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Il Covile - N.o 284 (25.9.2005) In libreria 'Apparizioni quotidiane' di Pietro De Marco

Libri


È finalmente uscito, pubblicato dalla Libreria Editrice Fiorentina, Apparizioni quotidiane, l'atteso libro di Pietro De Marco. Gli amici della NL scopriranno di aver avuto il privilegio di leggerne in anteprima qualche pezzo. Come scrive Stefano Miniati (un altro, non l'amico medico che ogni tanto arricchisce i nostri dibattiti, ma un giovane filosofo) nella sua recensione:
"Apparizioni quotidiane è un libro coraggioso, e perciò anche scomodo per l'Autore e di non immediata fruizione per il lettore. Scomodo, poiché non è pensato per ottenere consensi, ma per porre problemi e cercare, con schiettezza e lucidità, soluzioni; difficile, perché non si presta ad una lettura veloce, ma, nonostante la struttura snella, presenta riflessioni che richiedono un'attenta meditazione e, magari, una seconda rilettura. Pregio della raccolta è quello di fornire una serie di considerazioni che, proprio per la loro peculiare origine, possono essere fruite indipendentemente l'una dall'altra, ma che - in quanto provengono da un pensiero, che qui prende forma, frutto delle riflessioni di una lunga esperienza di studioso e osservatore acuto della realtà - possiedono anche tra loro una struttura coesa che dà luce e coerenza ai singoli articoli. (fonte:www.olir.it )"
Per presentarvelo ho scelto il paragrafo sul Pater, occasione del quale è stato questo pepato Riempitivo di Buttafuoco.
 

Agenzia orazione (di Pietrangelo Buttafuoco )


Il Foglio quotidiano, 26 marzo 2004

Giusto per calarsi ulteriormente le brache, l'assemblea della Cei ha approvato nuove traduzioni delle Scritture per cui non si reciterà più l'Ave Maria (evidentemente censurata per lo sfacciato latinismo che tanti ostacoli frappone nel dialogo e in tutti i cazzabubù del Vaticano II), bensì un "Rallègrati". I vescovi non hanno poi voluto che nel Pater Noster, col "libera nos a Malo", ci si attenesse alla filologica lettura del "liberaci dal Maligno". Hanno proprio voluto evitare la personificazione come invece, i saggi santi monaci slavi e le Chiese Ortodosse, fanno da sempre prendendo di petto Satana.
Giusto per calarsi le brache, in Santa Romana Chiesa hanno organizzato questa nuova ammodernata e sempre sul Crocifisso, visti i chiari di luna, giusto per non privarsi del dialogo, si attende la parola definitiva: "Scena smentita dal Vaticano".
 
Pietrangelo Buttafuoco
 

Et ne nos inducas in tentationem (di Pietro De Marco)


Pietro De Marco, Apparizioni quotidiane, pag. 178, Libreria Editrice Fiorentina

Di fronte ai reiterati annunci di modifiche alla versione italiana del Pater noster, Pietrangelo Buttafuoco è polemico, oltre la misura, delle cose di Santa Romana Chiesa per fortuna più controverse e in discussione di quanto qualcuno non faccia trasparire per renderle, invece, decise e irreversibili. Mi pare eccessiva anche la polemica nel merito del "libera nos a malo": Male o Maligno? "Liberaci dal Maligno" non è la "lettura filologica", come si dice, se con questo si intende l'accertamento del significato più sicuro (si vedano i commentari); solo una legittima interpretazione, obbligata dottrinalmente, accolta specialmente dalle versioni (liturgiche) protestanti. Niente garantisce che il testo gesuano prediliga qui l'Essere (personale) malvagio, e non piuttosto l'orizzonte del Male, ad esempio escatologico.
 
Buttafuoco ha comunque un bel po' di ragione ad irritarsi di questo assillo pastoralistico per il "(religiosamente? culturalmente? politicamente?) corretto". Penso al "ne nos inducas in tentationem" del Pater, periodicamente minacciato di revisione. L'imbarazzo attuale (di chi, poi?) per l'oscura, profonda richiesta che Gesù comanda ai suoi di rivolgere al Padre, appare anche a me davvero incredibile. L'idea che la formula debba essere riportata ai termini di una teodicea estenuata (nel politicamente corretto), per proteggere il buon nome di Dio (come potrebbe il buon Dio "indurci in tentazione"?), è tale da far spegnere sulle labbra la preghiera ovvero da urlarla ai quattro venti, perché si sappia invece che Dio ci saggia, ci lascia nelle mani del Tentatore, ci mette alla prova.
 
