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Il Covile - N.o 296 (18.12.2005) Riciclare l'obsoleto (di Pietro De Marco)

Questo numero


Di tanto in tanto riusciamo ad ottenere qualcosa dell'amico De Marco in esclusiva per gli amici del Covile. Godiamocelo. Intanto sottolineate in rosso nella nuova agenda che il 10 gennaio alla Libreria Martelli di Firenze ci sarà l'attesa presentazione del suo ultimo lavoro, Apparizioni quotidiane, Libreria Editrice Fiorentina, introdurranno Luciano Martini, Franco Banchi, Franco Camarlinghi. Gli auguri a tutti nella prossima, intanto vi giro i suoi.
 

Riciclare l'obsoleto - La polemica contro la presenza pubblica della Chiesa (di Pietro De Marco)


Per dirla con tutto il garbo possibile, vi è nella discussione in corso, anche nell'opinione cattolica, sul "silenzio" dei laici qualcosa di insoddisfacente, se non di ambiguo. La domanda soggiacente (o esplicita) a "Cosa pensano i laici cattolici italiani del momento civile, delle tensioni tra chiesa e legislatore, chiesa e laicità?", ha entro e fuori l'orizzonte cattolico una forma prevalente: "Vi è divergenza nei laicati rispetto alle posizioni dei vescovi (come Conferenza episcopale), e se vi è perché non prende corpo, ovvero come può prenderlo?". La richiesta di dare (o di prendere) voce è essenzialmente un interrogativo su possibili dissensi dall'episcopato (come totalità o maggioranza) e sulla loro consistenza; dissensi più significativi se localizzabili in soggetti (laicali) capaci di fare opinione, e di contrappesare (anche in termini di lotta politica) quelle che vengono considerate le scelte della gerarchia.
 
Sono molti anni che (in termini del tutto analoghi, e con implicazioni di esplicito dissenso da Roma) si insiste su un magistero papale che, avendo assunto l'iniziativa di una costante presenza e sollecitudine universale, avrebbe tolto spazio e iniziativa, quindi vitalità, alle chiese particolari, agli episcopati, alle culture spontanee. Si trattava (e si tratta ancora) di una tardiva memoria della "divisione dei compiti" tra clero e laicato, maturata in altri decenni e rivolta allora a legittimare (e a conservare "autonomia" a) la lunga vicenda otto-novecentesca dei laicati militanti nel terreno sociale e politico. Ma spiace ricordare che i teologumeni (di cui ricordiamo una stagione di fecondità, per quanto limitata e non senza effetti imprevisti e indesiderabili) dell'animazione e della consecratio del "mondo", non hanno mai significato né implicato nelle sedi teologiche un silenzio magisteriale (né ad intra né ad extra) come conseguenza di una in sé impossibile "divisione del lavoro" che sottraesse spazi di "competenza" al carisma gerarchico.
 
Ora, entro la stagione delle lezioni alla Chiesa italiana e al mondo cattolico sul "silenzio del laicato", introdotte nella sperimentata didattica sul "tradimento del Concilio", sembra aprirsi una nuova offerta formativa: un ciclo di lezioni sullo sperpero del lascito di Papa Wojtyla che la Chiesa starebbe perpetrando. In questi termini Marco Politi (La Repubblica, 8 dicembre 2005) oppone ad una calda immagine del magistero carismatico di Giovanni Paolo II il freddo agire calcolante della "chiesa italiana". Politi non riesce, in effetti, a conservare ferma la mira su tale "manovrare, troppo simile a quello di qualsiasi grande impresa o partito". Non c'è bisogno di un occhio linceo per cogliere sullo sfondo dell'attualità civile e religiosa la parola di Benedetto XVI, e al vaticanista la cosa non sfugge. Apprendiamo così che, mentre la Chiesa italiana opera per "inquadrare [i dotti direbbero 'disciplinare'] i cittadini con misure amministrative (!)", il pontefice divide il mondo in due parti, "i fautori della vera fede e dell'autentica concezione dell'essere umano" e "il mucchio dei cosiddetti relativisti"; ci viene anche insegnato che questo è "moralmente e razionalmente inaccettabile nella società contemporanea", globale e policentrica ed altro ancora. E mentre (anzi, poiché) questo accade, veniamo avvisati di un "impercettibile allontanarsi [dalla Chiesa] e raffreddarsi di quanti per molto tempo [si tratta, per Politi che cita altri, del tempo del pontificato di Giovanni Paolo] hanno visto nella Chiesa un interlocutore nuovo e portatore di senso".
 
