva verso di lui, che credeva in lui perché aveva creduto anche nelle sue parole, lo turbò, lo commosse, lo sconvolse, lo travolse. Fu scosso da un bri­vido, fu agitato da un tremito: gli parve che una luce mai vista invadesse la grotta oscura della sua anima. Aureliano si senti, tutto a un tratto, inondato e vinto da una struggente dolcezza mai provata in tutta la sua lunga vita, da una tenerezza infinita verso tutte quell'anime semplici, infelici eppur felici, che credevano in Cristo e nel suo Vi­cario. E all'improvviso il groppo nero e pe­sante della agognata vendetta si sfaldò, si ruppe, si sciolse in un pianto dirotto, in un pianto disperato che gli bruciava gli occhi e il cuore, che lo consumava dentro, più di una fiamma viva. Il nuovo Papa si gettò sul marmo del pavimento, in ginocchio, e pregò, pregò per la prima volta con tutto l'abbandono dell'anima, con tutta la since­rità della passione, come non aveva mai pre­gato in vita sua. Il vento impetuoso della grazia l'aveva atterrato e sopraffatto all'ul­timo attimo. Lo stesso dolore del rimorso per il suo infame passato di finzione, di frode e di doppiezza, gli sembrava una, consola­zione immeritata, una divina consolazione. Quel cocente dolore l'avrebbe accompagnato fino alla morte ma l'avrebbe purificato, l'avrebbe salvato dalla seconda morte.
 
Quando gli accoliti entrarono nella stanza, col Cardinale Decano, trovarono il nuovo Papa genuflesso, in lacrime, e ne furono grandemente edificati. Dopo il rito solenne dell'incoronazione il Papa volle parlare al popolo, Parlò di Cristo e della sua nascita in Bet1emme, parlò della Madre Vergine, parlò degli angeli e dei pastori, e ne parlò con sì misurata caldezza di affetto che tutti gli ascoltatori, perfino i vecchi cardinali incartapecoriti sotto la porpora, piangevano come figli che hanno ritrovato finalmente il padre che credevan perduto. E molte donne, uscendo nella notte dalla basilica, affermarono che finalmente, dopo secoli, un vero santo era salito sulla cattedra di San Pietro.
 
Giovanni Papini
[Il libro nero, Vallecchi, Firenze 1951, pp. 359-365]