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Il Covile - N.o 301 (22.1.2006) Circa Mao e Rossanda (di Geminello Alvi)

Questo numero


Ora che vi siete ripresi dalla lettura del voluminoso numero scorso riprendiamo gli invii, anche perché c'è un po' di arretrato. Ecco intanto una chicca, che evoca per alcuni ricordi personali, inoltrataci da Leonardo Tirabassi.
 

Circa Mao e Rossanda (di Geminello Alvi)


Fonte: Corriere della Sera, 10 gennaio 2006

Il libro di Jung Chang e Jon Halliday, di cui si era già scritto mesi fa su questo giornale, intanto è stato tradotto in tedesco. Con un titolo ben riuscito, Mao, la vita di un uomo, il destino di un Popolo, e 800 pagine che documentano come "Mao Tse Tung fu responsabile di 70 milioni di morti in tempo di pace". Tuttavia, per quanto questo saggio spieghi che la rivoluzione culturale fu una delle più efferate infamie, Einaudi pubblica dell'altro. Mentre usciva in Germania il tomo di Chang e Halliday, nelle librerie italiane ne sortiva infatti uno di Rossana Rossanda: La ragazza del secolo scorso. Titolo sentimentale, da sartina istriana degli Anni 50, che lascerebbe sperare di ritrovare, leggendo, l'ingenuità delle piccole cose. Che sono invece ben poche: il libro è, per lo più, una fiera di comitati centrali, déjeuneurs intellettuali all'estero, apertura di sedi, ogni volta descritti come non fossero le vanità che erano. Eppure tra i ricordi, anche di comunisti, quelli di Bordiga sono ancora splendidi da leggersi. Questa autobiografia arriva spesso invece alla capacità di noia della vita di Kossigin.
 
Tutta l'indulgenza che si dedica a questi reduci, di battaglie malintese, la loro lode dovuta, ha del resto origine chiara. Sono rari quelli, in qualche posizione oggi, che giovani non abbiano frequentato l'estrema sinistra. E da ragazzino pure io ne fui coinvolto. Ma per scoprire poi, già al primo anno di università, gli imbrogli delle teorie del valore di Marx; e quant'era fuori luogo, incolto ogni elogio di Mao o del Che. Da allora me ne è nato un sentimento di sdegno; per le manie che divulgavano. E le persone, quelle sì straordinarie, che in quegli anni non frequentai, preferendogli le riunioni dove c'era abbondanza di esistenze in infelicità causidica, che educavano i giovani soltanto a divenire come loro. Nella più parte dei miei coetanei prevale invece l'indulgenza. Come se le prediche sul metà studio metà lavoro e gli elogi della rivoluzione culturale, fossero inseparabili dalla nostalgia per gli slanci della giovinezza.
 
Come fossero un nesso veridico tra gli uomini, quando erano abbaglio. La verità era ben altra: la Grande Marcia fu una fuga nel panico; la base idilliaca dello Yenan, una sentina di privilegi, spiate e commerci d'oppio; l'Armata Rossa, esercito di contadini reclutati a forza, odiati. Mao ordinò che migliaia di impiccagioni e torture fossero filmate. E questi eccessi pare nel 1927 gli dessero mai prima sperimentate estasi. Pure per comprare armi esportando raccolti, perirono in carestia cinesi a decine di milioni. Altro che buon comunismo rispetto a quello russo. Il mito venne fabbricato da Snow, che vestì il perfido despota col vestito dell'eroe modesto e filosofo. Fu l'episodio estetico più folle di quella idealizzazione della Cina che fuorvia ma eccita l'Occidente almeno dalle importazioni delle prime porcellane cinesi.
 
Ma di questo nel libro della Rossanda cosa c'è? Ben poco, per di più rovinato da un'epica mal riuscita. "Leggemmo ingordi Edgar Snow, Stella Rossa sulla Cina. Dunque ondate di popolo arrivavano a riva attraversando tempeste." E riapro il libro, ancora a caso, pagina 367: "Fra minoranze cercammo di collegarci ma interdicendoci perpetuamente di essere una frazione ...". Scritto così. In epica snob ovvero troppo recitata, di sé e di altri celebrali, avvinti da un tenace marxismo infelice.
 
Geminello Alvi