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Il Covile - N.o 274 (27.6.2005) Radiografia del voto (di Stefano Borselli e Pietro De Marco)

Questo numero


È abitudine di questa NL non lasciare a metà un argomento, ma svilupparlo fino alla naturale conclusione; ad esempio potete scommettere che le indagini su Konrad Weiss, il poeta sibillino, avviate nella n° 269, saranno riprese a breve. Ma in questo momento siamo ancora in tema di risultati referendari e non abbiamo terminato; negli scorsi due numeri ho cercato di organizzare i dati in tabelle, cartine, mappe. Pietro De Marco ha pensato di commentarle diffusamente: ne è uscito un articolo riassuntivo che Sandro Magister, il vaticanista de L’Espresso, ha pubblicato nel suo documentatissimo sito www.chiesa.espressonline.it. Gli amici lettori, però, hanno qui a disposizione anche il testo integrale del lavoro di De Marco, con una mia piccola aggiunta.
 

Su residue egemonie senza maggioranza (di Pietro De Marco)


1. Vi è molto da apprendere sia dalla vittoria antireferendaria sia dalla geografia di potenza/impotenza dei perdenti. Un amico fiorentino, Stefano Borselli, che cura un sito ospitale[1], avvalendosi delle sue risorse di informatico, ha rielaborato i dati percentuali del referendum (i sì al quarto quesito) oltre che in rapporto al numero assoluto degli aventi diritto a quello dei votanti effettivi alle ultime europee (come massa elettorale reale). Vediamo:
 


Regione
A B C D E
% votanti
al IV quesito
% di Sì
al IV quesito
% votanti
Elez. Parl. Eur.
12-13 giu 2004
% di Sì
al IV quesito
su aventi diritto
al voto
% di Sì
al IV quesito
ricalcolata su
votanti effettivi
elezioni PE 2004
Calabria 12,7 77,9 66,8 9,89 14,81
Puglia 15,3 74,2 72,0 11,35 15,77
Basilicata 16 77,3 74,5 12,37 16,60
Campania 15,6 77,7 68,4 12,12 17,72
Alto Adige 16,6 73,7 69,0 12,23 17,73
Sicilia 15,7 73,8 60,5 11,59 19,15
Molise 18 75,6 68,2 13,61 19,95
Abruzzo 23,2 77,5 74,6 17,98 24,10
Veneto 25,4 73,1 76,9 18,57 24,14
Lombardia 26,7 75,7 76,4 20,21 26,46
Marche 26,8 77,8 77,8 20,85 26,80
Trentino 24,5 73,7 66,2 18,06 27,28
Umbria 29,7 79,6 80,5 23,64 29,37
Sardegna 27,1 81,7 74,5 22,14 29,72
Piemonte 30,1 75,9 75,4 22,85 30,30
Friuli V. Giulia 30,2 74,3 69,8 22,44 32,15
Val d'Aosta 26,5 76,6 61,9 20,30 32,79
Lazio 31,4 80,6 71,7 25,31 35,30
Liguria 34 81,7 72,3 27,78 38,42
Emilia Romagna 41,6 82,8 81,3 34,44 42,37
Toscana 39,7 83,6 78,1 33,19 42,50
ITALIA 25,7 78,1 73,0 20,06 27,48

Tab. 1 I risultati del IV quesito. Prima analisi[2]
 

La tabella è chiara. Le colonne A e C permettono di confrontare la consistenza del voto referendario e quella del voto europeo di un anno fa. La colonna E permette di simulare il voto referendario su un ipotetico quorum definito (come qualcuno chiede) sull’elettorato “effettivo”, ovvero su uno standard definito sulla consistenza dei votanti alle consultazioni non referendarie. La colonna D propone invece, non meno realisticamente, la percentuale dei sul totale degli elettori aventi diritto. La percentuale dei sì è, naturalmente, più bassa della percentuale dei votanti (A), poiché ovunque alcuni votanti non hanno votato sì; si osservi tale scarto, non piccolo, nella colonna B.
 
Dunque, se usiamo la prima riga [caso Calabria] abbiamo che i 235.206 votanti sono appunto il 12,7 di 1.852.015 (=elettori aventi diritto al 30.6.2004), e i 183.225 sì sono il 9,89 della stessa base di aventi diritto. Naturalmente 77.9 (col. B) è la percentuale dei sì sul totale dei voti espressi. La percentuale dei sì sul totale degli aventi diritto è importante, perché mostra la consistenza ultima del voto contro la legge 40. Se si considera ad esempio la Toscana, i votanti sono ca. il 40% (dell'elettorato) ma i sono il 33,19, un cittadino su tre. Se ponderati sui votanti effettivi delle europee salgono al 42,50, il valore massimo (a livello regionale) espresso dai sì (al quarto quesito) in Italia. Sotto il quorum.
 