"Proba me Domine et tenta me, ure [devastami, bruciami] renes meos et cor meum/ Quoniam misericordia tua ante oculos meos est, et complacui in veritate tua [il complacui di Gerolamo si potrebbe rendere con: "e amo la tua verità", o spudoratamente: "la tua verità mi piace, mi è piaciuta"; complimento e garanzia che certo piacciono a Dio come ad ogni innamorato]", grida il salmo Iudica me, Domine (Ps. 25, Vulg.).
 
Ma, dicevo, anche da farla spegnere sulle labbra. Perché l'imbarazzo per il "politicamente scorretto" dei testi sacri (come di tante cose 'riformate' nel postconcilio) di una grande Tradizione è anche offensivo per coloro che la vivono e l'hanno vissuta. Pensa davvero l'ultimo professore di esegesi o l'ultimo pastoralista che l'oratio dominica sia stata pronunciata per venti secoli da degli imbecilli che non sapevano cosa si dicessero? Che altro vuol dire me eisenegkes emas eis peirasmon (Matt. 6,13, Luc. 11,4) se non ne nos inducas in tentationem, lead us not into tenptation (la Bibbia di re Giacomo, o in traduzioni più recenti: bring us not into temptation, il Moule, e do not bring us to the test, noli probare nos, nella New English Bible), führe uns nicht in Versuchung (Bibbia di Lutero), ne nous induis point en tentation (traduzione protestante del Martin).
 
Da ciò la necessità teologica di rendere coerente il Dio che mette alla prova e il salmista che sfida Dio come un amante ("provami"!), con il Dio che salva da un lato e col Tentatore, il Maligno (nella sua alterità da Dio) dall'altro - fino dalle origini. La Lettera di Giacomo nega a Dio la qualità (la natura stessa, anzitutto) di tentatore, theos apeirastos estin kakon, Deus intentator malorum est. E nell'esporre il Pater i commentatori della "sesta petizione", fino a ieri, avvertivano pianamente che "Gli domandiamo che ci liberi dalla tentazione, non permettendo che noi ne restiamo vittima (...). Il Signore molte volte la permette, a prova della nostra fedeltà e per altri suoi disegni a noi imperscrutabili. Lo preghiamo dunque (...), mentre non possiamo, né dobbiamo pretendere di non essere mai tentati, altrimenti ci opporremo ai disegni di Dio, che come dice s. Paolo, darà con la tentazione il profitto", 1 Cor. 10,13 (Frassinetti).
 
Non ci si sottrae al mistero del Dio che può in ducere, lead into, führen in, e che palesemente lascia, almeno, che cadiamo, nella tentazione, come nell'exemplum di Giobbe, che chiede conto del non essere stato risparmiato. Giobbe è sullo sfondo, davvero cristico, della preghiera del Pater, che ha tre nodi (il resto è dossologia, inno): la finalizzata precarietà dell'Esodo (il pane del giorno, la manna), la creaturale condizione di debitori (che non possono esigere indietro da altri ciò di cui non si ha proprietà), e il percorso del Giusto sofferente. Ma dramma e mistero ci appaiono a condizione, appunto, dello scandalo di quel "non ci indurre", così diretto ed essenziale, e dell'intelletto che lo esplora. Non solo Dio non ha bisogno della nostra politesse, ma neppure (e tantomeno) ne ha bisogno la nostra anima, che chiede inquietudine mentre ne è atterrita (ure renes meos et cor meum/ne nos inducas in tentationem) perché solo così sa di diligere Deum. Ci si lasci, esplicita nella preghiera di ogni giorno, questa verità del Dio che sotto lo stesso titolo dell'amore "induce nella prova" e salva, e prepari la Chiesa dei curatori d'anime adatti darne conto, non a fuggirla.
 
Pietro De Marco