Completiamo il piccolo paradigma. Perché questo improvviso "non tacere" della Chiesa, questo "forzare l'ubbidienza [degli uomini, dei cittadini] con provvedimenti contrattati nei corridoi" del potere politico? Il vaticanista ha "la sensazione" che la gerarchia voglia mascherare così "il proprio deficit di persuasione delle libere coscienze". Nella stessa pagina di Repubblica Michele Serra viene in aiuto a Politi; Serra sa, avendo letto Gad Lerner, che "le ossessioni identitarie, il dogmatismo invadente nascono sempre dalla debolezza, dalla paura, dalla fragilità ideale". Talora si usa questa formula passe-partout per spiegare (malissimo) i "fondamentalismi"; nel mirino di Serra vi sono modestamente i vescovi italiani che, per loro "impressionante debolezza", ogni giorno prendono posizione su qualcosa.
 
Qualcosa crea subito disagio di fronte a queste diagnosi, ed è la evidenza del déjà-vu; vi è qualcosa che non sia già stato detto della chiesa di Wojtyla? In effetti argomenti quali il folle forzare (in dottrina e costumi) l'uomo moderno con divieti, il conseguente perderlo, la mancanza di "umanità", per i gay, le donne, le coppie (di tali accuse di "crudeltà mentale", trasferite al presente, il testo di Politi abbonda), tutti sintomi della paura, sono parti di un diffuso giudizio "critico" sul papato di Wojtyla. Almeno fino a quando è stato possibile fingere a sé e agli altri che fosse un giudizio credibile: gli atti del pontefice, per primi, sono l'espressione del suo "non abbiate paura!". Restano pezzi di quel giudizio nella formula delle "chiese di due papi in uno", ovvero la chiesa del "dio che tace" (quella autentica, s'intende) da un lato, e la Chiesa che cerca la visibilità, la Chiesa utile e neomedievalistica, dall'altro, formula usata da Giancarlo Zizola. Anche la chiesa "matrigna", incapace di perdonare e di molte altre cose, di Alberto Melloni è la chiesa di Wojtyla. Nella polemica corrente contro la chiesa di Papa Ratzinger, e del card. Ruini, dunque, sono riutilizzate come brillanti novità le formule già spese contro il papa polacco; mentre Giovanni Paolo II, oggetto per decenni di sprezzante (quanto vana) aggressione, è ridotto per comodità polemica ad un'icona da levare contro la CEI; proprio come si era brandita l'icona di Papa Giovanni contro Wojtyła. Da quanto tempo gli apologeti dell'ultima ora ritengono che "con Wojtyła parlava una Chiesa capace di porsi al crocevia esistenziale, in cui si intersercano angosce quotidiane e incertezza spirituale"? Poiché vi è stato chi ha creduto veramente qualcosa del genere e ben altro, e lo ha detto, per lunghi anni tra irrisione e silenzi, l'uso contingente dell'elogio di quel grande papa esigerebbe un controllo di legittimità.
 
Due suggerimenti ai nostri polemisti. Il primo. Pare ancora presto per riutilizzare sull'attualità religiosa vecchi appunti, semplicemente cambiandovi i nomi e le date; il bricolage è troppo evidente. Il secondo. La recente politicità della Chiesa italiana è stata in effetti rifondata nell'arco del pontificato di Giovanni Paolo II; ed è figlia del suo sguardo teologico e del suo coraggio. Sarà bene per i critici considerarla una evidenza di grande portata, nel quadro europeo successivo alla seconda Guerra, e cercare strumenti di giudizio adeguati. Con un linguaggio che appartiene ad altre cattolicità europee si può affermare che i Vescovi italiani, con la leadership "straordinaria" (nei molti sensi) del loro Presidente, rendono esplicita la natura di pillar (di pilastro) che la chiesa ha nella società. Ma di tale pilastro non chiedono la cura conservativa; ne rivendicano ed esercitano anzitutto il ruolo, costruttivo e civilizzatore (non ho timore di questi aggettivi), che gli è proprio.

Pietro De Marco