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Il Covile - N.o 300 (14.1.2006) Speciale architettura religiosa

Numero trecento - Speciale architettura religiosa


Ritengo d’obbligo festeggiare i numeri con due zeri. Per l’occasione vi offro un impegnativo (anche per i megabyte che satureranno la vostra casella di posta) confronto sull’architettura religiosa nel quale sono riuscito ad incastrare Pietro De Marco, che spesso abbiamo il piacere di pre editare nella nostra NL, il nostro collaboratore d’oltreoceano Nikos Salingaros e il verace napoletano Alfonso Martone.
Sono certo che a questa riflessione avrebbe volentieri contribuito Carlo Poggiali, l’amico e il maestro che abbiamo perso lo scorso anno e che già aveva brillantemente dialogato con Nikos. Lo ricordiamo con una sua bella poesia (ne arriveranno altre…).
Come nei DVD, il tutto è arricchito da extra tra i quali il carteggio che ha preparato-accompagnato la raccolta (si noti che da parte mia non ho fatto niente: mi piace immaginarmi come i celebri doganieri della poesia).
[NB: di questo numero è disponibile anche una versione PDF, stampabile con migliore risultato.]

Una poesia di Carlo Poggiali

Quando Lao-Tsè a cavallo della vacca
verso il confine di Nord-Ovest
nelle ultime terre coltivate
prime avvisaglie refoli di freddo
funzionari tristi a capo chino
i denti guasti del mattino
verso un sole freddo l’occhio spento volgevano,
Lao-Tsè, dico, sorridente e stanco dal viaggio
si ferma alla dogana accolto gentilmente
mentre la vacca dalle nodose corna ricurve
( bufalo o zebù ) bruca l’erba
scioglie i bastoncini d’inchiostro nella prima acqua
e riempie fogli di carta sotto lo sguardo fiacco
dei doganieri annoiati
al limite delle terre coltivate
dense dei fiori degli alberi da frutto
mentre la polvere lontana in pace
coi barbari gonfi di burro ma senza malizia eccessiva
si appresta ad accogliere il nostro modesto eroe
dentro le immutabili pianure della Saggezza.

Imago e civitas Dei (di Pietro De Marco)


1. Ho rivisto dopo quasi trent'anni il duomo di Monreale. Avviene di trovarsi sgomenti di fronte ad una apparizione totale e inattesa, ed io non ne ricordavo così l'interno, la grande e complessa nave istoriata. In quella vertigine la “coltre musiva” (come si esprimono le guide) è parsa offrirsi con la sua chiave, ovvero come evidente repraesentatio della Civitas Dei. Non è forse lettura nuova, ma è caduta in una congiuntura propizia. Sto lavorando sul grande teologumeno agostiniano che ci apre all'essenza della Religione (oltre e contro la sua persistente lettura ego-centrica).
Appena un promemoria. La Civitas Dei è (né potrebbe essere altro) l'unione della societas celeste degli angeli e dei beati, della societas terrena del coetus fidelium (una societas itinerante e di itineranti, che si 'confonde' genealogicamente con la civitas hominum e ne emerge). La stessa civitas hominum si prolunga necessariamente (e si assolutizza, in un opposto percorso, su questo asse cielo-terra) nella civitas diaboli. La stratificazione e comunicazione di civitates nella civitas Dei (la sua complexio umano-divina) è parte essenziale della sua natura teo-ontologica e della sua azione nella storia.
Intimamente legate a questa visione di politica sacra della storia universale, le formule ecclesiologiche di Agostino ci riconducono anch'esse alla Chiesa degli angeli e alla Chiesa degli uomini, alla Chiesa della patria celeste e alla Chiesa pellegrina (società fondata da Gesù, sua sposa e suo corpo), organismo cui già appartenevano i giusti dell’Antico Testamento. Decisiva per il cristiano questa corrispondenza (talora in Agostino complementarità) tra le figure della Chiesa e quelle della Città di Dio. Tota accipienda, non solum ex parte quae peregrinatur in terris, verum etiam ex illa quae in caelis semper (Enchiridion, 56), la Chiesa nella sua realtà presente è formata dalla communio di due parti, una della terra, una del cielo; insieme temporalità ed eterno. Si può anche sostenere che in Agostino Chiesa degli angeli e Chiesa di quaggiù siano partecipazioni di grado diverso alla perfezione della Città definitiva (°).
Non sorprende che gli stessi tratti appartengano, allora, alla Gerusalemme celeste (che fa da tramite tipologico all’idea di civitas). Ierusalem mater nostra aeterna in caelis. La parte beata sussiste nella chiesa angelica (quae in sanctis angelis et in virtutibus Dei est ecclesia), ovvero nella Gerusalemme escatologica (rigorosamente antimillenaristica) ove sine labore et sine fine vivendum est.
I luoghi agostiniani che esplorano corrispondenze e reciproca trasparenza tra Civitas, Ecclesia e Ierusalem sono una chiave perfetta per il complesso figurale del duomo monregalese, considerato nella unità di impianto murario e icona, di realia architettonici (quell'edificio) e di simbolo (l'oltre di quelle mura e di quelle immagini).
Ciò che appare alla comunità radunata in quello spazio è appunto una epiphania della Civitas Dei quale sussiste nel coetus angelorum, nella sovranità del Risorto (il Pantocrator), nei santi. E contemporaneamente il populus si conosce anche come coetus qui peregrinatur, itinerante e salvato, specchiandosi nella storia sacra che qui invade le pareti (celebre il ciclo di Noè), così come nel De civitate di Agostino costituisce l'orditura della drammatica narrazione delle historiae mundi.
 
Duomo di Monreale - interno

 
Per il fedele volgersi alla cattedrale è accessio ad montem Sion, esservi dentro è autentica contemplazione di Gerusalemme, Mater illa caelestis, è partecipazione per imaginem alla Città di Dio già realizzata. Cfr. Hebr. 12, 22-24. Sed accessistis ad Sion montem, et civitatem Dei viventis, Ierusalem caelestem, et multorum millium angelorum frequentiam, et eclesiam primitivorum, qui conscripti sunt in caelis.
Il realissimum terreno dell'edificio e dell'assemblea, e l'essenziale autotrascendenza dell'immagine sacra (l'immane mosaico in cui si dispiega il sapere salutare), sono per quel popolo la presenza perfettamente ammaestrante del mistero e, ad un tempo, coniugano in quel popolo l’evidenza delle duae civitates.
 
