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Il Covile - N.o 298 (20.12.2005) Buon Natale, ancora con Tito Casini

A tutti gli amici auguri di Buon Natale


L’anno scorso a Natale avevo promesso altri racconti dal mio Mugello. Di parola.
 

Ciro Ferri, Sacra Famiglia
 

Così disse Martin Buti (di Tito Casini)


Occorre dunque aver fondato un impero, o un sistema di filoso­fia, o una scuola letteraria, perché un detto o un fatto degni di storia passino effettivamente, col nome del loro autore, alla storia, per l'ammestramento o per il divertimento dei posteri?

Così va il mondo, e può darsi che vada bene; ma se non andasse così, Martin Buti sarebbe in grande nominanza presso la gente. In­vece, il suo nome ricorre solo nelle veglie, d'inverno, su' miei monti, o, di primavera, fra i racconti e le faccende della tosatura. Martin Buti! chi era dunque costui?

Era un semplice pastore, ed era per l'appunto uno che si curava poco della fama. Capirete: con nove o dieci centinaia fra pecore e ca­pre, tutti gli anni in aumento, con tutta questa bella ricchezza viva e feconda sotto di sé — era pure il padrone del gregge che parava — pote­va ben fare a meno e della fama e delle scappellature e del titolo di signore... Si capisce che non voleva nemmeno esser canzonato, e a qualcuno che ci si provò fece passar presto la voglia. Così, una volta che due o tre spiantati del paese, andando a spasso per non aver al­tro da fare e vedendolo con le sue pecore, vollero ridergli dietro per­ché le parava da sé, Martin Buti, senza scuotersi, rispose: “Sì, le paro da me: che volete, giovanotti? le son mie...”

Sicuro che le parava da sé! Prima di tutto perché l'occhio del padro­ne vai più di tutti i garzoni, poi perché i suoi studi erano stati solamente studi da pastore — badare le pecore, governarle, medicarle o spellarle secondo il caso, lavarle, tosarle o dargli il frutto a suo tempo, vendere o rallevare gli agnelli, mungere, fare il presame, fare il cacio, conser­varlo, e via di seguito — e poi anche perché la vita del pastore gli garbava, e poi, infine, perché ciascuno è padrone di fare quel che gli piace, e a lui piaceva, nonostante fosse ricco, nonostante potesse tenere quanti più garzoni volesse, nonostante tutto, gli piaceva di star dietro alle pecore.

A chi non dobrebbe piacere? Passare i giorni fra le selve dell'Appennino l'estate, per le praterie della Maremma l'inverno, bevendo alle fontane, dormendo all'ombra dei lecci o dei faggi, lontano dagli uomini ambiziosi e rissosi... Ce n'è e n'avanza per amar quella vita e invidiare i pastori. Martin Buti faceva in ogni modo il pastore.

Ragion per cui, non meno di due volte l'anno, egli passava dalla città, ossia da Firenze: a primavera avanzata, quando di Maremma riconduceva il suo gregge ai pascoli della montagna, e a mezzo l'au­tunno, rifacendo a rovescio la medesima strada.

Passava, lento e solenne come un antico patriarca, sospingendo nel medesimo antico ordine il suo armento. In testa, il branco cornu­to e barbuto, nero e puzzolente dei becchi e delle capre; dietro, i di­messi somari con le provviste e ogni bagaglio dei pastori; quindi, con gli occhi biechi e le robuste corna a più giri, i montoni dai gravi cam­pani; dietro a loro, tutto il grosso del gregge, il branco lanoso, serra­to e belante delle pecore, degli agnelli e dei castroni. Ultimo veniva, circondato da' suoi cani, il padrone e capopastore, mentre i garzoni, camminando a tratti a tratti lungo l'armento, ne dirigevano e solle­citavano la lenta, polverosa marcia.

