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Il Covile - N.o 267 (17.5.2005) Rinascita dell'uomo epimeteico (di Ivan Illich)

Questo numero


Fa piacere che i nuovi amici che seguono questa conversazione siano altrettanto attivi dei vecchi; Roberto Buffagni, ad esempio, segnala ai lettori che maneggiano l'inglese:
"Un capitolo tratto da una tesi di dottorato che confronta il pensiero di Hannah Arendt e quello di G.K. Chesterton, consultabile a questo indirizzo web: www.angelfire.com/folk/richardjgill/index.html , Evolution or Revolution? - Chesterton on the Evil of Eugenics - and the Restoration of Creation".
È in tema con le mie preoccupazioni referendarie (anzi, direi antireferendarie). Come ho a più riprese sottolineato non mi stupisco di tanti che vogliono dare il via libera alla fecondazione tecnologica (due numeri fa Grazia Collini ha illustrato, giustamente dando loro dignità, vari punti di vista); mi "stupiscono", per non usare parole più forti:
  1. Quelli, primi i Verdi, che invocano ad ogni piè sospinto il "principio di precauzione", per il nucleare, per gli OGM, le onde elettromagnetiche ecc., mentre non sono per niente turbati dai possibili effetti della procreatica: una tecnologia che manipola gli aspetti più intimi e misteriosi dell'essere stesso dell'uomo.
  2. I marxisti critici, vedi Indymedia, che proclamano il VI capitolo inedito, che denunciano il "dominio reale", la "sussunzione" dell'intera vita da parte dei meccanismi autoriproduttivi di Capitale, e che poi, di fronte alla scelta reale, stanno con le multinazionali della biotecnologia.
Ma tant'è, staremo a vedere. Intanto mi sembra il caso di riproporre un testo che forse non tutti conoscono e considero illuminante sull'intera questione. Vi informo inoltre che sulla figura di Epimeteo dovremo presto ritornare.

Rinascita dell'uomo epimeteico (di Ivan Illich)


Da: Descolarizzare la società, Mondatori, 1970

La nostra società assomiglia a quella macchina insuperabile che ho visto una volta a New York in un negozio di giocattoli. Era uno scrigno metallico, che, premendo un pulsante, si apriva per mostrare una mano meccanica le cui dita cromate si protendevano verso il coperchio, lo abbassavano e lo chiudevano a chiave dall'interno. Trattandosi di una scatola, ti saresti aspettato che si potesse estrarne qualcosa, e invece conteneva soltanto un meccanismo per chiudere il coperchio. Questo bizzarro congegno è il contrario esatto della «scatola» di Pandora.
 
La Pandora originaria, «Colei che tutto dona», era una dea della terra nella Grecia matriarcale della prei­storia. Essa fece scappare tutti i mali dal suo vaso (py­thos), ma chiuse il coperchio prima che potesse fuggirne anche la speranza. La storia dell'uomo moderno comin­cia con la degradazione del mito di Pandora e termina con lo scrigno che si chiude da solo. E la storia dello sforzo prometeico per creare istituzioni che blocchino l'azione dei mali scatenati. E la storia dell'affievolirsi della speranza e del sorgere delle aspettative.
 
Per capire ciò che questo vuol dire dobbiamo risco­prire la differenza tra speranza e aspettativa. Speranza, nell'accezione più pregnante, indica una fede ottimistica nella bontà della natura, mentre aspettativa, nel senso in cui utilizzerò questo termine, è contare su risultati programmati e controllati dall'uomo. La speranza con­centra il desiderio su una persona dalla quale attendiamo un dono. L'aspettativa attende soddisfazione da un processo prevedibile, il quale produrrà ciò che è nostro diritto pretendere. Oggi l'ethos prometeico ha messo in ombra la speranza. La sopravvivenza della specie uma­na dipende dalla sua riscoperta come forza sociale.
 
La Pandora originaria venne mandata sulla terra con un vaso che conteneva tutti i mali, e in più, come unico bene, la speranza. Era in questo mondo di speranza che viveva l'uomo primitivo. Egli confidava, per sopravvi­vere, nella munificenza della natura, nelle elargizioni degli dèi e negli istinti della sua tribù. I greci dell'epoca classica cominciarono a sostituire alla speranza le aspettative. Nella loro versione del mito, Pandora libe­rava sia i mali che i beni; ma essi la ricordavano soprat­tutto perché aveva sguinzagliato i mali nel mondo. E, cosa particolarmente significativa, dimenticavano che « Colei che tutto dona » era anche la guardiana della speranza.
 