Duomo di Monreale - soffitto

 
2. Rimuginando queste cose, fortunosamente presenti alla memoria per una fresca rilettura del Lamirande (L’Église céleste selon Saint Augustin, Paris, 1963 [Etudes augustiniennes]), mi è parso di capire meglio una tenace diffidenza (pur nel coinvolgimento estetico) per la purezza aniconica degli interni delle chiese contemporanee, di alta o di modestissima architettura, cattoliche e noncattoliche o di uso misto, come avviene frequentemente nel nord Europa.
È appena il caso di ripetere che la parete bianca, in uno spazio destinato e consacrato, opera come sgombro specchio (oppure, e molto meglio: come schermo bianco) per i fantasmi e le passioni dell'anima. La storia, le icone che vi si proiettano (che l'anima vi proietta) sono le historiae della propria singolarissima vita. Certo, questo avviene sempre, anche di fronte all'immagine sacra, alla statua del Sacro Cuore, alle lacrime di Maria; eppure in modalità tutt'affatto diverse. L'immagine sacra accoglie e assorbe il moto, l'irraggiamento, dell'anima, vi si sostituisce e viene incontro all'anima come l'Altro salutare, come Mondo (sacro e infinitamente sensato) che spezza ogni circolo solipsistico.
Immersa nel/Proiettata sul biancore aniconico l'anima non esce, invece, veramente da sé se non nella specularità, e nella forma eventuale di una quiete da saturazione estatica, pericolosamente ai limiti dell'irreligione. Quelle pareti pure, che sembrano veicolo di trascendenza (perché così illusoriamente prossime all'indicibilità di Dio), sono invece impenetrabili alla Trascendenza perché amorfe. Al dio delle grandi Fedi si giunge (ci si approssima, la accessio) solo percorrendo le tracce, i segni, i saperi che ci sono stati donati/rivelati, e senza i quali la fede si smarrisce.
Ma vi è nel gesto ammaestrante e riassumente del Pantocrator di Monreale qualcosa che mi preme di più sottolineare. Senza immagini (icona come sapere e presenza, non come “mistica”) della historia salutis e della Gerusalemme celeste lo spazio della chiesa cristiana non perde semplicemente e genericamente “sacralità”; perde il suo essenziale tratto rivelatore della nostra divino-umana cittadinanza. Anche a chi sia inconsapevole di tale apocalissi, viene trasferito un sapere effettivo (in certo modo sperimentale) per il solo fatto di immergersi nella complexio architettonico-imaginale. Tra altri uomini, plebs sancta, preso nell'azione liturgica e nel divino congegno della figura, per cui anche il Primo e il Secondo Adamo mi sono presenti, e sono compresenti e compazienti i Martiri e i Beati, mi scopro membro della civitas Dei viventis tutta, mi so (fosse pure atematicamente, per usare un linguaggio tecnico) già e non ancora caelestis.
Ed anche della recita del Rosario si può fare un momento di contemplazione della civitas Dei, poiché le “stazioni” sono un percorso nella Gerusalemme della nostra salvezza, momento assiale della storia della Città di Dio, gestazione della Chiesa e sanguine Christi (misteri dolorosi).
 
3. Concluderei con queste osservazioni a partire dalle evidenze di Monreale. L’intero complesso mosaicale esprime l’idea fondamentale della civitas dei agostiniana, presente nella realissima forma della peregrinatio fidelium (che convergono nella chiesa edificio) e nella civitas Dei coelorum, che è “rappresentata” dalle epifanie dei santi e di Maria (sotto la regalità totale di Cristo).
L’edificio, che incorpora l’assemblea e il sacramento nello scrigno delle rappresentazione dei cieli, unisce, come in Agostino, cielo e terra. Contemporaneamente la storia sacra fa sì (nella percezione dei sensi spirituali, come nella obiettività del sapere cristiano) che la civitas Dei non sembri risolta nella verticalità di un presente o istante, ma tragga senso dalla temporalità esemplare del populus Dei e dell’Incarnazione.
Così, ancorata alla dottrina della civitas dei (e delle duae civitates), l’iconografia, più che biblia pauperum in effetti repraesentatio e presenza della pienezza/unità della civitas stessa, appare teologicamente vitale, indispensabile.
Se questo sapere della cittadinanza divina (categoria, sono propenso a credere, capace per analogia di cogliere la costituzione di ogni Tradizione religiosa) è essenziale al consapersi cristiano, di tale sapere l'impuro iconico delle chiese (cattoliche e ortodosse) è veicolo e conferma vivente; il puro aniconico è la negazione. Perciò diffido degli spogli spazi di preghiera comune e di culto, in cui appare (magari) solo una croce senza l'immagine del Figlio. L'anima non riposa in se stessa; cor requiescit in Deo, ci indica Agostino; un Dio di Parole e Atti, di Forme e Figure, che edifica un Popolo e traccia esemplari percorsi di Grazia. La religio iconofobica, cui tutto questo ripugna, derealizza i saperi della Fede. Né la momentaneità dell’ascolto può sostituire l’epifania dell’Oltre, il certo apparire del coetus sanctorum, il già della civitas Dei rappresentata.
La chiesa aniconica (alla Richard Meier, come quella romana del Dio Padre misericordioso del quartiere di Tor Tre Teste), come le spoglie chiese d’arte moltiplicatesi del Novecento, sono luoghi esemplari di una “spiritualità” in cui l’anima ipertroficamente concentra e forse divora in sé la civitas Dei. Contempla se stessa (ansie, estasi, slanci) e ritiene che questa contemplazione sia la vera sapienza con cui presentarsi a Dio. Le chiese aniconiche sono per (neo-)chrétiens sans eglise, ovvero per ecclesiologie senza storia sacra né cielo (cioè senza communio sanctorum), per fedi “spaesate”, senza l’orizzonte (e la realtà) della civitas celeste e pellegrina.
 
Pietro De Marco
 
NOTA (°) Importanti le definizioni di civitas come concors hominum multitudo (De civ. I, 15, 2) e hominum multitudo in quoddam vinculum redacta concordiae (id. XV, 8). L’analogia politica è forte (v. i tentativi di area tedesca di rendere civitas con Staat oltre che con Bürgerschaft, Gemeinschaft, Volk Gottes). Nella tavola delle frequenze del De civ., civitas (588) precede populus, e a scalare gens, regnum, ecclesia (184), res publica, imperium, societas, urbs (89), Ierusalem (82), patria (62).
 

