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Il Covile - N.o 291 (11.11.2005) Geminello Alvi sul finto liberismo

Questo numero


Leonardo Tirabassi segnala agli amici questo articolo "che risponde, in parte, alle domande sollevate da Giorgio Ragazzini [vedi NL nn. 286 e 287] a proposito del liberismo di questo governo".
 

Rischi fatali, un libro che rompe gli schemi del finto liberismo


L'Europa non ha saputo pensare la globalizzazione, meglio la vecchia CEE dell'unione imposta dai dottrinari


Il Foglio, sabato 5 novembre 2005

 
Gli articoli di Pierluigi Battista hanno spesso un effetto così volentieri calmante: poche righe, la fronte ne è invasa, cedono persino le palpebre. Tuttavia a quel sopore, che sarebbe il loro punto di forza, talora s'aggiunge un brio ideologico, prudente, ma di troppo. Come accade sul Corriere della Sera di lunedì. Quando egli scrive per anestetizzare il libro di Tremonti, e fin lì sarebbe andata, e però anche in difesa di un liberismo liberale. Parola contorta, che si complica nelle citazioni, a fiumi, d'esecranti globalizzatori. E dire che gli sarebbe bastato reiterare la parte di chi cerca da sempre la destra e non la trova fino alla noia, e al sonno. Con splendido effetto paradossale. Perché il libro Rischi fatali della Mondadori è l'opposto: un libro permeato dall'intento di svegliare gli animi, destare.
 
Circa il rimprovero a Tremonti di scrivere un libro antiliberista pur essendo un ministro liberale: non starei troppo a dire la differenza che v'è tra liberale e liberista. Essendo mite, non vorrei infierire. Ma basti al lettore rammentare che si può essere l'uno anche senza l'altro. Ad esempio Walras, colui che formulò per primo in un sistema d'equazioni le virtù massimizzanti della concorrenza perfetta, non era un liberale anzi propugnava la nazionalizzazione della terra. All'opposto pochi dubbi che Keynes, l'economista del liberale McKenna, fosse tale pure lui. Eppure non era liberista, neanche da giovane, al Tesoro nel 1916. Ci sono insomma esempi tali e cotanti, da ridicolizzare gli zeli liberisti di quanti nell'università insegnano quello che non sanno, o sui giornali confondono le idee agli altri. Ma si replicherà: Tremonti non è né Walras, né Keynes. Certo è un tributarista, che disprezza spesso a ragione gli economisti. Però è anche persona di pratica non angusta dei fatti economici. E nel libro dichiara due tesi di chiarezza assoluta. Dice che "l'Europa è entrata nella globalizzazione in modo suicida", e che le sinistre fanno del loro meglio per accelerare questo disastro.
 
Si pensi soltanto a cos'era l'Europa quando la sua economia cresceva: un onesto blocco mercantilista che al riparo dei dazi e delle barriere accresceva il proprio benessere. Lasciava agli Stati Uniti di arbitrare il confronto internazionale, e badava ai fatti: si trattasse di auto del Giappone o prodotti agricoli delle Americhe. Oggi cos'è? Una Ue che si vorrebbe arbitro della politica internazionale, ma riesce solo in prodi figure ridicole, tra cui i due referendum già rimossi. E un'economia che si è aperta alla globalizzazione, protetta dalle scemenze sottoscritte a Maastricht. Conclusione: un'economia in cui le tasse sono aumentate più di quanto siano diminuite le spese; e l'euro moneta pessima per la crescita, che ha impoverito il lavoro e arricchito il capitale. E come se già non bastasse dobbiamo pure sorbirci prediche ed elogi di una Costituzione europea splendida pel riciclaggio glorificante di Amato, ma perniciosa per gli uomini liberi. L'Europa ha pensato male, e purtroppo regge ancora peggio, la globalizzazione: ecco le verità che il libro di Tremonti ha il coraggio di dire. E occorreva essere davvero dei professionisti della confusione soporifera per fraintenderle. Ma veniamo alla seconda tesi del libro, dedicata alla sinistra estetizzante, come al solito maestrina in ritardo. Essa in perenne eccesso di zelo non biasima la globalizzazione, economica, solo la vorrebbe amministrata dalla politica. Più sovranazionalità, più Onu e Ue, più finzioni di uguaglianza, per adornare la folle apertura dei mercati con la solita giostra di moralismi fatti pagare agli altri. E dunque organismi internazionali che non si sa se più corrotti o impotenti; pieno di migrazioni in Europa e salari minori; ovviamente più tasse. Del resto costoro s'erano già abituati a venerare gli schemi astratti di Marx; gli è bastato aggiustare la loro attitudine di dottrinari alle nuove fedi della globalizzazione. E anzi per farsi perdonare il passato si sono prima che subito distinti: nell'elogio di Clinton e dell'imbroglio che è stata la net economy, e nel rovinoso negoziato per il Wto tra Europa e Cina.
 