I greci raccontavano anche la storia di due fratelli, Prometeo e Epimeteo. Il primo consigliò all'altro di star lontano da Pandora; ma l'altro non gli diede retta e la sposò. Nella Grecia classica il nome «Epimeteo», che significa «colui che capisce a posteriori», era conside­rato un sinonimo di «sciocco» o di «ottuso». All'e­poca in cui Esiodo rinarrò questa storia nella sua forma classica, i greci erano divenuti dei patriarchi moralisti e misogini, terrorizzati al solo pensiero della prima don­na. Essi costruirono una società razionale e autoritaria. Escogitarono istituzioni con le quali contavano di tener testa ai mali scatenati. Scoprirono il loro potere di pla­smare il mondo e di fargli produrre servizi che impara­rono anche ad aspettarsi. Vollero che le proprie neces­sità e le future esigenze dei loro figli fossero conformate alle loro opere. Divennero legislatori, architetti e scrit­tori, crearono costituzioni, città e opere d'arte perché servissero da modello alla loro progenie. Mentre l'uomo primitivo aveva adoperato una partecipazione mitica ai sacri riti per iniziare gli individui alle tradizioni della società, i greci dell'età classica riconoscevano come veri uomini solo quei cittadini che si lasciavano adattare dal­la paideia (educazione) alle istituzioni create dai loro avi.
 
L'evoluzione del mito rispecchia il passaggio da un mondo in cui si interpretavano i sogni a un mondo in cui si facevano oracoli. Da tempo immemorabile la dea Terra veniva adorata sulle pendici del monte Parnaso, era il centro e l'ombelico del mondo. Là, a Delfi (da delphys, utero), Gaia, sorella di Caos e di Eros, dormiva in una grotta. Suo figlio, il drago Pitone, ne sorvegliava i sogni bagnati dalla rugiada e dal chiaro di luna, fin­ché non arrivò dall'oriente Apollo, il dio del Sole e l'ar­chitetto di Troia, che trucidò il drago e s'impadronì della grotta. I suoi sacerdoti si presero il tempio. Assunta una vergine del luogo, la mettevano a sedere su un tri­pode sopra il fumante ombelico della Terra e la intonti­vano con i fumi, quindi trascrivevano le sue frasi esta­tiche negli esametri di profezie formulate in modo da avverarsi in qualunque caso. Gli uomini di tutto il Pelo­ponneso portavano al santuario di Apollo i loro proble­mi. Ne consultavano l'oracolo anche per le scelte sociali, come i provvedimenti da prendere per fermare una pe­stilenza o una carestia, per dare a Sparta la costituzione migliore o per stabilire i luoghi più adatti a costruire città che si sarebbero poi chiamate Bisanzio e Calcedonia. La freccia infallibile divenne il simbolo di Apollo e tutto ciò che aveva a che fare con lui diventò utile e importante.
 
Già Platone, quando descrisse nella Repubblica lo stato ideale, escludeva la musica popolare. Nelle città sarebbero state permesse soltanto la cetra e la lira di Apollo perché soltanto la loro armonia crea «il canto della necessità e quello della libertà, il canto dello sven­turato e quello del fortunato, il canto del coraggio e quello della temperanza, che s'addicono ai cittadini». I quali cittadini erano invece presi da timor panico da vanti al flauto di Pan e al suo potere di destare gli istin­ti: soltanto «i pastori possono suonare le canne [di Pan] e solo nelle campagne».
L'uomo si assunse la responsabilità delle leggi sotto cui voleva vivere e quella di modellare l'ambiente a propria immagine. L'iniziazione primitiva alla vita mitica attraverso la Madre Terra si trasformò nell'educazione (paideia) del cittadino capace di sentirsi a proprio agio nel foro.
 
Per il primitivo il mondo era governato dal fato, dai fatti e dalla necessità. Sottraendo il fuoco agli dèi, Prometeo tramutò i fatti in problemi, revocò in dubbio la necessità e sfidò il fato. L'uomo classico formò un contesto civilizzato per una prospettiva umana. Era conscio di potere, sì, sfidare il fato; la natura e l'ambiente, ma solo a proprio rischio. L'uomo contemporaneo va oltre: tenta di creare il mondo a propria immagine, di costrui­re un ambiente prodotto totalmente dall'uomo, e poi s'accorge che può farlo solo a patto di rifare continua­mente se stesso per adattarsi ad esso. Dobbiamo ora guardare in faccia la realtà: è l'uomo stesso che è in gioco.
 