Imago et Civitas Diaboli (di Nikos A. Salingaros)


1. Leggiamo spesso della Civitas Dei nella letteratura ecclesiastica. Nella mia prospettiva la Civitas Dei è anche la concezione di un ambiente architettonico-urbanistico ideale. Ma più che essere la prescrizione d'una forma urbanistica ottima, essa riguarda l'adattamento di materiali, di forme e spazi, ai bisogni umani, fisici e soprattutto spirituali. Gli esseri umani sono imperfetti, hanno bisogno di rapportarsi con Dio senza il quale non sono altro che animali inferiori. La Civitas Dei ci offre un’idea e un fondamento materiale che facilitano il rapporto con Dio, così che la parte materiale (città fisica) non è altro che la porta d'ingresso all’unione dell’umanità col suo Creatore.
 
Duomo di Monreale

 
Non è facile dire quali delle nostre città rappresentino effettivamente un’immagine della Civitas Dei, ma,anche se in modo approssimativo, posso suggerire come esempi di questa ricerca i centri antichi e medievali delle città italiane (quantomeno un’idea della Civitas Dei sopravvive in quei luoghi che non sono stati rovinati da intrusioni di altro carattere, più moderno). Nella disamina sorge subito la domanda: “Come caratterizzare le intrusioni che alterano la Civitas Dei?” Ovviamente, esse sono parte della Civitas Diaboli, perché impediscono l'unione del civis con l'universo e l'anima universale. È per noi un’immagine semplice ma efficace quella della Civitas Diaboli contro la Civitas Dei, e utile, come sempre in casi filosoficamente complicati, perché l'opposizione tra il bene e il male è semplice da capire.
La definizione della Civitas Dei dipende dai legami: legami tra gli esseri umani e il loro Creatore, tra le diverse persone, amici e stranieri, tra l’umano e l'ambiente edificato, tra edifici vicini, tra gli edifici e lo spazio pubblico aperto, ecc. Questi legami eventualmente conducono ad una connettività più profonda, anche spirituale. In termini scientifici, la manifestazione della Civitas Dei sulla terra è un complesso interconnesso, come un grande programma per computer.
Tutto vi deve funzionare assieme, in modo connesso; ma i legami urbanistici (nonché quelli spirituali) non sono evidenti in maniera analoga, perché per la maggioranza non sono percepibili con esperimenti scientifici. La struttura della città non si scrive in linee di codice software; se così fosse infatti, non avremmo tutti i problemi urbanistici e sociali che portano danno alla nostra società. Si può correggere un programma d'informatica perché gli errori sono evidenti una volta trovati (e la difficoltà risiede nel trovarli fra mille linee di codice), ma lo stesso non può essere fatto nella città. Oggi si costruisce un tessuto urbano sconnesso senza realizzare che vi è un errore profondo.
La Civitas Diaboli è la concezione di un universo sconnesso. Proprio come nelle sette pseudoreligiose, ove la tattica d'indottrinamento comincia con la separazione dell’individuo dalla sua società, dalla sua famiglia, dalla sua cultura, dalla sua fede natale, per includerlo poi nella setta, che d’ora in avanti definisce una falsa realtà alternativa. È un esercizio di potere, un potere enorme che viene dal controllo di anime perdute, cioè di persone separate dal mondo reale che dipendono dalle promesse e le bugie della setta. Naturalmente, questa sconnessione si pratica nell’urbanistica e nell’architettura per costruire la Civitas Diaboli, un ambiente sconnesso che catalizza una separazione insidiosa tra gli esseri umani e l'universo. Non parlo in termini teologici, ma strettamente umani, perché sono architetti nichilisti (purtroppo molto celebri) quelli che costruiscono l'ambiente sconnesso.
E come caratterizzare una costruzione che appartiene alla Civitas Diaboli? Il metodo più facile è di studiare le connessioni: le connessioni interne, con gli edifici vicini, con gli spazi aperti, tra muri e superficie ed esseri umani, ecc. Meno troviamo connessioni, più abbiamo una rappresentazione della Civitas Diaboli. Ovviamente, anche un'architettura minimalista nega tali connessioni, e fa parte della Civitas Diaboli. Le mura lisce, il cemento nudo, grezzo, il minimalismo insomma, tagliano le connessioni visuali e sensoriali e la loro applicazione sulla scala più piccola: quella a misura del corpo umano. Alcuni critici fanno circolare idee errate dichiarando il minimalismo come “semplicità”, non capiscono che la semplicità nella natura si esprime con una complessità profonda. Qualsiasi cosa “semplice” nella natura nasconde un meccanismo incredibilmente complesso ed organizzato. La parola giusta è “coerente”, non “semplice”. Non esiste in natura un “semplice” vuoto.
La Civitas Diaboli, definita da Le Corbusier e da altri “eroi” dell’architettura del ventesimo secolo, è stata costruita nel dopoguerra in molte parti del mondo. Peccato che queste idee mostruose ed anti-umane siano state legate a speranze politiche utopiche, che hanno giocato un ruolo chiave nella loro diffusione. Una geometria astratta, vuota, morta, viene identificata con lo sviluppo economico e sociale; l'espressione della liberazione (dal passato soffocante e ingiusto) è cercata attraverso la geometria. Come se, bevendo la ***Sani Cola, si diventasse più belli, intelligenti e popolari (inganno molto remunerativo per i dentisti). Nel dominio spirituale la coesistenza tra Dio e Diavolo non è possibile, così che, sulla terra, la Civitas Diaboli distrugge la Civitas Dei, rimpiazzando gli antichi vicinati con rettangoli di cemento, acciaio, e vetro. Il tessuto urbano vivente viene tolto, cancellato, per poi edificare spazi e fabbricati sterili. I vecchi edifici vengono distrutti perché non più alla moda, non conformi alle immagini della geometria “pura”. Anche le vecchie chiese sono “rinnovate”, ordinate allo stile minimalista, “ripulite” dalle informazioni visuali che vi rappresentavano secoli di significati.

