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Il Covile - N.o 293 (23.11.2005) Le ingiustizie del padrone della vigna

Questo numero


Col lontano n° 11 (12 ottobre 2001, sono già passati quattro anni, il tempo vola...) avevo aperto una rubrica che non ebbe seguito, "religiosamente scorretto" era il titolo. In realtà qualche foglio nel cassetto (o sassolino nelle scarpe, a vostro piacere) ci sarebbe, ho pensato pertanto di riprenderla. Eccovi intanto un mio parzialissimo commento ad una nota parabola. Pietro De Marco, al quale l'ho mostrato in anteprima, ne ha aggiunto un altro. In fondo anche il testo completo.
 

Religiosamente scorretto (2)


Anche quella del padrone della vigna è una delle parabole che danno fastidio. Non riesco a capire perché. Ecco il fatto: nel villaggio luogo dell'azione molti braccianti aspettano dalla prima mattina la "chiamata" che permetterà loro di ricavare quel salario così necessario alla famiglia. Un padrone deve fare dei lavori (non meglio specificati) nella sua vigna. Sulla base di una prudenziale stima della forze necessarie chiama alcuni operai concordando un salario che è facile immaginare "di mercato". Gli altri, quelli non arruolati, restano delusi nella piazza, in attesa di un'occasione di lavoro che via via si fa sempre più improbabile. Nella vigna l'impegno si deve rivelare maggiore del previsto se il padrone è costretto più volte a tornare in piazza a chiedere rinforzi; alla fine della giornata, in buona, decide di assegnare il salario intero a tutti gli operai, indistintamente, anche a quelli arrivati tardissimo.
Mal gliene incoglie: gli operai chiamati per primi si risentono per l'"ingiustizia". «Ma come - dice uno di loro - ci siamo spaccati la schiena fin dal mattino e riceviamo la stessa paga di quelli che sono stati qui poche ore!». Il padrone si secca: «Che vuoi da me? Io dei miei soldi faccio quello che voglio. Prendi quanto convenuto e sparisci. Vedo che sei invidioso.»
Nelle omelie che presentano la parabola, normalmente si dà piena ragione agli operai e, per giustificare il comportamento del padrone, si fa appello alla differenza tra la misteriosa Giustizia divina e quella umana. Si passa poi alla lettura sul piano simbolico e teologico, dove il sottoscritto è del tutto incapace di orientarsi autonomamente. Per quanto riguarda invece la narrazione vera e propria, la mia esperienza delle cose del lavoro mi permette di asserire che i protestatari hanno proprio torto.
Vediamo di chiarire. Il loro unico argomento è che hanno lavorato (e quindi sofferto, ci sembra di capire) di più, solo questo.
Ora, per quanto riguarda il lavoro, la parabola spiega chiaramente che il pagamento era a giornata, non a cottimo. Chi conosce il lavoro, anche agricolo, sa che nello stesso tempo c'è chi produce il doppio e il triplo: raramente è questione di forza fisica, più spesso di lena e abitudine: sicuramente qualche operaio arrivato dopo avrà prodotto di più di qualcuno arrivato prima.
Per quanto riguarda la sofferenza, difficile dire se è stata maggiore quella di chi ha lavorato tutto il giorno nella sicurezza del guadagno finale o quella di chi ha passato le ore nell'attesa e nella disillusione.
Insomma, in quello che sostengono quei braccianti non vedo niente di giusto, né umano né divino: vedo invece l'umanissima miseria di chiamare ingiuste le cose che non ci favoriscono e insieme l'altrettanto umanissimo "ressentiment", l'invidia, per le fortune (e la bontà) degli altri.
La giustizia umana non va né può andare molto oltre i patti: i Romani, che di Diritto se ne intendevano, dicevano Summa ius summa iniuria, "giustizia estrema, estrema ingiustizia". Questo ricorda aspramente il padrone della vigna.
 
sb
 

Sulla parabola del padrone della vigna


Quanto a Matteo 20, è giusto sottolineare la ineccepibile giustizia del padrone buono (e la plausibilità, persino, di una giustizia distributiva: chi può dire che chi ha lavorato un'ora non abbia lavorato meglio?). Ma il significato radicale della parabola è, certamente, altro. Persino il contrario del summum ius summa iniuria. E' una "parabola del Regno", e indica la rivoluzionaria logica della Salvezza. Almeno in due direzioni: nel senso della parziale irrilevanza dei meriti (parziale, perché tutti hanno comunque lavorato, ma anche irrilevanza, perchè a Dio che salva non si presentano conti: "a me spetta di più"; davvero assoluta originalità cristiana questa), e della parziale irrilevanza della antichità della elezione (i primi vignaioli sono il popolo d'Israele, gli ultimi sono i Gentili; ma la salvezza, la partecipazione al Regno, degli ultimi non è inferiore a quella cui Dio destina i primi). Nel fondo c'è il mistero straordinario della chiamata alla salvezza di tutti, ad ogni ora ("nessuno ci ha chiamati", dicono gli operai trovati per le strade all'ora quinta). La ribellione degli operai della prima ora è, da un lato, la spontanea ribellione dell'ebraismo all'idea di una elezione/chiamata dei Gentili al patto con Dio; dall'altro la figura della costante ribellione del fedele - anche cristiano - di fronte alla generosità di Dio per coloro che non lo meriterebbero (la parabola del "figliol prodigo" è una delle parabole complementari a questa) e, comunque, per gli ultimi venuti. Ma la parabola dei "operai della vigna" (che ha poi versioni attivistiche; è cara alla pastorale e alla spiritualità di missione; vale per ogni tipo di "ultimi" che si evochino) è una profonda figura della Storia della salvezza, che inizia con Israele e include(rà) sempre uomini e popoli nuovi fino all'ultimo istante della storia. Le parabole del Regno sono, in fondo, teologia dell'onnipotenza salvifica (che può condurre a tematizzare il nulla dell'uomo), o come si preferisce sottolineare ora, del traboccante amore di Dio per ogni uomo. Il padrone della parabola non è dunque un soggetto che amministra impietosamente una giustizia come conformità ai patti; la summa iniuria distributiva è la rivelazione del supremo riscatto di tutti. Resta il mistero della salvezza (o meno) di coloro che in quel giorno non furono chiamati (se ve ne furono).
 
Pietro De Marco
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: "Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?" Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella mia vigna".
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo". Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi"» (Matteo 20, 1-16)