Notiamo che solo il 25% dell’elettorato nazionale ha espresso al proprio interno una partecipazione al voto referendario superiore al 30% (col. A) e una quota di sì superiore al 25% (col. D, o al 35% ricalcolato, col. E) dell’elettorato totale.
 
2. Dalla ponderazione dei sì al quarto quesito appare l'entità di quello che chiamerei il nucleo referendario militante, depurato dei perplessi ovvero dei miniproblematici; insomma i no all'eterologa, previsti dal voto dei cattolici come Ceccanti e Tonini, ma anche di altre aree “ragionevoli”. Questo nucleo raggiunge in Liguria o supera solo in Emilia e Toscana, e di poco, quel livello del 33-35% (un elettore su tre) degli aventi diritto, quota che si supponeva invece poter essere la media nazionale su cui fare leva in partenza; previsione, ne sono convinto, alla base dell'ottimismo dei referendari (e del simmetrico pessimismo del mondo del no). Come si è scritto su Avvenire l’ipotesi dei referendari era che la chiamata al voto dei no non avrebbe rovesciato il risultato e contemporaneamente avrebbe garantito il quorum. Molto abile (e semplice). La scelta dell'astensione è stata, di conseguenza, risposta obbligata per i difensori della legge 40, per non risultare dei (risibili) perdenti a priori: è quello che si intende con razionalità politica doverosamente, eticamente, rivolta allo scopo, all'efficacia conseguente, e alla dignità, del proprio agire.
 
Le percentuali ricalcolate da Borselli sui votanti effettivi delle ultime consultazioni europee, prese come plausibile parametro, evidenziano che il massimo sforzo di mobilitazione prodotto dalle nostre sociétés de pensée (col supporto dei partiti di riferimento) e dal potente connettivo femminile/femministico, raggiunge e influenza un quarto del paese potenzialmente elettore e un terzo della ipotizzata massa elettorale 'reale', cioè quella che, essendo di regola intenzionata a votare, si pone anche il problema di come votare. Questo terzo (come valore medio) non è poco, ma non si è fatto significativamente maggioranza in nessuna parte del paese. Non è poco; comunque ci avverte che la capacità di egemonia delle culture mobilitate per il sì, in Emilia-Romagna e in Toscana, ma anche in Liguria e Lazio (mentre in Lombardia si coglie e si misura la forza dei contrappesi moderati, e di un cattolicesimo organizzato e intellettualmente qualificato), resta grande[3]. Tra l'altro è interessante il configurarsi, piuttosto netto, di un'area geo-etico-politica nazionale continua (un grande triangolo) che va dal Mar Ligure all'Adriatico, e sull’asse nord-sud dal Po al Lazio, sviluppandosi sul versante tirrenico.
 
La colonna delle percentuali ricalcolate (E) suggerisce una misura della egemonia anche più accentuata. Non vi è dubbio che l'influenza ultima dell’ethos laico-radical-femminista sulle condotte dello stesso mondo cattolico nelle ex-regioni 'rosse' è il portato di una egemonia, se con ciò si intende la capacità di una cultura di proporre con autorità e successo le proprie tavole di valori, sui terreni civili-politici, a culture con diversa/opposta visione del mondo, di controllarne e determinarne in profondità la valenza civile-politica nell’apparente rispetto della loro autonomia (ed anzi, paradossalmente: nel ‘reale’ rispetto, poiché una tale ‘autonomia’ non concepisce per sé volontà diverse da quelle del soggetto che la egemonizza).
 
3. Borselli poi[4], raggruppando i dati percentuali prossimi (cluster analysis) e associando i gruppi a profili di cultura civile-politica, ha ritenuto di ritrovare nella mappa del voto le tracce di formazioni interne (che designa in termini brillanti) alla storia italiana.
 




