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Il Covile - N.o 286 (12.10.2005) Col proporzionale Berlusconi sfida la stagnazione della politica (di L. Tirabassi)

Questo numero


Interesserà gli amici questa puntuale analisi di Leonardo Tirabassi, della quale ho apprezzato anche il moderato ottimismo. Per quanto riguarda la nuova legge elettorale incrociamo le dita (molti di noi, me compreso, non furono affascinati dalla sirena Segni e il ritorno al proporzionale, più consono alla storia e al carattere del popolo italiano direbbe Prezzolini, l'hanno sempre auspicato).
 

Col proporzionale Berlusconi sfida la stagnazione della politica (di Leonardo Tirabassi)


Fonte: www.ragionpolitica.it

In Italia un vero e proprio partito conservatore con basi popolari, ma non reazionario, non c'è mai stato. Questo per motivi storici precisi, a partire dalla presa di Roma che escluse i cattolici dalla vita politica per più di mezzo secolo, passando per il fascismo totalitario che allontanò per tutta la durata della Prima Repubblica qualsiasi riferimento ad ogni idea di Patria, fino ad arrivare alla storia recente. Comunque, dal dopoguerra in poi, una dottrina è diventata l'unica ufficiale nella teoria come nella pratica, quella modernista progressista, magari all'acqua di rose, magari solo dichiarata.
 
La società, l'uomo, le istituzioni, lo Stato, la morale: tutto entrava in un percorso di trasformazione, indistinto, dove a variare - e oggetto di decisione politica - era solo la velocità, ma non la direzione del percorso. Con la modalità tutta italiana con cui nel nostro Paese è stato recepito il crollo del muro di Berlino - che ha rotto lo schema esterno, internazionale, che conteneva quell'andamento prima di tutto sociale e poi politico, ma che ha travolto anche i soggetti collettivi della vita pubblica - è finita sì la necessità storica del consociativismo cultural-politico, ma appunto a causa della nostra particolarità storica si è ancora una volta rimandata a chissà quando tale eventualità.
 
E' un indiscusso merito di Berlusconi l'esser riuscito a bloccare questa involuzione anomala attraverso l'invenzione dal nulla di Forza Italia, sdoganando un partito altrimenti inutile come Alleanza Nazionale e facendolo alleare con la postmoderna - misto di particolarismo etnico e liberalismo - Lega Nord. Non bisogna essere dei fini politologi per capire che la forza e l'originalità di tale operazione non sta in forze organizzate della società civile, per usare termini ottocenteschi, ma in un'operazione di leadership che ha colto sul campo e al volo l'humus profondo di una parte del Paese che non ne voleva sapere di finire sotto l'egemonia del nulla, totalitaria e nichilista («la gioiosa macchina da guerra»), che si legittimava come unica forza di governo perché aveva distrutto in una logica di guerra civile ogni opposizione. Poco importa qui il ruolo giocato dai singoli attori: se quello di killer, magari ricattato, o di mandante; forze antagoniste sia sul piano sociale che su quello culturale hanno trovato quindi, per la prima volta, un quadro di riferimento politico, un recinto difeso da una politica finalmente non ostile.
 
E i frutti, anche se acerbi, si incominciano a vedere, dal risultato dei referendum sulla fecondazione assistita alla rottura della cappa del «politicamente corretto»; da una ripresa seppur lenta e difficile dell'idea di Patria alla diffusione di una cultura liberale non più assolutamente minoritaria, fino ad un filoatlantismo non di facciata. Svolte culturali che lentamente e con difficoltà si sono trasformate in atti politici: si pensi alla riforma del mercato del lavoro, alla scelta di inviare i soldati in Iraq. Poco, è vero, forse troppo poco. Un'azione politico-istituzionale troppo spesso vittima di mediazioni bizantine lontane dagli occhi e dal cuore del Paese, per di più compiute da attori politici miracolati e vuoti. Si pensi, ad esempio, ad un atto del tutto incomprensibile sul piano dei contenuti come l'allontanamento di Tremonti.
 
Quello che è mancato è il gioco di sponda tra azione di governo e società. Ciò è stato spesso imputato alla mancanza di un vero partito conservatore liberale. E anche questo è vero. Ma la ragione profonda, a cui anche l'assenza del mediatore-catalizzatore va in parte attribuita, è proprio nella debolezza di forze reali della società civile. Fuori della Chiesa cattolica, esclusa Comunione e Liberazione e i Comitati Scienza e Vita, dove sono le forze liberali antagoniste della società civile? Dove sono gli imprenditori che aprono i cordoni per finanziare Fondazioni e riviste per produrre quelle idee senza le quali la politica muore? Perché nessuno all'interno del sindacato non dice chiaramente basta alla retorica delle lotte dei garantiti?
 
E allora ecco il movimentista Berlusconi, il leader individuale senza partito che riscopre la manovra politica spiazzante, la riforma elettorale per impedire che ancora una volta il quadro politico istituzionale si chiuda su una nascente opposizione, un po' più forte di quindici anni fa, ma ancora debole per sopportare sconfitte raggelanti. Se con il proporzionale si perde qualcosa in chiarezza, allo stesso tempo si danno spazi di manovra per quelle - ancora deboli - forze sociali che cercano una rappresentanza, e non si costringe il centrosinistra a riunirsi sotto l'egemonia dei Ds, ancora troppo forte in confronto agli alleati.
 
Può darsi che questa sia una razionalizzazione degli eventi ex-post, e che invece sarebbe stata preferibile una linearità d'azione tale da permettere di non confondere le acque e di offrire dei punti di riferimento precisi agli elettori e, appunto, un faro alla società civile liberal-conservatrice. Ma spezzare le manovre trasformistiche del grande centro, dove le uniche differenze sono i nomi dei leader, non è cosa da poco.
 
Leonardo Tirabassi