Richard Meier - Dio Padre Misericordioso - bozzetto

 
2. L’architettura decostruttivista è molto di moda oggi, elogiata dai critici di architettura più rispettati. Per quanto molto diversa dal minimalismo del cemento grezzo, ne segue i passi, disconnettendo l’aspetto ordinario delle superfici. È un’altra espressione del nichilismo, introdotta negli anni '80, e promossa da Philip Johnson, un architetto molto influente, fondatore del partito Nazifascista Americano nel 1937. Curioso che lo stesso uomo, caratterizzato come “diabolist” da Bertrand Russell ("Your friend Philip is a diabolist"), abbia introdotto e promosso già negli anni '30 un modernismo minimalista. Il decostruttivismo (decostruzionismo) propone certamente una forma visuale complessa, ma mancante di organizzazione e connettività; quindi senza vita o Dio. Dio ama l'imperfezione, cioè, l’uomo; il Diavolo è assoluto e intollerante perché s'interessa soltanto del potere. Quello che il Diavolo non può controllare, lo distrugge. La decostruzione architettonica rappresenta il nichilismo manifesto nei materiali, come la pseudofilosofia decostruzionista rappresenta il nichilismo nella società. L'intelligencija accademica adora oggi queste teorie francesi — un altro esempio di come le persone più intelligenti sono capaci delle stupidità più disastrose.
Costruire una chiesa nuova nello stile minimalista o decostruttivista è una contraddizione. Come ci si può rapportare con Dio in un edificio che disconnette già negli elementi della sua architettura? Una persona che si trova in una tale chiesa legge (o meglio, sente profondamente nel suo corpo e nella sua anima) il messaggio architettonico di disconnessione. È impossibile infatti rapportarsi con gli altri in tale spazio; l’Ecclesia, come unione di persone di fede comune, diventa impossibile. Connettersi con Dio è forse possibile, ma richiede un grande sforzo d'astrazione, che prima di tutto deve rigettare i segnali sensoriali negativi. Molti autori parlano d'uno spiritualismo “puro” e affermano che un luogo dalla geometria astratta aiuta il rapporto con Dio, come avrebbero verificato i vecchi Padri nel deserto. Ma non credo che questi sforzi siano appropriati per la vecchia signora che va a pregare nella chiesa del suo quartiere. La Chiesa sapeva tutto questo anni fa, come si vede nella ricchezza visuale (e musicale) delle chiese costruite nel passato. In ogni pezzo, in ogni dettaglio, si legge la connessione con Dio. Ogni pezzo d'ornamento serve a connettere, e tutti i pezzi formano una unità complessa che percepiamo come unione materiale e spirituale. È vero che esistono casi di sovraccarico e di incoerenza, ma questo non è ragione per condannare un principio basico.
Oggi che la Chiesa sembra diventata un’agenzia multinazionale che offre beni religiosi, essa si interessa soprattutto alle relazioni pubbliche, per non perdere il suo potere ultimamente in calo. Senza dubbio, i consulenti per la pubblicità della Chiesa ritengono che debba essere “moderna” o contemporanea, o almeno fare uno sforzo per apparire tale. È troppo difficile cambiare la sua burocrazia anacronistica fondata nei tempi medioevali, ma è molto più facile adottare l'architettura moderna e contemporanea. Le immagini della modernità diventano un simbolo visibile delle relazioni pubbliche. Se la Chiesa non mostra la sua contemporaneità con immagini vuote e nichiliste, forse la gente l'abbandonerà per le sette americane promosse dalla televisione. Le forze del mercato sono troppo potenti — ogni nostro prodotto, che sia gazzosa, sapone o religione, deve concorrere con tutti gli altri. Almeno, i telepredicatori americani hanno capito come progettare l'immagine della contemporaneità. Sviluppando una pseudocultura d'immagini nichiliste, gli Stati Uniti hanno perso quello che rimane della loro cultura tradizionale. Il potere si controlla con la manipolazione delle immagini, come sappiamo molto bene dalla storia.
Un caso recente: l’Università Cattolica del Portogallo ha messo alla porta la Facoltà d'Architettura di Viseu, un gruppo che include i migliori architetti religiosi esistenti, e li ha rimpiazzati con un altro gruppo d'architetti moderni. È evidente che la Chiesa Cattolica portoghese (che prende tutte le decisioni importanti per il sistema universitario Cattolico) ha deciso di diventare più alla moda, di non essere identificata con una Facoltà che ha promosso un’architettura troppo tradizionale. Anche l’intelligencija portoghese laica pensa che il suo paese sia incollato ad un passato troppo tradizionale, il quale si deve superare per essere considerati un paese veramente contemporaneo. Il futuro senza dubbio appartiene non ai fedeli, né ai mansueti, ma a quelli che fanno parte del potere industriale/commerciale — a quelli che si mostrano più contemporanei attraverso delle immagini che li definiscono come tali.
Il culto della contemporaneità adora delle icone-simbolo: oggetti e geometrie semplici, come cubi o cilindri, senza dettagli, ornamento o divisioni. Anche la nuova setta del decostruttivismo, che ha rotto apertamente con la geometria Platonica degli architetti modernisti, continua ad adorare i materiali ad alta tecnologia come il vetro, l’acciaio ed il titanio lucente, che esprimono l'immagine chiara, pura, senza vita o contenuto informativo. L'adorazione delle immagini non è molto lontana dall'adorazione delle icone cristiane, ma nei due casi si può arrivare all’assurdo: invece di trovare nelle icone un ingresso al mondo spirituale, si trasferisce la fede ai materiali stessi. Ma questo è proibito da Mosè nelle tre grandi religioni.
Non fa niente. I contemporanei hanno fondato un culto sulle immagini espresse dagli edifici futuristici. Ironicamente, le icone religiose Ortodosse sono diventate un oggetto di arte molto di moda fra i non-Ortodossi, perdendo così il loro valore spirituale intrinseco. Il valore spirituale è stato trasferito ai fabbricati dalla geometria pura. Ecco la ragione dell'architettura delle nuove chiese. Immagini della contemporaneità sono promosse come simboli della nuova fede, e non il Cristianesimo (nessuno vuole ammettere che queste immagini esprimano il nichilismo). Le chiese costruite in questo stile architettonico servono come simboli della setta della contemporaneità, e non servono né alla religione né alla Chiesa che li ha commissionati.
 
Nikos A. Salingaros

Architettura religiosa moderna: una chiesetta del sud Italia (di Alfonso Martone)


fonte: www.alfonsomartone.itb.it/dotpit.html

Questa sotto è una chiesetta calabrese di recente costruzione; per delicatezza mi rifiuto di far sapere esattamente dove si trova.