La patria ritrovata
(25,3%)

(*)
Le insorgenze
(17,3%)
Calabria (14,8%)
Puglia (16,8%)
Basilicata (16,6%)
Campania (17,7%)
Alto Adige (17,7%)
Sicilia (19,2%)
Molise (20,0%)


Il grande centro
(27,2%)

(*)
Il Lombardo-Veneto
(25,7%)
Abruzzo(24,1%)
Veneto (24,1%)
Lombardia (26,5%)
Marche (26,8%)
Trentino (27,3%)

(*)
Il regno Sabaudo
(30,4%)
Umbria (29,4%)
Sardegna (29,7%)
Piemonte (30,3%)
Friuli V. Giulia (32,1%)
Val d'Aosta (32,8%)


La ridotta nichilista
(39,5%)
La frontiera dell'egemonia
(36,0%)
Lazio (35,3%)
Liguria (38,4%)
Il socialismo
appenninico
(42,4%)
Emilia Romagna (42,4%)
Toscana (42,5%)

Mappa 1 Le percentuali riguardano la media pesata del dato di colonna E. Per le voci asteriscate vedi sotto il Commento alla mappa
 





La patria ritrovata
(75,0%)

(*)
Le insorgenze
(32,1%)
Calabria (3,7%)
Puglia (7,0%)
Basilicata (1,1%)
Campania (9,8%)
Alto Adige (0,8%)
Sicilia (9,1%)
Molise (0,7%)


Il grande centro
(42,9%)

(*)
Il Lombardo-Veneto
(28,9%)
Abruzzo(2,49%)
Veneto (7,8%)
Lombardia (15,3%)
Marche (2,6%)
Trentino (0,8%)

(*)
Il regno Sabaudo
(14,1%)
Umbria (1,4%)
Sardegna (2,9%)
Piemonte (7,3%)
Friuli V. Giulia (2,2%)
Val d'Aosta (0,2%)


La ridotta nichilista
(25,0%)
La frontiera dell'egemonia
(12,0%)
Lazio (9,2%)
Liguria (2,8%)
Il socialismo
appenninico
(12,9%)
Emilia Romagna (6,9%)
Toscana (6,1%)

Mappa 2 Le percentuali riguardano la quota di elettorato sul totale nazionale
 

Per parte mia, designerei la "ridotta nichilista", cioè il singolare triangolo disegnato dalla egemonia residua delle culture di sinistra (v. cartina) con le sue propaggini e “frontiere” nord-occidentali e meridionali-romane, piuttosto come “ridotta individualistico-sociale”, un plesso i cui effetti perversi possono essere nichilistici; ricordiamo la celebre diagnosi-denuncia del cardinal Biffi sulla società emiliana. Del “ridotto” appenninico va sottolineata, cioè, la intima contraddittorietà, da decenni, tra le ambizioni emancipatorie, iperlibertarie cui offre varchi (fino ai recenti Statuti regionali), e la esibita e spesso rituale sollecitudine delle amministrazioni per il sociale.
 

Mappa voto al Referendum IV questito

Cart. 1
 

La formula “grande centro”, a designare l’area definita da un voto tra il 35% e il 20% (ponderati, col. E), è particolarmente acuta. Questo blocco, che si coglie dai risultati elettorali mediani, include quanto vi è di più “moderno” in Italia, con alcune eccezioni. Ma va notato che sui problemi e i valori del cruciale campo bioetico e degli istituti familiari e relazionali, la Sardegna e l’Umbria votano come il Piemonte, l' Abruzzo come il Veneto (cfr. la cartina). La formula “insorgenze” (in verde) è anch’essa suggestiva: Borselli pensa, credo, ad un diffuso voto di “resistenza” storica all’egemonia (più diffusa e generica di quella emancipatorio-sociale) dei modelli “laico-moderni” proposti dall’Italia forte della Capitale e del Nord. Mi preme sottolineare, però, che l'Alto Adige (cattolico) ha deliberatamente non-votato (solo il 16.6%, ponderato 17.73%; sulla colonna D è il terzo valore più basso) come Sicilia, e Campania. Il non-voto dell'Alto Adige è una buona confutazione della spiegazione "meridionalistica" del non-voto meridionale. Il non-voto meridionale è, come quello altoatesino, un voto di attaccamento a istituti e principi stabili e a legami non artificiali.
 
