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Il Covile - N.o 292 (12.11.2005) Riccardo De Benedetti presenta il nuovo libro di Voegelin

Questo numero


Prima di tutto la posta:
"[...] ho letto con molto piacere l'articolo di Geminello Alvi a commento del libro di Tremonti. Per quel che vale, la penso esattamente così anch'io.
Le segnalo però che da alcuni anni Costanzo Preve (che lei certo conosce, visto che ne pubblica il bel saggio sulla riforma-affondamento della scuola [quella di Berlinguer]) riflette filosoficamente proprio sul tema che sottende tutto il discorso di Alvi (e di Tremonti): quello dell'esaurirsi del valore e del senso della dicotomia destra/sinistra, e della trasformazione degli ex comunisti in principali esecutori e mediatori politici delle forze economiche e culturali che ci hanno dato il modello di Europa lamentato da Alvi.
L'interrogazione di Preve è filosofica, e dunque si sottrae, per spiegare quest'ultimo fatto storico incontestabile, all'uso delle categorie morali e psicologiche di "tradimento" e "corruzione". Fatto interessante per lei e per me, che siamo cattolici, nella elaborazione di Preve ha un ruolo di primo piano il lavoro di Augusto Del Noce, il grande filosofo del Suicidio della rivoluzione. [...]
Roberto Buffagni"
Il grande Del Noce è stato, credo, il primo prefatore italiano di Eric Voegelin (La nuova scienza politica, Rusconi, 1968, che ahimè scoprimmo solo una quindicina d'anni più tardi), seguito dal leggendario operaio-filosofo Mario Marcolla, il quale nel 1970 introdusse Il mito del mondo nuovo. Combinazione, in questa NL, quasi ad aprire i festeggiamenti per il numero 300 che si approssima, ecco per gli amici una primizia offertaci da Riccardo De Benedetti: la parte conclusiva della sua prefazione al libro di Eric Voegelin Hitler e i Tedeschi, Medusa, che sta per uscire. Il testo, che raccoglie le bellissime lezioni tenute da Voegelin all'Università di Monaco nell'estate del 1964, "è un approccio per certi versi durissimo alla questione tedesca ma con aperture sul presente assolutamente attuali". Lo leggeremo. Visto che Riccardo cita la "bestia sociale descritta da Platone" (un tema caro alla Weil), per chi non lo avesse in mente ho pensato di riportare il passo originario.
 

Una discesa negli abissi


[...] Occorrerà tornare su questo aspetto della prospettiva percorsa da Voegelin se non altro perché a essa non è stato dato il giusto rilievo confinando il suo insegnamento sulla vicenda nazista tra le cose che qualsiasi immigrato dalla Germania prima o poi doveva pronunciare se voleva mantenere il proprio ruolo di immigrato di successo. A leggerle attentamente le lezioni sulla discesa negli abissi hanno come vero oggetto di interesse la persistenza del nazismo nella nostra epoca, il suo prolungarsi ed estendersi oltre ogni sua sconfitta in quanto regime storico e storicizzato. Se le sue istituzioni hanno lasciato il posto a ordinamenti nuovi e lontani da quelle (ma ne siamo poi così sicuri di fronte ai tentativi di introdurre legislazioni eugeneticamente orientate o legislazioni che prevedono l'eutanasia?) non lo stesso si può dire per quanto riguarda quelli che Michel Foucault chiamava, in altro contesto (ma non credo poi così lontano da quello in cui si muoveva Voegelin), gli "universi discorsivi". Il nazismo è davvero finito come esperienza storica racchiusa in una sequenza di eventi temporali che lo delimitano e lo periodizzano consegnandolo alla spazzatura della storia medesima e tra i programmi politici che non servono alla naturale evoluzione del genere umano. Ma, ecco qui serviti in una semplice frase una serie di giudizi (meglio pre-giudizi) che andrebbero analizzati uno per uno se vogliamo attribuirgli un qualche senso che non sia il già troppo rassicurante incedere del progresso storico, l'indimostrata e indimostrabile miglior sorte che attende il genere umano in cammino pur tra mille traviamenti e inconsulte resistenze. Il nazismo partecipa, alla stessa stregua del comunismo, con il quale costituisce il complesso di ideologie totalitarie che ha dominato il Novecento, della medesima illusione progressista che si avvale di una versione del darwinismo sociale tuttora potente e influente. Il vano affaticarsi degli uomini nel modificare perpetuamente le condizioni del proprio vivere si è, a un certo punto della storia, autonomizzato e alienato da qualsiasi rapporto con l'ordine delle cose e la bestia sociale descritta da Platone ha avuto la meglio.
 