Ho scritto di getto queste poche righe nel momento immediatamente successivo allo scatto delle foto, per cui nel frattempo potrei aver cambiato idea (anche perché, dall'alto della mia ignoranza in materia, potrei essere caduto leggermente più in basso). Però nel frattempo lascio questa pagina così com'è, a documentare un disagio che dubito sia soltanto mio di questo momento.
 
Fino a pochi decenni fa le chiese cattoliche avevano pianta approssimativamente a croce o quadrata. Da pochi decenni a questa parte l'architettura religiosa ha subìto una vera rivoluzione (per dire il meno): perdita del nesso tra il significante e il significato, smarrito il senso estetico, riduzione dell'arte a discorso su sé stessa (e quindi necessitante di un intermediario, cioè del critico capace di interpretarla e “spiegarla”, perché ai “non esperti” il messaggio — se c'è — resta criptico), etc.
 

 
Significativo (e preoccupante) il titolo della scorsa biennale di architettura di Venezia (2000), Less aesthetics, more ethics: “più etica, meno estetica”, vale a dire che l'estetica stessa è ormai caduta in secondo piano, per cui ti guarderanno come troglodita se osi immaginare ancora un edificio bello e funzionale... (parentesi: quel titolo non puzza solo di kantiano, ma ben rappresenta tutti i filoni di pensiero per i quali la bellezza non avrebbe a che fare con l'esperienza: ossia, la bellezza sarebbe un fatto soggettivo, per cui la realtà non avrebbe nulla da insegnare... semplicemente orrendo!!!)
 
La chiesetta di qui sotto, come è possibile notare dalle due immagini più grandi, ha una forma che ricorda vagamente una conchiglia tagliata di traverso.
 
Ho deciso questo piccolo reportage fotografico solo perché la chiesa presenta una curiosa particolarità che la rende sinceramente “fuori dagli schemi” (inteso non nel senso ecclesialese-parrocchiardo del termine), “fuori dagli schemi” di certa architettura religiosa contemporanea: il tabernacolo è infatti sorprendentemente in posizione centrale, proprio di spalle all'altare, mentre la sede dei celebranti è spostata di lato.
 
La sorpresa consiste nel fatto che in pressoché tutte le chiese contemporanee è stata centrata la “sede” dislocando altrove (talvolta il più lontano possibile dalla sede, per esempio in una cappella secondaria) il tabernacolo, contrariamente a secoli e secoli di architettura cattolica. A ciò viene in genere addotta come giustificazione un'interpretazione del Concilio Vaticano II (o forse successiva; purtroppo al momento non sono affatto documentato) che, nel proporre la nuova immagine del sacerdote come colui che “presiede l'assemblea”, ha avuto fra le conseguenze (davvero arduo sperarle involontarie) la sua riduzione a una sorta di “direttore d'orchestra”.
 

 
Per farla breve, la centralità del sacramento — inteso, dal popolo che guarda il sacerdote e il tabernacolo, soprattutto nel concreto legame fisico tra materia e soprannaturale - viene sostituita dalla centralità del celebrante, il cui compito per questo stesso motivo diventa più difficile poiché un sacerdote che non sia un “trascinatore”, fors'anche senza sua colpa, in questo assetto lascerebbe gran spazio ad uno dei vizi più idolatri che si possano immaginare: l'assemblea che celebra sé stessa.
Torniamo alla chiesetta di queste immagini. In un primissimo momento ne ero stato colpito positivamente ed attraversavo continuamente con lo sguardo l'interno da una parte all'altra. La posizione dell'altare e del tabernacolo mi fa pensare che difficilmente sia intervenuta una modifica in corso d'opera rispetto ad un ipotetico progetto originale obbediente a canoni “moderni” poco fa descritti. Lo spazio dietro l'altare è infatti drasticamente ridotto dallo spazio occupato dalla parte centrale, e non vi sarebbe posto per una sede “centrale” e sarebbe stato perlomeno comico disporre altrove anche il tabernacolo (anche se in alcune chiese di recentissima costruzione se ne son viste davvero di tutti i colori). Insomma, la chiesetta è stata pensata proprio in questo modo, su imposizione del committente.
 

 
Nella foto dall'esterno, è possibile vedere la forma a “sfogliatella” della chiesetta, da cui però si nota la curiosa assenza del crocifisso in cima. Passando alla seconda immagine grande, vediamo l'interno con un buon numero di finestre e vetrate colorate - non molto originali, per la verità, ma neppure troppo “rumorose” (almeno ai miei occhi). Altro dettaglio curioso: la croce, centrale e disposta molto sopra il tabernacolo, è decisamente piccola (se paragonata alla statua sulla destra).
Al di là della statua sulla destra e della croce, non sono presenti altre immagini (neppure la classica serie della Via Crucis): la struttura si fa guardare continuamente, non lascia spazio alla concentrazione.
L'altare poggia su una base un po' stramba (ma anche questa è de gustibus...). È possibile intravedere (notevole!) l'altare “a muro” a ridosso del tabernacolo, sempre di forma di frazione di corona circolare. Si vedono poi quasi tutti i banchi, per un totale di 96 posti a sedere, ognuno con un cuscino sull'inginocchiatoio: anche quest'ultimo è una sorpresa, a giudicare dal fatto che nelle chiese cosiddette “moderne” lo spazio per inginocchiarsi è in genere del tutto assente (esatto: anche qualche cuscino fa teologia!!).
Comincio a sospettare che nella progettazione abbiano lavorato non solo esperti di architettura religiosa...!
Qualche ultima osservazione. La disposizione “tonda” dei banchi, come già detto sopra, suggerisce in contemporanea sacerdote e sacramento, ma a causa della forma cilindrica della chiesetta (attorno a cui “ruotano” i banchi), l'attenzione tende a “ruotare” a sua volta: la differenza si nota se si hanno presenti quegli absidi curvi verso l'interno (anziché verso l'esterno come in questo caso).
 

 

 
Ebbene sì, mi è arrivato un commento a quanto scritto sopra. Da una e-mail che ho ricevuto da un architetto, a proposito di questa pagina:
“concordo con lei se certa architettura moderna, o per meglio dire contemporanea, provoca disagio e non gradevolezza.
Le assicuro che è difficile, ma c'è anche chi progetta senza neppure conoscere le “esigenze” di un luogo di culto; questa chiesa farebbe inorridire qualsiasi liturgista. Ma ciò che vorrei dirle e che mi ripeto continuamente è che l'estetica è di fatto un fattore etico, che ci riguarda tutti, e che l'architettura appartiene a chi la vive, per questo non ci sono ignoranti in materia. Sto progettando una chiesa ... e la ringrazio d'avermi fatto vedere cosa non fare.”
Ho risposto, ma non ho avuto più notizie. Brevemente però riassumerei qui, senza voler scendere troppo in dettagli filosofici:
consiglio infine Cattolico, cioè artista, del grande Davide Rondoni, introduzione alla raccolta di racconti La schiena di Parker (BUR Rizzoli) di Flannery O'Connor.
 