4. Tuttavia: se il peso dell’egemonia non è piccolo, è risultato ad un tempo drammaticamente al di sotto delle attese dei promotori e dei combattenti del sì. Questo scarto va colto come una misura preziosa e sintomatica di altro. Che il risultato sia rimasto quasi dieci punti al di sotto della quota di elettorato (33-35%) per ipotesi a portata della mobilitazione radical-femministico-laicista (col supporto RC e DS), non si deve certo ad indifferenza o inerzia (non in questo blocco di elettorato!) ma alla cultura specifica e all’efficacia persuasiva dei diversi fronti del no: scienziati e intellettuali, personalità e “movimenti” cattolici e laici (rilevante credo l'influenza diramata e atipica del Foglio; ma influente anche la posizione della restante intelligencija del centro-destra, il Presidente Pera e altri, e di alcune voci della sinistra). Una capillare opera di contrasto, razionale e ragionante, che non solo ha impedito che crescesse quel blocco elettorale su cui il movimento del sì contava ma ne ha addirittura limato una parte consistente. Tutto questo è congettura, e può essere smentito dalle ricerche che non mancheranno (l’universo dei votanti al recente referendum è materia troppo preziosa per non cimentare gli analisti); ma fa intravedere le cose in termini più complessi.
 
Il risultato elettorale, insomma, mostra a mio avviso che
  1. il portato militante della intelligencija (come pressione/attacco continui agli istituti primari per affermare/promuovere "diritti individuali" irresponsabili, in senso tecnico, rispetto alla nostra cultura fondante) può essere contrastato con successo, purché vi siano risorse di intelligenza e di azione;
  2. una grandissima parte del paese (anche se scolarizzata, e nonostante la formazione scolastica sia compenetrata, dalle medie superiori alle Università, di quella stessa intelligencija, come sanno gli insegnanti di religione e i docenti universitari di chiara appartenenza cattolica, gli uni e gli altri nel loro spesso acuto isolamento) è e vuole restare estranea agli obiettivi, ai valori, alle parole d'ordine, delle sociétés de pensée. Questa machine generatrice dell'opinione pubblica (Augustin Cochin), che tende a parlare a nome della società civile ed anzi a porsi come l'autentica società civile stessa, ha fallito, specialmente presso gli elettorati di quello che Borselli chiama “il grande centro” (non a caso il 43% dell’elettorato nazionale, ove il sì [colonna D] non ha superato il 20% ). Il fallimento del referendum rappresenta dunque, per chi sappia leggere, una spettacolare débâcle della intelligencija italiana nella sua troppo contingente alleanza femministico-laico-anticlericale, nella sua presunzione di superiorità intellettuale, nelle sue ambizioni di mobilitazione/guida morale-politica del paese;
  3. il mondo cattolico, e quella vitale parte di laici che "non possono non dirsi cattolici", è nuovamente capace di unità e progetto, sui livelli (e le emergenze) di senso ultimi. Questo prefigura un nucleo di intelletto cristiano che può rappresentare per la cultura nazionale (ed europea) il futuro, non in quanto egemonia alternativa ma come polarità capace di annullare gli effetti perversi (quelli perseguiti ma, anche, come vorrebbe la definizione, quelli “involontari” o inattesi) della intelligencija antagonista all'ordine occidentale-cristiano (intelligencija che si riproduce in Europa, con questi caratteri, dagli anni Trenta del Novecento).

Borselli ci ricorda, attraverso Guy Debord (Opere cinematografiche complete), una nota (ironica?) di Clausewitz: “Chiunque abbia del genio è tenuto a farne uso, e questo è del tutto conforme alla regola”; e rimanda ad una celebre Allegoria di Baltasar Gracián (dal Criticón): “Su di un carro e seduta su di un trono, costruito questo con gusci di tartaruga, e trascinato quello da rèmore, l'Attesa andava camminando per gli spaziosi campi del Tempo verso il palazzo dell'Occasione”[5]. Riflettiamoci seriamente, tutti.
 
Pietro De Marco
 

Commento alla mappa (di Stefano Borselli)


La necessaria premessa è che se l’analisi Cluster permette ampi spazi di soggettività, in questo caso tale spazio era molto ristretto: ho analizzato soltanto il dato di colonna E della prima tabella. In effetti, come si può notare, i raggruppamenti conservano l’ordinamento[6].
 
Convinto che questi dati dicano molto sulla stessa identità nazionale del nostro paese, non ho resistito alla tentazione di dare ai gruppi nomi di fantasia. Proviamo a giustificarli: “Socialismo appenninico” è la felice formula con la quale Geminello Alvi ha definito l’eccezione tosco-emiliana, questa area pare esercitare un’azione egemonica nelle confinanti Lazio e Liguria, ho perciò chiamato “Ridotta nichilista” l’insieme delle quattro regioni, a sottolineare insieme il carattere residuale e disperato: “Dio è morto, Marx è morto, e neppure io mi sento troppo bene”.
 