E tutto torna: Prodi che conclude la sua presidenza, con due popoli d'Europa in rivolta contro Bruxelles e in ristagno economico. E noi europei, a casa nostra, eruditi ogni giorno dai ragazzini che vagano in manto palestinese e tifosi di sempre più emigrati clandestini. A sopportare che gli islamici giustizino per strada Theo van Gogh, dopo che ai Biagi o ai Fortuyn hanno provveduto altri vigliacchi. O a pagare tasse per le Notti Bianche e far suonare il tamburello agli spostati, perfetto amalgama di plebe multiculturale e di globalizzazione di sinistra. Come Lenin succhiò nelle riviste amatoriali il Taylorismo, ovvero il peggior capitalismo, persino applicandolo all'omologazione delle anime; così i suoi eredi. Tirano fuori il peggio da una Europa avversata fino a qualche anno prima, e dalla globalizzazione. E non mi va bene. Né mi basta di scherzarci con bonomia.
 
Occorrono barriere e dazi. Giacché non si capisce perché i nostri operai debbano patire per armonizzare il dispotismo dei comunisti cinesi agli interessi delle multinazionali. E visto che poi sono per l'agricoltura biologica, proprio non voglio aprire i mercati agricoli. Né voglio più immigrati, perché per la loro produttività, e per come insorgono a Parigi ce ne sono già troppi. Perciò non sopporto l'ipocrisia, e ammiro Tremonti quando scrive: "Basta con le provocazioni di chi in vita sua non ha mai lavorato. Non volete che copino i vostri prodotti?Allora cominciate a inventarne di nuovi". Perché il solo consiglio delle tante vestali in sproloquio liberista resta questo. Come fosse liberismo quanto fanno gli Stati Uniti e la Cina. I primi pagano da almeno trent'anni quanto non producono con debiti e, per farli acquistare, stampano carta, dollari senza copertura aurea. In tal maniera inflazionano l'economia mondiale con bolle speculative di ogni forma e natura.
 
Ma tutti ad applaudire, come se fossero loro la misura de liberismo. Quando non c'entra niente. I liberisti veri di una volta, i Simons a Chicago, i Von Hayek a Vienna, questa offerta di moneta a iosa erano già ai loro tempi tutti per stroncarla. E la seconda sfida quella della Cina? Ma che liberismo è quello con sistema bancario finto, cambio svalutato ad arte, partito comunista che opprime operai e contadini. Però, mentre Stati Uniti e Cina barano, in Europa dovremo seguitare a giocare come niente fosse. Ecco la ricetta di quei dottrinari, che hanno solo cambiato manie: dalle algebre di Sraffa alle sfide liberiste sempre degli altri e mai loro.
 
Liberismo e mercantilismo sono solo fasi periodiche, mosse non dal progresso ma dall'interesse del più forte. Con le idee di Smith e Ricardo l'Inghilterra scelse di abbandonare la fase mercantilista perché gli conveniva. Per esempio il liberismo imposto al Portogallo fu scambio ineguale formidabile per assicurarsi i metalli preziosi del Brasile. A Roosevelt invece convenne fare una politica mercantilista. E Keynes dedicò pure un capitolo della sua Teoria Generale a riconoscere le parentele tra le proprie teorie e quelle dei mercantilisti. Ma da tre decenni agli Stati Uniti conviene appunto un'opposta politica, liberista: soltanto lei sana il loro difetto di risparmio cronico. All'Europa essa invece non conveniva, come non sono convenuti gli accordi del Wto. Altro che sofismi soporiferi o sdegni liberisti. Ha le idee confuse chi vuole più crescita in Europa e non vuole diminuire le tasse, chi vuole salari più alti e però pure più immigrati. O chi finge di non vedere quant'è assurdo il paradigma della globalizzazione: "La Germania, che ha creato quasi 5 milioni di occupati fuori dei suoi confini, ha simmetricamente quasi 5 milioni di disoccupati nei suoi confini".
 
Rischi fatali è un libro che rompe gli schemi. Delimita almeno un confine. E asseconda gli interessi dei lavoratori rispetto alle retoriche più perniciose di questo liberismo finto. All'interno andrebbe completato secondo il principio di sussidiarietà, che ci eviti lo statalismo e diminuisca lo Stato in istruzione e sanità. Ma l'idea di Tremonti funziona. Implica un Europa protetta dalla follia di lasciar fare ai mercati o agli ideologismi terzomondisti. E però al suo interno più aperta ed equa. E' il disegno della vecchia Cee che i dottrinari hanno abbandonato per l'assurdo ch'è la Ue. Ben tornata a questa Europa. E basta con le prassi soporifere, causidiche senza cognizione di casa, fatte di polemiche utili per i rimbalzi da un giornale all'altro. Io amo l'Italia, e parlo il tedesco più volentieri dell'italiano. Ma questa non è la mia Europa. Ho figliolanze e le vorrei far crescere libere in un'economia europea civile e fraterna. Di lasciarle in un'Europa disgregata dagli interessi dei ricchi coi capelli gonfi, o dal caos incolto degli snob, non se ne parla.
 
Geminello Alvi