“L'accusa più grave contro il mondo moderno è la sua architettura” (Nicolás Gómez-Dávila).
 

Pregustando l’eternità: San Lorenzo Maggiore a Napoli


fonte: www.alfonsomartone.itb.it/tfokci.html

San Lorenzo Maggiore, a Napoli. Forse non ho mai visto una chiesa più bella di questa.
Ciò che mi colpisce di più è il senso di grandiosità. A Napoli ci sono una marea di altri edifici e monumenti che ti fanno dire “grande”... qui invece di “grande”, dici “grandioso”.
I cristiani che nel Duecento e nel Trecento hanno costruito, con i poveri mezzucci a loro disposizione, chiese come questa, dovevano avere un sensus fidei a noi assolutamente inimmaginabile.
 
Napoli - S.Lorenzo Maggiore - interno

La geometria di una simile chiesa […] forse parla molto più delle classiche “prediche” con cui vengono bombardati i cristiani di oggi. E parla una lingua universale, comprensibile a noi che viviamo a sette secoli abbondanti di distanza, indicandoci quell'altare al centro con tutta l'intensità di ciò che c'è intorno. Per far nascere e crescere la fede occorreva guardare.
Mettendosi all'entrata, dal punto in cui clandestinamente ho scattato la foto, guardando lentamente prima in avanti verso l'altare e poi alzando lo sguardo verso l'alto, si vede come la chiesa sembri allargarsi verso il cielo.
Si perde il senso del tempo, si rimane lì stupiti. Si può voler essere “turisti”, alla “mordi e fuggi”, e ripassare quante più cose possibili nel minor tempo possibile... o ci si può invece fermarsi lì a guardare (ammirare, contemplare) ciò che vedete nella foto qui sotto, e perdere un po' il senso del tempo, perché una cosa grandiosa come questa è stata messa su proprio per farti pregustare l'eternità.
 
Alfonso Martone
 

Rassegna Americana: New Traditional Architecture and Urbanism


Merrill, Pastor & Colgan Architects, Seaside Chapel – Alabama
 

Franck Lohsen McCrery Architects, Chapel of the Sacred Heart of Jesus - Sioux Falls, SD
 

Thomas Gordon Smith, Our Lady of Guadalupe Seminary - Denton, Nebraska
 

Duncan G. Stroik, All Saints Church - Covington, Kentucky
 

Duncan G. Stroik, Holy Family Chapel – Nebraska
 

HDB/Cram and Ferguson, Syon Abbey - Copper Hill, VA
 

Carteggio Borselli-De Marco (fine dicembre 2005-inizio gennaio 2006)


>> [...] ho letto il tuo bel pezzo su Monreale. Se lo rendi disponibile per gli amici intanto chiederei a Nikos Salingaros un commento. Hai dato un'occhiata al suo “Fondamentalismo”? (lo trovi a www.stefanoborselli.elios.net/scritti/fondamentalismo_geometrico.htm ) Mi piacerebbe che il lavoro di Salingaros fosse più conosciuto in Italia [...]
 
<< [...] Il saggio sul “fondamentalismo geometrico” mi pare bello, anche se con quell'eccesso di radicalità per cui si rovesciano sugli avversari le imputazioni estreme (del genere: geometria modernista e genocidio ecc.), non necessarie a fondare la bontà dei propri argomenti. Tra l'altro la mia predilezione per il Barocco è fortissima e di antica data. Il fondamentalismo geometrico ha prodotto oggetti architettonici spesso stupendi, tuttavia immani oggetti plastici, monumenta, monoliti, da fruire dall'esterno, non da abitare o in cui far abitare il sacro. Mi viene in mente (in ordine alle superficie pure) un appunto scritto qualche mese fa, dopo aver finalmente visto la celebrata chiesa di Meier (a tratti certamente bella come oggetto e pregevole per le soluzioni tecnologiche) del quartiere Tor Tre Teste. Te lo trascrivo così, senza scioglierlo; tanto sei abituato alla mia prosa contratta.
“La visita al Padre misericordioso di Meier mi indurrebbe a scrivere un saggio diretto contro l’intelligencija cattolica (ecclesiastica e laica, non solo italiana), un saggio in cui da un lato combattere il “gusto” (dominante e irriflesso) per l’impoverimento iconico degli spazi e degli oggetti, edifici, linguaggi sacri, dall’altro affrontare l’articolazione tra simbolico iconico e bellezza e la necessaria cura per la santità di quest’ultima.

Richard Meier - Dio Padre Misericordioso Richard Meier - Dio Padre Misericordioso
Immagini tratta da: A.FALZETTI, La chiesa del Dio Padre Misericordioso di Richard Meier, CLEAR, Roma 2004

 
Contro la stessa deriva ideologica, per cui (ad esempio) il Dio Padre misericordioso di Meier può essere tenuto dal parroco come un qualsiasi spazio chiesastico bello destinato a cultori e turisti, tendenzialmente a-/de-sacralizzato fino alla celebrazione liturgica, poiché prima e dopo la celebrazione esso sarebbe solo uno spazio neutro. Convinzione questa che (se effettiva) si oppone a ciò che (da) sempre lo spazio sacro, anche ecclesiale, è (stato): luogo peculiare in sé.
Essa sarebbe anche in contraddizione con la stessa (discutibile) pre-dispozione degli spazi e dei volumi del Padre misericordioso, concepiti da Meier per una essenziale religiosità ‘mistica’ (*) ; anche se sofisticatamente si potrebbe argomentare che solo a condizione di una desacralizzazione palese si apre la possibilità di una fruizione “religiosa” o “spirituale” postcristiana – tesi più vera in termini di esperienza psicologica corrente che di prospettiva religiosamente fondata. Bisogna ricordare che sono iconici e non “vuoti” anche i segni religiosi aniconici, dell’ebraismo e dell’islam.
Richard Meier - Dio Padre Misericordioso
Spenderei anche la tesi che a sancire la sacralità del luogo e a aprire il luogo alla fiducia del credente sono i segni dell’uso sacro (arredi e ogni altra res dedicata al rito ecc.), che nella chiesa di Meier sono rimossi; l'altare non sembra un altare, se non sconsacrato, perché è un bel monolite di pietra senza alcun segno qualificante: né un crocifisso, o una tovaglia, o un leggio, insomma senza traccia della sua destinazione, destinazione che davvero rende l’oggetto sacro (anche cultuale) non più disponibile ad altro […] .
 