I termini “Regno Sabaudo” e “Lombardo-Veneto” sono poco più che un gioco e forse creano anche confusione: il “Regno Sabaudo” della mappa contiene anche l’Umbria e il Friuli-Venezia Giulia, che nella cartina dell’Italia dopo il Congresso di Vienna stavano rispettivamente nello Stato della Chiesa e nel Lombardo-Veneto/impero Austriaco, come pure nel “Lombardo-Veneto” della mappa troviamo Abruzzo e Marche, entrambi dello Stato della Chiesa al 1815, e il Trentino, parte integrante dell'impero Austriaco. Mi importava però sottolineare alcune continuità che spesso vengono ignorate: in particolare il caso della Sardegna, che spesso viene aggregata nel vago concetto di “Sud e Isole”, mentre sono fortissimi i legami dell’isola con l’area piemontese[7].
 
Altro problema è creato dal termine “Insorgenze”. Confesso che vedendo l’Alto Adige vicinissimo alla Campania ho pensato ad Andreas Hofer e al Cardinal Ruffo: forse sarebbe stato meglio chiamare il cluster, come ha suggerito Carlo Poggiali, “Vandea italiana”; De Marco spiega, conclusivamente, “un voto di attaccamento a istituti e principi stabili e a legami non artificiali .
 
Due parole sulla dicotomia di fondo, quella tra “Ridotta nichilista” e “Patria ritrovata”. Osservando le medie pesate di sì al quarto quesito in effetti vediamo che il Centro (27,2%) è distante dalle Insorgenze di 9,9 punti e dalla Ridotta di ben 12,3: non stupisce che l’algoritmo di clustering abbia fuso i due primi raggruppamenti. Ho pensato di chiamare questa vastissima area (più del 75% dell’elettorato) “La patria ritrovata”, è qualcosa di più di una speranza: a mio avviso queste elezioni hanno fatto intravedere una specie di modello alternativo a quello, brutale, dell’unificazione Sabauda: il centro espansivo (economico e intellettuale, sto pensando in particolare alla Lombardia ed al Nordest) della nazione invece di contrapporsi ha saputo raccogliere e indirizzare sentimenti e identità anche periferiche che troppe volte nella nostra storia sono state soffocate o represse.
 
Stefano Borselli
 


 
[1] Il covile, a www.stefanoborselli.elios.net
 
[2] La prima elaborazione delle tabelle e cartine qui presentate, Newsletter 272 –273, è reperibile nel sito di Borselli.
 
[3] Mi sia permesso un inciso affettivo; immelanconisce l’opaca secolarizzazione della mia Liguria. Manca (o non appare) in Liguria, e specialmente a Genova, una volontà di ripresa intellettuale-religiosa tale da opporsi ad un’arcaica egemonia (senz’altra determinazione) della sfera pubblica.
 
[4] Newsletter 273
 
[5] Ma la citazione di Guy Debord proposta da Borselli suona così (trovo la traduzione di Salvadori tra sofisticata e avventurosa):
«Allorché si vedeva ormai la nostra difesa sommersa, e già indebolirsi qualche coraggio, fummo alcuni a pensare che si sarebbe senza dubbio dovuto continuare, ponendosi nella prospettiva dell’offensiva: insomma, invece di arroccarsi nella commovente fortezza di un istante, allargarsi, operare una sortita, poi tenere la campagna, e adoperarsi molto semplicemente a distruggere questo universo ostile, per ricostruirlo ulteriormente, se fare si poteva, su altre basi. C’erano stati dei precedenti, ma erano allora dimenticati. Bisognava che scoprissimo dove andava il corso delle cose, e smentirlo così completamente ch’esso fosse un giorno, viceversa, costretto a piegarsi ai nostri gusti».
Sottile, attraente, anche se personalmente diffido delle ansie di rigenerazione totale. Inoltre, non di gusti si tratta; non ho, non abbiamo, seguito gusti sui terreni dello scontro referendario ma, universalisticamente, princípi e ragioni per ogni uomo.
 
[6] A mio avviso il dato più significativo è senza dubbio quella della colonna E della prima tabella: la percentuale di votanti sì al quarto quesito rispetto ai normali votanti nella regione.
 
[7] È un mio pallino interpretare i mutamenti avvenuti in Italia negli ultimi vent’anni come il declino della più che secolare egemonia sardo-piemontese. Non si pensi solo alla Fiat, ma al partito Comunista col sardo Gramsci, il torinese d’adozione Togliatti e i Berlinguer, a vari Presidenti della Repubblica, alla Einaudi ecc.