Naturalmente Voegelin non solo non cancella la responsabilità del gruppo sociale e nazionale che ha condiviso la situazione ma, in queste lezioni, indaga fino in fondo la struttura mentale e culturale che l'ha resa possibile. Il meccanismo nazista ha redistribuito la sua potenza "ideologica" a livello individuale, in modo tale che ognuno partecipasse della discesa negli abissi in piena consapevolezza e con il supporto articolato e razionale di una serie di discorsi distinti eppure convergenti nell'unico risultato possibile: l'adesione al programma hitleriano. Nel migliore dei casi, si è prodotto, solo come reazione, uno scarto talmente esiguo da risultare del tutto impotente sul piano dell'opposizione alla tremenda efficacia che il crimine di regime aveva ormai conquistato. La tripartizione dei discorsi collusi con il nazismo, come già accennato, è quantomai significativa: quello storiografico, rappresentato dall'incerto Schramm, con le sue falle e le sue reticenze, più o meno volute, non permette di allontanare l'ombra che grava, a ragion veduta, sulle responsabilità del popolo tedesco nei confronti di Hitler e dei suoi crimini. Quello teologico, di una pesantezza insostenibile, quanto a implicazioni e conseguenze dottrinali, perché tutto giocato su un'autoreferenzialità del teologico in grado di scardinare qualsiasi esperienza religiosa dal suo radicamento nell'umano. Quello giuridico, nel quale il gioco di sottile smarcamento dal significato profondo della giustizia sostanziale si avvale delle contraddizioni della dottrina costituzionale tedesca. Gli esiti di queste tre defaillance, sono devastanti e implicano il pieno e totale stravolgimento del senso abituale attribuibile a questi discorsi che divengono, infatti, il loro contrario, il rovesciamento integrale del loro significato, spingendo i tedeschi tra le braccia di Hitler.
 
Voegelin non fa sconti di nessun genere e, in questo senso, Walser ha pienamente ragione, «egli attribuisce un altissimo significato alla responsabilità personale, pretende il massimo dall'uomo», un uomo il cui difetto principale ed esiziale, il difetto che lo perde e lo allontana dalla propria umanità rendendolo disponibile all'inumano, è proprio quello di essersi lasciato attrarre da una "seconda realtà" disancorata e spostata irrimediabilmente dal proprio centro e da ogni riferimento alla struttura ordinata che lega insieme l'individuo e il resto del mondo. Voegelin è chiaro: «Anche se Hegel, Marx e Nietzsche uccidono ostinatamente Dio dichiarandolo morto, l'Essere divino rimane eterno e l'uomo deve continuare a vivere la sua vita sotto il segno della propria natura di essere creato e della morte. Quando la fantasia concupiscente sposta gli accenti della realtà, sovrappone alla realtà un'immagine falsa. Definiamo "seconda realtà" questa immagine fantastica. E quando l'uomo cerca di vivere in questa seconda realtà, quando cerca di trasformarsi da imago Dei a imago hominis, allora entra in conflitto con la prima realtà, il cui ordine continua ad esistere».
 
Le lezioni monacensi di Voegelin indicano il livello al quale attingere una nuova consapevolezza della tragedia storica vissuta dall'Occidente. Conseguenza diretta della rivolta gnostico-moderna nei confronti della realtà la prospettiva aperta dai totalitarismi si confonde con la credenza nel potere della conoscenza di trasformare la realtà umana in un che di perfetto. Se la separazione agostiniana di mondano (terrestre) e divino, dà luogo a una radicale dedivinizzazione del reale grazie al quale viene enfatizzato il destino eterno dell'uomo, la moderna religione gnostica del progresso finisce per dare spazio a quel processo di redivinizzazione del mondo nel quale l'incertezza connaturata alla fede viene sostituita dalle certezze delle ideologie. Un sogno, quello della potenza raggiunta per il tramite della conoscenza, risoltosi in un incubo. Una società che ha riassorbito il divino nel sistema chiuso del mondo (la religione comtiana del positivismo) non può fare a meno di divinizzare una specie che si crede in grado di salvare se stessa e a questo sacrificare ogni cosa, soprattutto l'apertura alla trascendenza dell'uomo, di ogni uomo.
 
È questa la prospettiva nella quale ci si può legittimamente domandare se sia vero che le società odierne possono fare a meno del meccanismo di auto-costrizione/ convincimento e, in fondo, di auto-assoluzione che gli esecutori degli ordini nazisti hanno ben messo in scena. Deve essere stato questo il dilemma che si presentò a coloro che presero a giudicare la società tedesca dopo la guerra.
 
Avanzare in un processo che, se portato fino in fondo, avrebbe inevitabilmente azzerato i meccanismi di normale riproduzione sociale o, viceversa, fermarsi, condannare il "male assoluto" e tollerare quello somministrato "amministrativamente". Che è forse la condizione in cui ci troviamo noi oggi e sulla quale le lezioni di Voegelin dicono molto più di quanto si creda. Perché l'arresto del processo di denazificazione, come la nazificazione della Germania, è il nostro problema. Forse il vero titolo del libro dovrebbe essere Hitler e noi.
 
Riccardo De Benedetti
 

Il grosso animale

«È come se uno avesse compreso gli impulsi e i desideri di un animale da lui allevato grande e forte e sapesse come bisogna avvicinarsi a lui e quando e per quali motivi diventa più irascibile o più mite, quali suoni è solito emettere a seconda delle circostanze, e quali, se proferiti da altri, lo ammansiscono e lo irritano; e tutte queste conoscenze, apprese grazie a una lunga dimestichezza, le chiamasse sapienza e si volgesse a insegnarle quasi avesse istituito un'arte, pur non avendo in verità la minima idea di che cosa in questi pensieri e desideri sia bello o brutto, buono o cattivo, giusto o ingiusto, ma attribuisse tutti questi nomi in base alle opinioni di quel grosso animale, definendo bene ciò per cui prova piacere, male ciò per cui si adira, e non sapesse trovare altra giustificazione che il fatto di ritenere giusto e bello ciò che è necessario, senza aver visto e senza essere in grado di dimostrare ad altri quanto in realtà differiscano la natura del necessario e quella del bene. Un uomo simile, per Zeus, non ti sembrerebbe un educatore ben strano?» Platone, Repubblica, VI