Vivere oggi a New York significa avere una particolarissima visione di ciò che è e di ciò che può essere, senza la quale vivere a New York sarebbe impossibile. Nelle sue strade un bambino non tocca mai niente che non sia stato scientificamente elaborato, fabbricato, pia­nificato e venduto a qualcuno. Persino gli alberi sono lì perché la Ripartizione giardini ha deciso di metterceli. Le barzellette che egli ascolta alla televisione sono state programmate a caro prezzo. I rifiuti con i quali gioca nelle vie di Harlem sono resti di confezioni concepite per altre persone. Persino i desideri e le paure sono plasmati dalle istituzioni. Il potere e la violenza hanno una precisa articolazione e gestione: da una parte le bande, dall'altra la polizia. La stessa istruzione consiste nel consumare materie, che sono il risultato di program­mi studiati, pianificati e imposti sul mercato. Tutto ciò che c'è di buono è il prodotto di qualche istituzione specializzata. Sarebbe assurdo chiedere qualcosa che nes­suna istituzione può produrre. Il ragazzo nuovaiorchese non può aspettarsi niente che sia al di fuori dei possibili sviluppi del processo istituzionale. Persino la sua fan­tasia è stimolata a produrre fantascienza. La sorpresa poetica del non programmato gli si presenta solo quan­do incontra lo «sporco», lo sbaglio clamoroso, il gua­sto: la buccia d'arancia nella cunetta, la pozzanghera per la strada, lo sconvolgimento dell'ordine o di un programma, l'avaria di una macchina sono gli unici spunti che possono dare il via alla fantasia creativa. «Bigiare» diventa la sola esperienza poetica a portata di mano.
 
Poiché non c'è nulla di desiderabile che non sia stato programmato, il ragazzo di città ne arguisce che sapre­mo sempre inventare un'istituzione per ogni nostro bi­sogno. Riconosce al processo, come un dato di fatto in­contestabile, il potere di creare valore. Che si tratti d'in­contrare un compagno, d'integrare un quartiere o d'imparare a leggere, l'obiettivo verrà sempre definito in mo­do tale che la sua realizzazione sia organizzabile tecnica­mente. L'uomo il quale sa che tutto quanto è richiesto viene prodotto, ben presto finisce per aspettarsi che nien­te di ciò che viene prodotto possa non essere richiesto. Se si può progettare un veicolo lunare, altrettanto è concepibile la richiesta di andare sulla luna. Non andare dove si può andare sarebbe sovversivo. Smaschererebbe la follia del principio che ogni richiesta soddisfatta com­porti la scoperta di una richiesta ancor maggiore che chiede di essere soddisfatta a sua volta. Una rivelazione del genere arresterebbe il progresso. Non produrre ciò che è possibile metterebbe in luce che la legge delle « aspettative crescenti » è un eufemismo per indicare un abisso di frustrazione sempre più profondo, che è il vero motore di una società fondata sulla coproduzione di servizi e di accresciuta domanda.

Lo stato d'animo dell'abitante della città moderna fi­gura nella tradizione mitica solo nelle immagini dell'in­ferno. Sisifo, che per qualche tempo era riuscito a met­tere in catene Thanatos (la morte), deve far rotolare un pesante masso su per una collina sino in cima all'Ade, e ogni volta che sta per arrivare alla meta il masso gli sfugge di mano. Tantalo che, invitato a pranzo dagli dèi, rubò loro in quella occasione la ricetta segreta del­l'ambrosia che guariva ogni male e conferiva l'immorta­lità, soffre in eterno la fame e la sete, immerso in un fiume le cui acque si ritraggono dalle sue labbra e sotto i rami di un albero i cui frutti gli sfuggono. Un mondo di richieste sempre crescenti non è semplicemente un male, lo si può soltanto definire un inferno.
 
L'uomo ha conquistato il potere frustrante di chiedere qualunque cosa perché non riesce a immaginare niente che non possa essergli fornito da un'istituzione. Circon­dato da strumenti onnipotenti, è ridotto a essere uno strumento dei propri strumenti. Ogni istituzione nata per esorcizzare uno dei mali primitivi è diventata per lui uno scrigno a perfetta tenuta e a chiusura automa­tica. L'uomo è intrappolato nelle scatole da lui costruite per racchiudervi i mali che Pandora si lasciò scappare L'offuscamento della realtà ad opera dello smog prodotto dai nostri strumenti ci ha avviluppati tutti. Ci trovia­mo all'improvviso nel buio di una trappola fabbricata da noi stessi. [...]

Ivan Illich