NOTA (*) Al Dio Padre misericordioso anche l’esposizione nella teca degli oggetti liturgici (di Bulgari) agisce in negativo, “a togliere”, quasi a significare: “anche gli arredi liturgici sono qui pura musealità”; infatti, essendo “nuovi” non possono essere messi in una vetrina se non ottenendo un effetto estraniante. Avviene come se fossero anch’essi puri oggetti da vedere (in realtà non particolarmente ‘belli’) senza uso — nella vetrina non vi è differenza tra il non ancora in uso e il non più in uso. La cosa che offende un po' e che rivela l’ideologia della conduzione pastorale della chiesa è la casualità, lo sciatto bricolage, con cui è concepito l’unico spazio a chiara destinazione di pietà, la “cappellina” della Madonna (= uno spazio seminascosto, mal arredato, quasi vi fosse imbarazzo a mostrarlo).”Gli oggetti liturgici di Bulgari
>> [...] visto che l'argomento ti interessa due parole su un tema importante. Salingaros forse forza un po' i toni, ma sta conducendo una battaglia appassionata contro la corporazione degli architetti modernisti. Cerca di dare unità a due delle tendenze che si oppongono all'architettura nichilista: la prima è quella di Leon Krier, che all'epoca della lista Verde avevamo portato a Firenze, la seconda, per dei versi ancora più importante, è quella di Christopher Alexander, il geniale creatore del paradigma del Pattern Language. La cosa interessante è che qualche anno fa l'idea di Alexander è stata adottata dai guru dell'informatica e quindi i Pattern sono entrati nel mio lavoro. [...] Nel libro di S. che la Libreria Editrice Fiorentina sta traducendo c'è un pezzo molto bello sull'architettura religiosa, tradotto in portoghese credo dai Gesuiti, ma non in italiano. Lo trovi ad esempio a www.catholicculture.org.
Ci penso spesso quando sento, mi pare anche al recente Sinodo, chiedere un cambiamento di indirizzo nell'architettura religiosa, ma nessuno propone una linea di pensiero: Salingaros, Krier ed Alexander potrebbero dare qualcosa [...]

<< [...] non so naturalmente niente né di Krier né di Alexander (anche se rapide interrogazioni dei motori di ricerca mi fanno intravedere, e anche ricordare, alcune cose). […] Ho scorso il saggio, e mi pare di consentire; mi piacerebbe capire, in positivo, quale tipo di architettura si avvicina di più agli ideali alternativi di Salingaros. Questi anni sembrano più adatti ad una battaglia critica come la sua; gli atteggiamenti di demolizione del 'vecchio' per fare spazio ad un nuovo che sarebbe comunque preferibile, mi sembrano meno diffusi e meno entusiastici che non alcuni decenni fa. Naturalmente ogni nazione ha i suoi cicli; il nuovo santuario della Madonna di Guadalupe, non lontano da Città del Messico, è (per una parte significativa dell'interno) non distinguibile dalla hall di un albergo di lusso (e, come questa, di dubbio gusto, specialmente negli arredi e nei loro materiali: lampadari, rivestimenti ecc.), solo salvato dalla struttura verticale sul fondo, il palo della tenda (la insistita retorica di questo richiamo simbolico non è riuscita a garantirci niente di particolarmente valido), dov'è sistemata l'icona della Vergine. Il passaggio dinanzi all'icona, per quanto meccanizzato (avviene su due tapis roulants paralleli che corrono in senso opposto), è rimasto conforme alla pietà semplice di ognuno. Il tutto (una struttura circolare che, come dicevo, fa pensare al prototipo della tenda, alla Michelucci, Chiesa dell’autostrada, ma senza il suo ingegno) è comunque infelicemente esteriore; non è né fondamentalismo geometrico né decostruzionismo (Salingaros pensa a Gehry?), ma uno dei tanti insuccessi nel fare architettura sacra per un popolo. D’altronde mi pare che persino Renzo Piano abbia fatto un disastro a San Giovanni Rotondo.
Ma il criterio di Salingaros per un'architettura sacra è, poi, adeguato? Bisognerebbe aprire una battaglia con dei forti esempi; forse S. ha delle pubblicazioni con foto, disegni ecc. [...]
 
>> [...] Pensavo di preparare la NL con le due “imagines” per il numero speciale 300 [...]

