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Il Covile - N.o 290 (5.11.2005) Altri contributi su Konrad Weiss

Questo numero


L'arrivo nelle sale cinematografiche dell'atteso, imperdibile, La rosa bianca - Sophie Scholl riporta l'attenzione sulla storia tedesca, è il momento di un'altra puntata dei nostri studi Weissiani. Pietro De Marco ha ricevuto qualche interessante commento al suo Epifanie del suono - Prime glosse a Konrad Weiss, che gli amici hanno ricevuto col numero 281 dello scorso Agosto, ed ha pensato di farcele conoscere. L'intervento di Andrea Spini fa riferimento anche ad un dibattito, sviluppatosi a luglio sul il Sole 24 ore su Delio Cantimori e il fascismo, ma di ciò tratteremo forse, più ampiamente, in futuro.
 

Frucht im Sturm (di Luigi Mangieri)


Leggendo il testo, un po' come mi accade quando guardo un film (pochi in realtà), mi è inevitabile pensare a quali sono le origini del testo. Non tanto le intenzioni dell'autore, si badi, quanto le motivazioni (l'energia vera e propria) che spinge (costringe) l'autore a scrivere, o a rappresentare. L'energia è qualcosa che spesso proviene da sorgenti impensate e neppure coscientemente esplorate dagli scriventi (sottoscritto compreso) al momento della scrittura. Probabilmente il farlo comprometterebbe la pregnanza dello scritto e dirigerebbe il fuoco su un livello ulteriore del pensiero.
 
Trovo che lo scritto sia pieno di simboli, di taglio certamente oracolare come detto nell'analisi del testo. Di simboli che fanno riferimento a forze originarie della natura, e tentativi di dominazione dell'uomo (Sinn, Recht)
 
Ma mi soffermo su un taglio ulteriore, più vicino, dei riferimenti simbolici.
 
Frutto nella tempesta; frutto della tempesta. Si deve cercare di capire cosa è il ritorno della parola martellante: hämmert, sembra il riferimento ad un pensiero ossessivo. Perché usare la parola Frutto? Frutto è equivalente di prodotto, ma come figlio, risultato che porta i geni dell'origine. Il frutto che risponde, risponde nella tempesta, è figlio (frutto) degli anni. È indifeso, è innominabile, inappellabile, non nominabile, come se non potesse essere richiamato. L'idea che il frutto degli anni sia in attesa di essere nominato fa riferimento ad una discendenza data che è in attesa di essere suscitata. È corretta questa interpretazione della parafrasi, credo. È una riflessione sulla propria generatività. Lascio da parte le considerazioni sul Diritto e sul Senso che sono aggettivi della generatività maschile, sono coloro che dirigono la vita verso il futuro (l'avvenire). Ma manca la fecondità femminile in questa poesia. L'avvenire è rappresentato come sconvolgimento originario (tempesta martellante), ma al contempo anche temuto in quanto sconvolgimento. In realtà non sembra esserci generatività possibile non essendoci riferimento al femminile.
 
Esiste anche un altro aspetto che colpisce, riferibile al timore che il Frutto (il figlio) degli anni si ribelli, risponda in modo martellante (distruttivo). Cosa è questo martellare?
 
Il riferimento a Senso, e Diritto (Recht, anche destra, stare alla destra come discendenza, ma anche aspetto conservativo, desiderio di indicare la strada in modo vincolante) richiama il pericolo di un conflitto con la discendenza, un conflitto che è percepito come pericolo.
 
Altro aspetto è il riferimento alla tempesta: il frutto degli anni è anche il frutto della tempesta, dell'innamoramento e dell'atto amoroso in cui ha ragione la Sensità più che il Senso.
"......
in un crescendo al suono dei tamburi
il nostro cuore fortemente viene diretto
quando attraversiamo la Porta."
Cosa verrà dal frutto della tempesta?
Il frutto è anche eco, qualcosa di simile al suono originario, qualcosa che ripete.
Alcuni riferimenti - per i quali mancano legami plausibili - richiamano, tuttavia, la discontinuità tra il Sinn e l'Eco una non identità nella discendenza. L'Eco è divergente (anche quello reale), origina da un corpo ma ha poi vita propria, che si accresce, nel tempo, con il passare degli anni. Dalla vita imitativa la parola si fa autonoma, assume un proprio senso che può contrastare il Senso originario.
"L'Eco cresce ad ogni parola.
Come si scuotono gli anni,
così il frutto del Senso sarà scosso,
come una tempesta da aperti spazi
si martella alle nostre porte."
Energie sublimate che muovono, e inconvenienti di una sublimazione, forse, le notizie di questo verso?
 