Giunto alla tappa di Firenze, Martin Buti lasciava il gregge in custodia ai garzoni, ed entrava in città. A far che cosa? Oh, bella! Uno che è padrone di novecento o mille pecore, che ha da vendere ogni anno centinaia di agnelli e quintali di lana e quintali su quintali di cacio, avrà bene le sue cose da fare in città! Martin Buti entrava, in ogni modo, in città.

Vi entrava così com'era, ossia in abito da pastore: scarponi grossi e ferrati in piedi, ghette di cuoio ben cignate intorno alle gambe, calzonacci di fustagno o di mezzalana fermati a cintola da una gran fuciacca rossa che gli ciondolava sul fianco, corpetto di pelle di capra con tutto il pelo attaccato, giubba come i calzoni e con la gran tasca di dietro da metterci anche l'agnello nato di fresco, che non può te­ner dietro alla madre, cappellaccio a gran tesa, buono contro l'ac­qua e il sole, grande incerato a tracolla come uno schioppo e bastone di leccio in mano.

Uno che è padrone di tutta quella roba che s'è detto ormai due o tre volte, sarà ben padrone anche di entrare, se gli pare, a pigliare un caffè; e, se gli pare, anche in un caffè di piazza del Duomo. Padronissimo; come di fatti, una volta, Martin Buti vi entrò. Una volta sol­tanto? Chissà quante! ma quella che dico io è degna d'esser rammenta­ta, a gloria di lui, a esaltazione della modestia, a confusione degli scioc­chi e a conferma della vecchia sapienza che l'abito non fa il monaco.

Una volta, dunque, trovandosi in piazza del Duomo, Martin Buti ebbe voglia di pigliare un caffè. Cercò di una bottega, ne vide una piuttosto di lusso — ma il lusso non metteva suggezione a Martin Buti ed entrò.
Al suo entrare, orrore di quattro o cinque cittadinelli lì ai tavolini a succiare un po' l'orlo di una tazza e un po' una cicca di sigaretta!

— Chi è questo cencioso che non si vergogna di mettere i suoi piedacci dove siamo noi, di sedersi dove ci sediamo noi, di ordinare il caffè come l'ordiniamo noi, quasi fosse una bevanda per la sua bocca...?
E buon per lui — dirò così — che lo sdegno si cambiò presto in ilarità! Muto lo sdegno e muta l'ilarità; Martin Buti capì lo stesso, ma finse di non capire, come pure vide, e finse di non vedere, che quelli a cui s'era messo vicino cambiavan di posto, scostandosi da lui.

Prese il suo caffè imperturbato, anzi con l'aria di chi si sente tutt'altro che a disagio e quasi d'abuso lì dove si trova; bevve l'ultima sorsata quando gli altri bevvero l'ultima, e quando gli altri ebbero pagato — intascando con sublime disprezzo il resto, contato con 1'occhio mentre il garzone lo rifaceva — anche Martino si cavò di tasca e buttò sul marmo del tavolino la sua moneta: un bel marengo d'oro che que' signori compari non si sarebbero neppur sognati potesse uscire da quelle brutte tasche pelose di quel corpetto.

Restarono certamente un po' mortificati a quel suono e a quella vista, ma il bello non era ancora venuto.
Il bello fu quando il garzone, meravigliato certo anche lui, mise mano a fare il resto. Martino fece col capo un segno negativo e disse insieme, guardando a sua volta con aria di naturale superiorità quei cittadinelli rimasti tutti muti, disse grave e solenne:

“Martin Buti non piglia resti”.

Tirò fuori da una tasca la sua gran pipa di scopa a testa di re incoronato, levò da un'altra una borsaccia di pelle piena di tabacco, riempì la pipa e accese strusciando ai calzoni lo zolfino, calcò col polpaccio del dito grosso la carica accesa, tirò due o tre volte, e quindi raccolto il suo bastone e alzatosi, si avviò con la medesima sovrana indifferenza e fumando, verso la porta.

Il garzone si precipitò ad aprirgliela.
 
Tito Casini
 
Da I giorni del ciliegio