<< […] L'iconografia della NL sarà da curare; mentre il ciclo musivo di Monreale è arcinoto, sarebbe invece prezioso che Nikos ci mandasse degli esempi negativi e almeno uno positivo (e non sarà facile; se anche la linea Le Corbusier — penso a Ronchamp — e/o Michelucci non ci soddisfano, in che direzione cercare? Dove esiste un edificio sacro novecentista, cioè non tardo eclettico, non neo-romanico o neo-gotico o neo-barocco ecc., che corrisponda a quello di cui sentiamo la mancanza? La Sagrada Familia è, sintomaticamente, ancora un non-luogo), del suo ragionare. Se ti servisse selezionare una immagine della chiesa di Meier ho delle pubblicazioni, a tua disposizione. […]
Devo sviluppare una “scoperta” (che, come molte “scoperte” , è il ben noto uovo di Colombo) che sto rimuginando dalla visita al Dio misericordioso di Tor Tre Teste: mi sono reso conto che decisiva, per la vivibilità sacra dello spazio, non è la struttura muraria (rinascimento e barocco sono massimamente “geometrici”; Brunelleschi è un Maestro di Le Corbusier) ma l'arredo, decorativo e iconografico, e quello funzionale (vasi sacri, tabernacolo, vesti). Lo dico, rapidamente, nella informale nota a Meier che ti ho mandato. La chiesa (che non è grande, tra l'altro) di Meier sarebbe spazio sacro adeguato se noi (non tanto il parroco, o l'ufficio diocesano per l'arte sacra: noi tutti, noi 'popolo' attore, seppure non padrone, della liturgia) avessimo il coraggio di rompere l'incanto dell'interno bianco, vuoto, aniconico, 'spiritualistico' (più che spirituale), con altari, immagini, statue.
Permettimi di essere paradossale e un po' matto: rompere quell'incanto (in fondo perverso) introducendo “brutte” statue del Sacro cuore, una grotta di Lourdes, una grande immagine di padre Pio, una teca con un corpo (di cera) di un Santo; degli ex voto, candele e una Via crucis; insomma quello che c'è in ogni chiesa che non sia stata svuotata dal purismo del suo parroco (e dei suoi parrocchiani). Il tutto deve poter essere sfiorato, toccato, se si ardisce a farlo. Se la chiesa di Meier regge all'irruzione del sacro ordinario (per cui io posso parlare, intimamente e spudoratamente, con la inelegante, artisticamente anche indecente, Presenza di Dio con noi) è una chiesa. Altrimenti se ne faccia un edificio bello con ingresso a pagamento (e non c'è nemmeno bisogno, psicologicamente, di sconsacrarlo).
Ma questo vale ovunque; forse Nikos è troppo architetto-urbanista e apparentemente questa dimensione gli sfugge; io penso alla cura totale che Gaudì aveva per gli interni, fino all'arredamento ecc. ; in lui era ancora (fu l'ultimo? tra i grandi architetti forse sì) il senso che la destinazione umana dell'edificio avviene al suo interno, in ciò che non è più formalmente architettura ma che la rende habitabilis. Il Museo Guggenheim di Bilbao (che credo Nikos odii — è geometrismo post-razionalistico ma sempre ipertecnologismo “fine a sé”) potrebbe essere una mirabile cattedrale; ma, intanto, dovrebbero svettare sulle sue protuberanze le Croci, come sulle cupole di San Marco, e al suo interno dovrebbe parlare, per immagini e forme eloquenti, la Civitas Dei celeste; i santi e i beati, Maria, i nostri cari morti, la pastorella ecc. - magari nei modi alti (ma non aniconici) garantiti dalle mani di buoni artisti - per sostarvi non spaesata la Civitas dei terrena e itinerante. Sottolineo il “non spaesata”, perchè l'argomento dei nostri amici teologi aniconici è che lo spaesamento è in sé itinerario di Fede. Che possa eventualmente esserlo, è legittimo crederlo; che lo sia in sé, certamente no. [...]
 
>> [...] Ho preparato una presentazione degli esempi inviati da Nikos [...] il materiale sta crescendo a dismisura. Sarei tentato di mettere tutto insieme, anche se così la NL diventerà una specie di libretto [...]
 
<< [...] la parte iconografica si potrà certamente ridurre. Ho visto attentamente il materiale della Christine Frank inviato a Salingaros e da lui a noi. La direzione che quell'architettura segue la si capisce anche da pochi esempi; raramente si può dire che sia bella e/o che risponda alle nostre istanze. Un compassato neo-rinascimento (neo-ottocento, in realtà) non è la risposta; comunque non è risposta nuova. Da frequentatore pluridecennale di ambienti ecclesiastici devo dire che questo tipo di realizzazioni sono (ad es. chiese e cappelle di istituti religiosi ricchi, costruite tra le due guerre ed anche fino a venti-trent'anni fa) più numerose di quelle “moderne”. Ad essere sottili, bisognerebbe riconoscere che il candore con cui si accetta ancora oggi il “geometrico” e l'oggetto architettonico in cemento armato, dipende dalla passata resistenza ad accoglierlo nei suoi decenni di affermazione, anni Cinquanta-Sessanta.
Tra l'altro, anche le chiese-edificio che vediamo in fotografia (nei diversi, interessantissimi, siti di architettura neo-tradizionale) sono spesso “fredde”, oltre a produrre esteticamente l'insofferenza della scontatezza; magari meno negli USA. Insomma, non basta la guerra al cemento armato; mentre spesso sembra trattarsi, negli architetti neo-tradizionali, solo di questo. Aggiungo: è inevitabile che chiese neo-ottocento siano un po' fredde, nonostante le intenzioni, perché il loro precedenti maturano comunque dalla rottura col barocco (e quando ne conservano l'eco lo fanno col filtro dell'esperienza neoclassica); gli episodi più sottili e meno insoddisfacenti sono stati quelli della stagione pre-liberty e “liberty”, tra neogotico e iconografia simbolista, in ispecie per l'iconografia. Inoltre, anche i nostri architetti americani sembrano non dialogare (ed è perfettamente comprensibile) con gli artisti/artigiani che produrranno poi immagini, panche, candelieri ecc. per quella certa chiesa. Mentre il segreto della tradizione antica, e sovranamente del Barocco, è l'assoluta continuità, talora identità, tra architetto e artigiano (stuccatore, falegname. decoratore ecc.). Complicato.
Comunque un bel dossier! Dovremo farlo circolare presso i nostri amici preti (e vescovi). Torno su quello che mi raccontavi della Val d'Orcia; non c'è dubbio che un indecifrabile prodotto “informale” inserito in un ambiente sommamente elegante come sono gli oratori tardo-barocchi, spesso settecenteschi, è un piccolo delitto! [Si tratta dell'Oratorio di Sant'Antonio a San Casciano dei Bagni, le lamiere esposte sono di Bizhan Bassiri, pregevole artista contemporaneo, ma lì del tutto fuori contesto - SB ] Esattamente l'opposto di quello che andrebbe fatto. [...]
 
>> [...] Mi piacerebbe aggiungere anche le due pagine di Alfonso Martone, un talentuoso giovane napoletano, che ti allego. Cosa ne pensi ? [...]
 
<< [...] La chiesetta circolare calabrese non è né bella né brutta. L'idea del circondare l'altare è parsa sempre suggestiva al Novecento (Michelucci l'ha adottata spesso; penso a Longarone, dov'è semicircolare e ad anfiteatro, tipo aula di scienze); ma non è classica. Forse anche in quell'idea vi è un equivoco vagamente democraticistico, quasi fosse meritorio permettere a tutti di guardare ciò che avviene sull'altare. Penso che nella celebrazione ortodossa tutto è intravisto a malapena, dietro l'iconostasi; certo, un “eccesso” misterico per la cristianità latina. Comunque Martone ha ragione a sottolineare la bontà della grande evidenza dell'altare (che inverte il Michelucci citato); dietro l'altare il fascio di strutture verticali ricorda il santuario moderno della Madonna di Guadalupe; forse è ripreso da lì. Anzi tutta la piccola chiesa ricorda vagamente quel santuario [...]