Luigi Mangieri
 

Una lettera di qualche tempo fa, in merito a "questioni notevoli" indicate da Pietro De Marco (di Andrea Spini)


 
Caro Pietro, come sempre in ritardo nelle "risposte" che mi appunto ogni volta che ti leggo, profitto di questi giorni di mezza estate per inviarti alcune considerazioni in merito a queste tue ultime notizie dall' "al di qua" che hai la bontà di inviarmi:
 
Non conosco gli antecedenti della tua risposta a Borselli, per cui posso solo supporre che si riferisca a quanto affronti nell'altra tua nota dedicata alle posizioni del giovane Cantimori. E tuttavia, in perfetta ignoranza, accetta almeno e in primo luogo, delle osservazioni sulla tua interpretazione (non parafrasi, come troppo modestamente scrivi) del poema di Weiss in relazione all'assillo post-bellico di Schmitt.
 
Sulla base di quanto apprendo dalle tue pagine, mi sono fatto altra opinione al proposito, ovvero che, nei versi di Weiss, Diritto e Senso siano figure di una dialettica che si compie nell'ora e che il rinvio al futuro celebri il non ancora avvenuto ma ad-veniente, e che in quell'ora accadrà l'annullamento della distanza, ancora persistente, tra il Senso, tutto della Storia e depositato nella coscienza individuale, e il Diritto.
 
Sei così sicuro, infatti, che l'espressione Sinnshaft, per quanto neologismo o, forse, proprio per questo, non voglia descrivere qualcosa come un Senso saputo, non consapevole, magari, ma sentito e vissuto individualmente e ri-definito da Weiss nei termini dell'attesa del Diritto che ne costituirebbe l'inveramento?
 
Il "ripensamento" schmittiano, alla luce di questa ipotesi interpretativa, acquisterebbe un significato assai diverso, molto simile all'angoscia del Grande Giurista nel film dedicato a Il processo di Norimberga. Difficile dimenticare la scena del confronto tra il pubblico ministero, interpretato da Spencer Tracy, e il Grande Giurista, cui presta la faccia Burt Lancaster: agli interrogativi angoscianti (e angosciati) suscitati in quest'ultimo dalle sentenze emesse sulla base delle leggi nazionalsocialiste, il primo risponde con una sola frase: "doveva pensarci la prima volta che tradì il diritto universale". Forse non sono le parole esatte pronunciate nel film, sicuramente questo ne è il significato. A me pare che un identico giudizio potrebbe essere espresso nei confronti di Weiss/Schmitt.
 
Ma, dirai, e giustamente, cos'è il "diritto universale" se non una costruzione storicamente determinata? E chi, più di me, può essere d'accordo con una simile affermazione? Ma con una ulteriore domanda, che mi permetterà di passare alla tua nota sul giovane Cantimori e, infine, al tuo commento alle azioni di Papa Benedetto XVI durante le "giornate della gioventù mondiale" che si sono svolte nella sua terra natale.
 
La domanda, ovviamente, attiene alla concezione della storia di cui ci si fa assertori (credenti?). Schematicamente: se la storia è considerata come la shakespeariana sequenza di follie, senza "piani superni", allora abbiamo continuamente a che fare con "ordini contingenti", destinati, per le cause più diverse, a dissolversi, per poi continuamente riformarsi in un movimento sinnloss. In questa versione, passato e futuro si rattrappiscono nel presente che, nelle forme più diverse, di volta in volta, costella l'orbe terracqueo; non esiste ad-vento, se non nella scrittura autolegittimante dei soggetti della storia. Altro è se quanto ad-viene si inserisce in un "disegno" di cui sia possibile identificare i segni.
 
Ora, se nel primo caso siamo consegnati ad una contingenza radicale del senso e del significato, ma anche al rischio della follia, nel secondo, al contrario, in quanto coinvolti nella realizzazione di un "piano", evitiamo i "rischi della libertà", ma per incorrere in quelli della subordinazione ai "lettori dei segni" . Sono quest'ultimi, infatti, che debbono confermare l'esistenza del "piano" o "disegno", ma, ed ecco la domanda, chi può discernere i segni, il grano della Verità dal loglio della Menzogna, la spada della Giustizia dal ferro del Potere, il colore dell'Uguaglianza dal "buco nero" dell'Esclusione, ...? E, soprattutto, in che modo si riconoscono i "lettori dei segni"?
 
Hai ragione a sottolineare l'incontro del Papa con Musulmani ed Ebrei, ad esaltarne le parole di pace e di tolleranza, ma, credo che manchi ancora qualcosa al suo ecumenismo universale per sentirsi riconosciuti diversamente uguali.
 
Infine: sono perfettamente d'accordo con te nel rifiutare il gioco delle ri-scritture delle storie a tesi, i cui risultati, quando va bene!, si risolvono in sequele di giudizi di valore assolutamente inutili per comprendere i comportamenti e le scelte dell'intellighentzia italiana negli anni del fascismo. Hai ragione: la domanda da porre non è "perché tizio o caio scrissero questo o quello?", ma, "perché aderirono all'ideologia fascista?". È , infatti, cercando le risposte a quest'ultima che possiamo iniziare (o continuare) ad avanzare nel "nodo di vipere" dei bisogni per i quali i regimi totalitari costituirono la risposta. Forse, a partire dalla riflessione sulla vicenda Weiss/Schmitt possiamo trovare indicazioni per avviarci su chemins qui portent quelque part. [...]
 
Andrea Spini